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In viaggio con il New York City FC: diario di una trasferta in finale con i tifosi

C'ero anche io a Portland per vedere la squadra di NYC vincere la MLS Cup ai rigori: la festa tra migliaia di tifosi per il primo trofeo della storia del club

La Major League Soccer non sarà la Serie A, ma è il campionato che siamo fortunati di avere qui

Negli ultimi sette giorni, mi è capitato di pensare troppo spesso a come ho passato lo scorso weekend. Smaltita la stanchezza, esaurito l’entusiasmo e presa in ostaggio dalla nostalgia di un’esperienza che difficilmente potrò rivivere, ho ripercorso le tappe del mio viaggio fino a Portland, in Oregon, per la finale di MLS Cup 2021.

È iniziato tutto domenica 5 dicembre al triplice fischio dell’arbitro per il 2 a 1 del New York City FC contro il Philadelphia Union. Poche ore dopo i gol di Maxi Moralez e Talles Magno e il coronamento a campioni della Eastern Conference di Major League Soccer (la massima serie di calcio nordamericana, divisa in due gironi su base geografica), in famiglia abbiamo seriamente discusso dell’opportunità di accompagnare i nostri beniamini a caccia del loro primo trofeo.

Io e mio marito ci siamo conosciuti nella tribuna stampa dello Yankee Stadium, dove a marzo 2018 ho assistito alla mia prima partita e cominciato a scrivere di NYCFC su queste pagine. Oltre a un nuovo amore, in pochi mesi la MLS mi ha regalato decine di amici e avventure accogliendomi tra migliaia di tifosi locali.

Dopo un’attenta valutazione dei pro e dei contro (i più significativi la variante Omicron e l’aumento dei casi di COVID-19), ci siamo decisi a non perdere questa occasione e abbiamo subito comprato i biglietti e pianificato l’itinerario. Non siamo stati gli unici: secondo stime ufficiose, oltre 2500 supporters del NYCFC sono partiti per sostenere il club nella supersfida contro i Portland Timbers, vincitori della Western Conference.

Venerdì sera: dall’aeroporto JFK a Portland 

Arriviamo al gate appena in tempo per l’imbarco. Di fronte a noi, la lunga coda di passeggeri del diretto Alaska Airlines New York-Portland è una marea blu-azzurro di magliette, cappellini, sciarpe e mascherine del NYCFC. Il nostro vicino del posto D, fila 24, è un tifoso in trasferta, così come quasi metà dell’aereo. Riconosciamo facce familiari, troviamo amici che non sapevamo essere qui e ci salutiamo con l’emozione di chi si sente unito da una missione comune. A bordo qualcuno intona cori da stadio, ma lo spegnersi delle luci silenzia presto le voci. Sono le 23:30 ora locale (le 2:30 del mattino sui nostri orologi) quando il capitano annuncia l’atterraggio e risveglia i nostri animi con un inaspettato: Good luck on your game!. 

I tifosi del NYCFC nel tram in viaggio dall’aeroporto di Portland (foto VNY)

In tram sembra di essere sulla linea 4 della metropolitana di New York durante una qualsiasi giornata di campionato. Le carrozze sono affollate di decine di assonnati fans del NYCFC che si scambiano un tam tam di brutte notizie: i nostri compagni sul volo Delta hanno subito un ritardo di oltre due ore e altri sono bloccati in uno scalo in Minnesota per una tempesta di neve e non riusciranno a essere a Portland in tempo per la partita. Tiriamo un sospiro di sollievo per essere qui senza intoppi e ci avventuriamo sotto la tipica pioggia del Pacific Northwest verso il nostro hotel.

Prima di appoggiare la testa sul cuscino e chiudere gli occhi, riceviamo il messaggio da Liza John, abbonata alla curva dal 2015. Sono le due meno venti e l’aereo Delta è finalmente atterrato.

Sabato mattina: la colazione all’hotel e la marcia verso il Providence Park

Il giorno più importante per il NYCFC si apre con una colazione all’hotel Courtyard organizzata dal gruppo di tifosi Third Rail e finanziata in parte dall’ufficio relazioni con il pubblico del club. “Scommetto che un sacco di persone rimarranno a letto”, ho pensato alzandomi.

Le centinaia di donne, bambini e uomini nella sala del ristorante alle 7:20 del mattino mi smentiscono immediatamente. Le caraffe di caffè vuote e i vassoi del cibo lucidati mi ricordano che non ho fatto i conti con la vera passione calcistica, quella che ti spinge oltre il sonno, il freddo e le calamità atmosferiche ad essere lì mentre la tua squadra del cuore entra nella storia.

La colazione dei tifosi all’hotel Courtyard prima della finale (foto VNY)

Tra i tanti volti noti intravedo Steve Fields, un altro abbonato alla curva e uno dei nostri testimoni di nozze. Steve era con noi durante il match di Philadelphia e aveva subito scartato l’idea di venire a Portland per la finale. Da bravo fidanzato, sapeva di dover rimanere in città per il compleanno della sua ragazza. Da brava fidanzata, la sua ragazza lo ha invece convinto a partire.

Armati di impermeabili e ombrelli, alle nove e mezza ci mettiamo in cammino per lo stadio dei Portland Timbers. Nella marcia verso il Providence Park in una downtown deserta, la musica delle percussioni e dei nostri canti echeggia tra le vetrine di negozi abbandonati e uffici chiusi per il weekend. Qualche passante ci saluta con sincera sportività, altri sbandierano sciarpe avversarie e ci danno il benvenuto a suon di “buuuuu”. Rispondiamo a tono. Non possiamo farci intimorire: ci sono solo novanta minuti tra noi e la coppa.

I tifosi del NYCFC in marcia verso il Providence Park di Portland (foto VNY)

Le immagini in diretta dall’Hammerstein Ballroom di Midtown Manhattan ci mostrano un pubblico altrettanto in trepidazione. Pur sulla costa opposta, sentiamo la loro vicinanza e urliamo ancor di più a squarciagola anche per chi non è tra noi.

La partita: Portland Timbers vs New York City FC

Ci sistemiamo nel settore ospiti. Sul lato opposto, alle dieci di mattina la curva dei padroni di casa è già piena di tifosi che hanno bivaccato al botteghino per accaparrarsi i posti migliori. Piano piano si riempiono tutti gli spalti per un sold out di 25mila biglietti. Siamo sovrastati in numero e abbiamo affrontato sei ore di volo, jet lag, ritardi, marce sotto la pioggia e piedi bagnati, eppure a tratti sono solo i nostri cori a sentirsi all’interno dell’arena.

In attesa dell’inno nazionale intonato dai Portugal. The man, gruppo musicale nativo di Portland, il vento miete una vittima illustre. Nonostante gli sforzi del personale di cerimonia, la riproduzione gonfiabile della MLS Cup si spezza in due al centro del campo e deve abbandonare il terreno di gioco. (se Portland fosse Napoli, gli ultrà avrebbero interpretato questa scena come un brutto presagio)

La coppa gonfiabile spezzata in due dal vento (foto VNY)

Poco dopo le 12:30 l’arbitro dà finalmente avvio alla finale. Nel NYCFC torna a disposizione e titolare dal 1’ lo “scarpino d’oro” e capocannoniere di stagione Valentin “Taty” Castellanos, l’argentino che nel 2021 ha regalato ai Boys in Blue 22 gol. È proprio lui ad aprire le marcature al 41’ sulla punizione battuta dal connazionale, l’ex Atalanta Maxi Moralez.

Alla ripresa i Timbers cercano il riscatto, ma le squadre patiscono le condizioni climatiche e il risultato resta sull’1 a 0 fino al recupero. Mancano venti secondi al termine e ho già spento il portatile per filmare gli ultimi attimi di gara e riprendere l’esplosione di gioia, quando sullo schermo dell’iPhone si materializza il mio peggiore incubo. La palla buttata nel mezzo alla disperata rimbalza su diversi corpi avversari prima di finire in maniera rocambolesca nella porta difesa dal nostro capitano. I giocatori del NYCFC reclamano un fallo in attacco per una gomitata su Maxime Chanot, ma l’arbitro non interviene e condanna i tifosi a trenta minuti extra di speranze e sofferenze.

Nei tempi supplementari la squadra di casa rientra in partita galvanizzata dalla rete allo scadere e si rende pericolosa in più occasioni senza però riuscire a sfruttare il rinnovato coraggio. I Timbers e il NYCFC se la giocano alla lotteria dei rigori, dalla quale il team della Grande Mela esce vincitore ripetendo il successo della semifinale di playoffs contro il New England Revolution.

Al decisivo tiro dal dischetto di Alex Callens, corriamo ad abbracciare i nostri amici al di fuori della tribuna stampa. Steve ha le guance rigate di lacrime e gocce di pioggia. Tra le cariche di fuochi d’artificio, i giocatori alzano la coppa e si presentano sotto la curva per ringraziarci. Come aveva promesso in caso di vittoria, coach Ronny Deila si toglie giacca, camicia e pantaloni e in mutande completa dieci flessioni sul conteggio e gli applausi dei fans. Il suo periodo al club del City Football Group non è stato privo di delusioni, ma oggi i tifosi hanno messo da parte le amarezze del passato e quegli striscioni Deila out (“Via Deila”) che chiedevano la testa dell’allenatore norvegese dopo oltre un mese senza vittorie ad agosto e settembre.

La festa con i giocatori all’Hilton Hotel

“Qualsiasi cosa accada, abbiamo tanto da festeggiare e i festeggiamenti sono sempre meglio in compagnia della grande famiglia del NYCFC”, spiegava l’email di invito alle celebrazioni post-partita.

Nella sala da ballo dell’hotel Hilton c’è ancora incredulità per il risultato, ma con l’entrata a sorpresa dei giocatori e della coppa ci rendiamo finalmente conto di non essere in un sogno. Circondiamo la squadra, la accompagniamo all’ingresso al grido di “Campeones! Campeones! Olè olè olè”. Ci godiamo questo calore prima di vedere i nostri eroi scomparire dalle porte sul retro, veloci come sono arrivati. Passiamo il resto della serata ad abbracciarci ricapitolando gli highlights del match, scambiando commenti sulla performance dei singoli e vantandoci di foto e selfie che abbiamo strappato ai ragazzi. Ci congediamo da chi è costretto a lasciarci così presto per prendere il volo di ritorno per New York.

Una domenica da campioni

Quando usciamo dall’hotel dopo ore di meritato riposo, il NYCFC è già tra le nuvole e Portland si sta lentamente risvegliando dalla sconfitta. Mentre eravamo ancora a letto i giocatori hanno fatto tappa a Pioneer Courthouse Square per le ultime foto e video sotto il monumento alla MLS Cup che i Timbers hanno conquistato nel 2015 e mancato appena ieri.

Mi immagino come sarebbe stata diversa l’atmosfera in centro se avesse vinto la squadra di casa. Forse avremmo visto meno volti lunghi e più magliette nero verdi. Forse non avremmo sentito cori del NYCFC in qualsiasi bar e ristorante nel quale siamo capitati durante la giornata. Penso anche a quanto sarebbe stato emozionante se avessimo guadagnato quattro punti in più in classifica e avessimo potuto disputare la finale allo Yankee Stadium, lì dove la squadra ha esordito proprio nel 2015.

Il ritorno alla normalità (con la prima stellina)

Quando atterro a New York, la realtà mi riporta velocemente con i piedi per terra. Lunedì pomeriggio è la scadenza per la presentazione della rosa e il NYCFC annuncia di non aver esercitato la clausola di estensione nei contratti di Jesus Medina, Juan Pablo Torres, Gudi Thorarinsson e Tony Rocha. Appena quarantotto ore dopo aver aggiunto la stellina al logo, dovremo dire addio ad alcuni dei protagonisti di questa impresa (il mondo del lavoro negli Stati Uniti è spietato anche per il calcio).

Questa notizia intacca solo in parte la mia felicità. Per il resto della giornata, non riesco a smettere di scorrere tweet e sospirare su ogni foto e filmato del match. Vorrei cominciare a scrivere questo articolo, ma ho paura di separarmi dai miei ricordi una volta messi sulla pagina.

Nelle stazioni della metropolitana di New York riappaiono le pubblicità degli abbonamenti stagionali allo stadio per sostenere i “2021 MLS Cup Champions”. Il mondo della politica inizia ad accorgersi di noi. Nei giorni a seguire, il NYCFC riceverà i complimenti da Joe Biden, Kamala Harris, Hillary e Bill Clinton. Il sindaco Bill de Blasio ha già organizzato i festeggiamenti al City Hall e i principali monumenti dello stato si colorano di blu per celebrare il nostro trionfo.

Mentre seguo la cerimonia sul canale Youtube del Municipio martedì mattina, rifletto su come un’accanita fan del Napoli e della Nazionale Italiana abbia viaggiato dall’altra parte del Paese per sostenere un club locale. Non mi è difficile trovare risposta nel weekend che si è appena concluso. So che la Major League Soccer è ben lontana dal livello agonistico della Serie A, che a parte qualche nome noto sulla via del ritiro è una lega di sconosciuti, che è ridicolo disputare partite in stadi di football americano o peggio di baseball, ma è pur sempre il nostro campionato. È il campionato al quale abbiamo la fortuna di aver accesso qui ed è il campionato che ci permette di prendere sulle spalle i giocatori quando vengono a festeggiare tra di noi invece di correre dritti ai loro party privati. In nessuna squadra italiana godrei dello stesso trattamento da tifosa e da reporter con il pass stampa.

 

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