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I ragazzi italiani del lockdown che invece di sdraiarsi sanno vincere e farci sorridere

Ammettiamolo che ci eravamo sbagliati sui nostri giovani, li abbiamo accusati di tutto, soprattutto di pigrizia e invece nello sport sono l'invidia del mondo

Le ragazze della nazionale di pallavolo femminile con il trofeo in mano - Facebook, Federazione italiana pallavolo

Cosa farai appena uscito dal lockdown? Era questa la domanda che ponevamo ai nostri ragazzi. Stupefacente è stata la risposta: sono andati a tuffarsi nell’oro.

Con la colonna sonora dei Maneskin, il gruppo rock che lo scorso maggio ha sbaragliato la concorrenza di 39 concorrenti e ha vinto l’Eurovision Song Contest. Da quel momento, fino a domenica scorsa, e speriamo anche a domenica prossima con i mondiali di ciclismo su strada, sono state solo vittorie, inni di Mameli a non finire, raffica di congratulazioni recapitate da Mattarella e Draghi ai nostri draghi azzurri.

C’è stata, a inizio estate, la storica vittoria dell’Europeo di calcio a Wembley. E il nostro orgoglio era già appagato. Abbiamo imparato a conoscerci e sappiamo che la nostra specialità è saper piazzare qua e là un colpo formidabile una volta ogni tanto. Ed era meglio lasciar stare su quello che succedeva nel frattempo, in attesa di poter rialzare la testa.

E invece. Sono quattro mesi-quattro che la nostra testa sta alta e svetta su quasi tutte le altre. Dopo il calcio, le vittorie alle due Olimpiadi, perché anche nelle paralimpiche abbiamo esportato tenacia e volontà, organizzazione e spirito di sacrificio, esattamente come poco prima avevamo fatto nei giochi per i normodotati.

Proprio così: adesso siamo un modello da imitare, non più l’allegra combriccola che ogni tanto la indovina e si fa applaudire da tutti, perché tutti sanno che la nostra è la presenza eccezionale di chi, poi, toglie subito il disturbo.

Adesso le altre Nazionali, gli altri paesi iniziano a detestarci ed è un’ottima cosa, quando si parla di sport: chi vince spesso, diventa antipatico. Ma chi lo fa, è anche stimato, imitato e lascia intendere agli altri che alla base dei successi a raffica non ci può essere solo il talento del singolo o semplicemente il calcolo delle probabilità. Se per tre mesi sei il primo della classe in quasi tutte le materie, va da sé che tu abbia studiato e che tu l’abbia fatto con metodo e volentieri.

Eravamo già a bagno nell’oro per combattere il caldo di agosto, quando è iniziato settembre. In questo mese sono arrivati altri due successi Europei nel volley. Vale a dire: poiché a Tokyo uomini e donne erano uscite di scena ai quarti, era già tempo di rivincite. E’ toccato prima alle azzurre prendersi la stessa soddisfazione dei calciatori, battendo in finale la Serbia in casa sua, a Belgrado. Domenica scorsa c’era, remota, la possibilità di festeggiare ancora. Nel pomeriggio con Ganna, impegnato nel mondiale di ciclismo a cronometro e la sera con la finale europea del volley uomini. Due su due. Filippo Ganna ha concesso il bis, esattamente come Bebe Vio nella scherma olimpica e come solo i grandi campioni sanno fare, poiché è noto a tutti che rimanere in cima è più difficile che arrivarci. E sotto rete, nella finale di Katowice, sono stati i ragazzini del ‘nuovo corso’, avviato subito dopo Tokyo, a rinnovare la gioia e l’orgoglio degli italiani.

Bisogna ammetterlo: ci siamo sbagliati. Di più: dei nostri giovani non abbiamo capito niente. Abbiamo pensato, ben prima che il Covid li chiudesse in casa, che fosse la loro una generazione di videodipendenti, abili nel saltare da una piattaforma web all’altra e bravi a vincere soprattutto alla playstation. Li abbiamo chiamati ‘gli sdraiati’, dopo il libro di Michele Serra che tanti genitori hanno letto con apprensione, pensando che certo anche il loro figlio entrava di diritto in quella categoria. Poi, a scelta, sono stati gli sdivanati, gli orizzontali, gli zombie e avanti su questa falsariga. Li abbiamo accusati di vivere una realtà parallela, gli abbiamo detto, impauriti, che avrebbero perso a trent’anni la loro vista fissa sugli schermi e, scherzando, che nessuno li avrebbe salvati dall’artrosi ai pollici che ticchettano le tastiere. Per dirla con le loro parole: siamo stati i boomer che più boomer di così non si poteva.

E adesso come la mettiamo? Hanno contribuito a ridarci il sorriso, dopo il periodo più buio dal Dopoguerra a oggi; hanno detto al mondo intero che siamo un piccolo paese capace di fare le cose in grande come America, Cina e Russia; che siamo tenaci come i tedeschi; che siamo ligi al dovere come i giapponesi e per farla breve, che siamo proprio bravi, tra i migliori al mondo.

Proviamo a metterla così: ringraziamoli, facciamogli un applauso e, soprattutto, cerchiamo di essere come loro. E, ultima cosa: lasciamoli fare, che forse loro trovano il modo per salvare il nostro pianeta. Noi, ricordiamocelo, siamo stati bravi a distruggerlo.

     

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