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La Serie A è un campionato povero che fa spettacolo cambiando gli allenatori

Negli ultimi anni tutte le squadre italiane contano milioni di euro di debiti, frutto di un sistema che troppo a lungo ha speso più di quanto incassasse

Luciano Spalletti, tecnico del Napoli e Massimiliano Allegri, tecnico della Juventus - legaseriea.it

Brutto segno quando la novità per suggestionare il pubblico è l’allenatore. La serie A che va a iniziare ne conta dodici (su venti) differenti dalla passata stagione. La spiegazione è di una facilità disarmante: questo è un campionato povero.

Ricco di successi e di gioco è stato l’Europeo. Ma contavano l’entusiasmo, l’orgoglio, il senso di appartenenza. Qui, invece, quello che tutti contano sono i debiti. Accumulati da un sistema che la pandemia (e gli stadi chiusi) ha portato sull’orlo del collasso. Zero incassi al botteghino per un anno e mezzo: la foglia di fico che copriva le vergogne del nostro calcio è caduta.

E ha lasciato nudi i presidenti. Che se la sono cercata per anni, fino a trovarsela.

Hanno sempre speso più di quanto incassassero; hanno concesso ai calciatori, che impropriamente spesso chiamano campioni, ingaggi da superstar; hanno lasciato che il potere in ogni trattativa scivolasse nelle mani dei procuratori, ai quali da tempo debbono riconoscere percentuali stratosferiche; hanno detto no al fondo statunitense Cvc, che avrebbe gestito i diritti di immagine della serie A in cambio di due miliardi di euro, convinti che la Superlega avrebbe preso corpo. Macché: la Superlega è stata soppressa e i miliardi del fondo se li è presi volentieri la Liga spagnola.

Le squadre che avrebbero composto la Superlega

L’Inter campione d’Italia difende il suo scudetto senza Lukaku, tornato al Chelsea. La Juve ha acquistato Locatelli (uno dei ragazzini terribili dell’Europeo) e vorrebbe piazzare Ronaldo a qualche sceicco, ma quello del Psg gli ha preferito Messi. Il Milan e il Napoli non si sono rinforzate. Concetto chiaro, ormai: non c’è un euro da spendere e allora vai con il valzer delle panchine, perché qualcosa di nuovo al pubblico bisogna comunque proporlo. L’Inter ha perso Conte e ha puntato su Inzaghi, che era alla Lazio, ora allenata da Sarri. Un ritorno, il suo. Come quello di Allegri alla Juventus. E’ tornato all’ovile pure Spalletti, che tenterà di riportare in alto il Napoli. La Roma, in questa chiave, ha messo a segno il colpo migliore, convincendo Mourinho a tornare in Italia, mentre i calciatori di accettare il ridimensionamento se ne guardano bene. Chi può, va a giocare in Premier League, il campionato inglese che garantisce ingaggi più alti e, per via della lingua, una visibilità nel mondo, soprattutto quello asiatico, che la Serie A si sogna.

Quello sopra il nostro pallone è un cielo meno stellato di prima. Sotto ci sono dirigenti con le spalle al muro (del pianto) che non possono cambiare i giocatori per ingaggiarne di migliori, quindi, pur di offrire qualche novità a un pubblico sempre più perplesso, cambiano tutto il resto.

Nel corso degli anni, addio alle partite in contemporanea la domenica, per assecondare chi acquista i diritti televisivi. Addio anche alla tv tradizionale: quest’anno tocca Dazn, che apre l’era dello streaming. Addio ai colori sociali, perché in tv l’effetto cromatico ha una sua valenza, pare. Addio anche al rituale dei gironi di andata e ritorno, che non saranno più simmetrici. Addio perfino, da un paio di stagioni, all’esultanza incontenibile per un gol: da quando c’è la Var l’urlo rimane strozzato in gola, fino a quando la macchina infernale ha stabilito che non era fuorigioco o fallo di mano.

Il pallone della Serie A (Agi)

Il nostro è diventato un calcio freddo, che strizza l’occhio alla modernità, senza riuscire a scrollarsi di dosso la povertà. Tutto sommato sì, lo sport nazionale assomiglia molto alla società in cui viviamo noi italiani, spesso poveri, sempre con i gadget della modernità. Oggi gli smartphone, ieri le parabole per la tv satellitare sopra i tetti delle baracche. Visti da fuori possiamo sembrare commoventi oppure patetici.

Del calcio che fu, del calcio che per decenni è stato un inscalfibile rituale, in Italia soltanto la cosa peggiore è rimasta: gli stadi di quegli anni addietro. Pochi club si sono adeguati alle regole che impongono di offrire comodità e non sofferenza al pubblico che non riesce a fare a meno della partita vista del vivo.

Bisogna augurare ai ‘poveri’ presidenti che le novità abbiano un effetto placebo su chi vorrebbe mangiare un piatto forte (spettacolo, gol e vittorie) e si deve accontentare di un contorno differente tutti gli anni.

La realtà finisce per ridurre drasticamente l’entusiasmo che gli azzurri hanno dispensato fino a poche settimane fa, battendo gli inglesi nella finale di Wembley e nell’atletica alle Olimpiadi. Ora che si gioca sull’organizzazione, sugli affari e sulla lungimiranza, i nostri avversari vincono per distacco, altroché Chiesa o Jacobs o gli staffettisti. Noi siamo il falò da spiaggia in estate, loro sono il fuoco che riscalda la casa per tutto l’inverno e la distanza tra le due realtà è così abissale da rendere davvero prodigiosa la vittoria di Mancini e dei suoi ragazzi.

Ci siamo arricchiti di emozioni e di orgoglio, ma siamo sempre poveri sul piano delle idee e del progresso.

Cosa che tiene lontani i big del pallone, ma che almeno un risvolto positivo lo ha: i club italiani dovranno per forza puntare sui giovani di casa loro e questo, almeno, gioverà alla Nazionale. Così, tra Europei e Mondiali, ogni due anni possiamo sperare di essere i più bravi.

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