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Per un altro miracolo come quello di Londra chissà quando, intanto la Juve ne prende 4

La pesante sconfitta della Juventus contro il Chelsea fa anche ben capire perché la famiglia reale saudita, dopo aver esplorato la Serie A, investe in Premier

E’ finito l’incantesimo. Ad aprire il quadrimestre dei bagni nell’oro era stata l’Italia del pallone, locomotiva azzurra di tutti gli sport. Poi, come al solito, il pallone si è ripreso la scena, mentre i campioni delle altre discipline si preparano per Mondiali assortiti e per le prossime Olimpiadi.

Non è andata com’era lecito sperare. L’Italia di Mancini è finita nel buco grigio dei ripescaggi (che bene non ci portano) mentre la squadra di club più amata dagli italiani, la Juve, ha appena subito una batosta memorabile in casa del Chelsea. Quattro a zero e addio primato nel girone, vale a dire la certezza di evitare le migliori quando, a febbraio, inizieranno gli scontri diretti.

Eravamo già scivolati nella periferia di “Football city” e ci eravamo illusi che il nostro calcio avesse ritrovato la centralità perduta attraverso la vittoria dell’Europeo. Invece, niente da fare, eravamo e siamo rimasti a chissà quante fermate dal centro. Il successo di Londra va classificato alla voce ‘miracoli’.

Il nostro pane quotidiano non è facile da masticare. Siamo rimasti indietro di un giro e continuiamo a guardare dal basso in alto la Premier League inglese con la frustrazione di chi sa bene che, prima di essere alla stessa altezza, passeranno gli anni e, probabilmente, i decenni.

Per capire che cosa hanno più di noi gli inglesi, è utile riassumere la cronaca che, di recente, ha tenuto in prima pagina gli inglesi del New Castle, club dal passato glorioso e dal presente anonimo. E’ stato ceduto al fondo Pif, Pcp Capital Partners e Rb Sports&Media che fa capo al principe saudita Mohammed bin Salman, di fatto proprietà della famiglia reale di Riad, una delle più ricche del pianeta.

Il retroscena, meno noto della transazione da 300 milioni di euro, è che gli emissari dello stesso fondo saudita (capitale sociale 400 miliardi di euro), prima di sbarcare in Premier per rilanciare un club non di primo piano, hanno scandagliato l’Italia del pallone, decisi com’erano a iniziare la loro avventura calcistica dalla serie A. Ebbene: dopo mesi di lavoro al riparo da indiscrezioni, hanno deciso di sottostare al severo listino dei prezzi imposto dalla Premier, perché da noi non hanno trovato “l’organizzazione e il rigore necessari a giustificare un investimento tanto imponente”.

La dichiarazione non è ufficiale, ma neppure è stata smentita, il che induce a domandarsi che cosa abbia indotto gli arabi alla fuga. Premier e Serie A sono ugualmente indebitate, ma in Inghilterra esistono i mezzi per ripianare i bilanci attraverso gli utili prodotti dal campionato, mentre in Italia se c’è una certezza è che alla fine di ogni stagione i proprietari devono, come si dice, ‘andare in tasca’ per riprendere, il giorno dopo, il conteggio delle perdite.

Per il calcio inglese stravede il mondo asiatico, che l’Italia non conquista per via delle lingua. Le telecronache sono in italiano e che sia Dazn o Sky, nessuno ha ancora trovato un sistema per renderle ascoltabili, quindi tradotte in simultanea ed essere vendute dall’altra parte del mondo. E sempre per via della lingua, la Premier ha seguito negli Usa, dove la serie A è, al contrario, un piacere di pochi intimi. Poi: in Italia non esiste una equa ripartizione dei diritti tv. Tanto alle prime, poco alle altre, il che rende il campionato sempre e comunque una faccenda tra le solite note. E ancora: il razzismo, gli stadi (vecchi e scomodi) mezzo vuoti, la fuga dei campioni più quotati e ancora: la tessera del tifoso, per frenare la violenza, i ‘tornelli’ per entrare allo stadio che creano file di persone che aspettano spesso sotto la pioggia di essere ‘scannerizzate’. Infine il Var, che doveva essere semplicemente un supporto tecnologico dell’arbitro e che si è trasformato in un’arma letale che, di solito, colpisce i più deboli a scapito dei più forti. Ovvero: se esiste un sospetto rigore a favore di una piccola squadra, l’arbitro di campo non va a vedere la ‘moviola’; se il sospetto rigore è a favore del grande club, l’arbitro di solito corre, manco fosse Marcell Jacobs, verso il monitor.

Se di fronte a tutto questo cadono le braccia a noi italiani, che alle storture abbiamo fatto il callo, figuriamoci a chi viene da un altro mondo, come il Principe saudita.

Questo, dunque, significa mancanza di organizzazione e di rigore. E questo spiega perché la vittoria dell’Italia di Mancini finirà per essere catalogata tra i miracoli. Se il serbatoio più prestigioso dal quale il Ct può attingere è quello juventino e se la stessa Juve ne prende quattro dal Chelsea, teniamoci cara la vittoria di Wimbledon della scorsa estate. Prima di vederne altre passeranno tante lune e passeranno altri Principi. Ma come quello saudita, non si fermeranno.

    

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