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Erano proprio Furie Rosse, ma gli Azzurri sono forti ed eliminano anche la Spagna

L'Italia di Mancini soffre la superiorità tecnica dell'avversario ma stringe i denti fino alla fine dell'1-1 e ai rigori prevale grazie ancora a Donnarumma

Ci hanno detto per tutta la partita che avremmo dovuto difendere e ancora difendere. Lo abbiamo fatto bene, per 120 minuti. E, per la quarta volta nella storia dell’Europeo, siamo arrivati in finale

Wembley, casa nostra. L’Italia ci torna domenica prossima per giocarsi la finale. Di Europei ne ha vinto uno solo nel ’68 e le premesse per concedersi finalmente il bis, ci sono tutte. Finalmente.

Dopo il Belgio abbiamo rimandato a casa anche la Spagna. Una grande Spagna. Più forte, più lucida e, diciamolo pure, più bella dell’Italia. E allora come abbiamo fatto? Siamo stati più bravi di loro nel momento decisivo, quando il sangue freddo è la sola qualità che conta. Abbiamo vinto ai rigori, dove siamo arrivati come il naufrago che tocca terra aggrappato a un tronco. Esausti, ma determinati. Sono stati per quasi tutta la partita sull’orlo del precipizio, ma gli Azzurri non sono mai caduti. La resa, nella testa di questa squadra, non esiste. Ci sono saldi principi ed è seguendoli che siamo arrivati fino in fondo.

Tifose dell’Italia a Manhattan (Foto di Terry W. Sanders)

Gran parte del merito è di  Roberto Mancini. La sua è un’Italia capace di tutto. Di essere spumeggiante e divertente così come di ricordarsi le sue origini. Aggrapparsi alla nostra storia, che ci racconta come i più perfidi dei difensori, è servito a centrare l’impresa impossibile.

L’Italia ha giocato con la disinvoltura che ha sfoggiato fin dall’esordio per cinque minuti, i primi. Poi si è arresa alla miglior tecnica della Spagna, stavolta in versione Furia Rossa. Abbiamo capito che giocandosela senza malizia, non ci sarebbe stata partita. E da quel momento ci siamo ricordati di essere i migliori difensori del mondo. Anche i più perfidi. Ci siamo arrotolati davanti a Donnarumma (il migliore dei nostri) come un cobra pronto a scattare. Il topolino spagnolo non si è neppure accorto di essere finito tra le spire del predatore. Un contropiede, la nostra antica specialità, una prodezza di Chiesa e in cinque secondi abbiamo ricordato alla Spagna che le vie del gol sono infinite.

Noi, il cane meticcio che conosce l’arte di arrangiarsi. Loro, il cane di razza con il collare firmato e un pedigree che pare l’albero genealogico dei reali di Spagna. Avevano fame tutti e due e indovina chi è andato a casa scodinzolante con l’osso bocca? E’ facile: quello dei due che conosce l’arte di arrangiarsi.

Il famoso piano B. Lo avevamo. Non eravamo condannati a essere per forza belli e divertenti. Abbiamo scelto la strada della sopravvivenza. Non potevamo fare di più e di meglio, se non tentare di portarli ai rigori, laddove ogni differenza si azzera. Non conta se hai una corda legata al collo o un collare firmato, se sei bello o brutto. Conta il fiuto, conta sapere che ci sono giornate in cui la ciotola rimane vuota, ma bisogna far venir sera lo stesso.

Ci siamo aggrappati alla prodezza di Chiesa, poi con quella determinazione che soltanto nei momenti più difficili gli italiani sanno tirar fuori, li abbiamo portati all’unica destinazione possibile: i rigori.

Il rigore decisivo di Jorginho

Alvaro Morata (juventino) si è fatto beffa dei suoi compagni di club, Chiellini e Bonucci, e dieci minuti dopo il vantaggio azzurro ha firmato il pari. Un gol bello, figlio della lucidità e della precisione. Lo hanno fatto una volta e avrebbero potuto rifarlo altre dieci, ma glielo abbiamo impedito. La Spagna, sempre uguale a se stessa, ha comandato la partita, ha avuto la sensazione di averla in pugno, ma noi abbiamo eluso il loro pressing, abbiamo alleggerito con i lanci lunghi e il contropiede la pressione che gravava sulla difesa. Abbiamo anche sfiorato un altro gol-beffa con Emerson, ma questo, a onor del vero, sarebbe stato troppo, mentre dall’altra parte erano parate, uscite disperate, ostruzionismo allo stato puro.

Tifosi esultano al gol dell’Italia alla pizzeria Ribalta, nel West Village di Manhattan (Foto di Terry Sanders)

L’Italia ha il merito di aver sopportato la fatica sia mentalmente che fisicamente. La Spagna ha il torto di non aver mai cambiato il suo spartito, di non aver mai lanciato sul campo l’esca che ci avrebbe attratto, concedendo un po’ di campo a quegli avversari che, forse, avrebbero abbandonato la loro retroguardia per andare a caccia di gloria. Macchè: ci hanno detto per tutta la partita che avremmo dovuto difendere e ancora difendere. Lo abbiamo fatto bene, per 120 minuti. E, per la quarta volta nella storia dell’Europeo, siamo arrivati in finale.

I rigori hanno avuto due grandi protagonisti. Donnarumma, che ha parato proprio a Morata il penultimo rigore, poi Jorginho che con freddezza glaciale ha messo in porta il pallone decisivo.

Abbiamo ritrovato con il calcio il piacere di stare insieme di e di abbracciarci. La Spagna è sconfitta, il Covid quasi: massì, abbracciamoci. Chi si ricorda più qual è stata l’ultima volta che lo abbiamo fatto.

AGGIORNAMENTO: L’Italia affronterà in finale l’Inghilterra nello stadio londinese di Wembley, domenica 11 luglio alle ore 3 pm ora di New York.

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