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La legge (non) vale per tutti: Djokovic andrà agli Australian Open anche senza vaccino

Il serbo ha dichiarato di aver ricevuto un'esenzione medica, ma gli australiani e la stampa non l'hanno presa bene. In Victoria l'obbligo vaccinale è categorico

L'articolo sulla presenza di Djokovic pubblicato da un quotidiano australiano

Alla fine ha vinto lui: come sul campo, così anche fuori. Game, set and match, direbbe qualcuno. Novak Djokovic parteciperà agli Australian Open, il primo Slam dell’anno e lo farà senza vaccino, nonostante gli organizzatori, fino a qualche ora prima dell’annuncio, fossero stati categorici. Allo Slam dei canguri, nessuno potrà entrare senza puntura al braccio. Nessuno, tranne il numero 1 del mondo. 

Un’esenzione sanitaria arrivata in soccorso all’atleta dalla salute fisica più invidiata del circuito, che dei No-Vax è diventato una bandiera globale. Il motivo del permesso? Impossibile saperlo. Craig Tiley in persona, il direttore del torneo, ha confermato che “la ragione per concedere l’esonero dalla vaccinazione rimane privato, tra il panel e il richiedente”.

Tra il serbo e il vaccino anti Covid-19 i rapporti non sono mai stati buoni. Già nell’aprile 2020 Djokovic si era detto contrario: “Personalmente non sono favorevole ai vaccini – sentenziava – e non vorrei che qualcuno mi obbligasse a vaccinarmi per poter viaggiare. Se diventasse obbligatorio dovrei prendere una decisione”. La decisione alla fine l’ha presa: chiedere una deroga. Deroga che puntualmente è arrivata. 

Novak Djokovic – Ansa

Dall’organizzazione fanno sapere che ci siano due gruppi medici incaricati di valutare qualsiasi domanda in maniera anonima, senza cioè sapere chi sia il richiedente. Come ricorda però Roberto Burioni, in Australia i motivi per essere esentati dal vaccino sono pochi e molto chiari: reazioni allergiche o gravi effetti collaterali dopo prima dose, sofferenza medica acuta, malattia cardiaca infiammatoria recente. 

Il primo caso non sussiste, perché Djokovic si è ripetutamente dichiarato come “non vaccinato”, mentre negli altri due è difficile pensare che, nel caso fossero accertati, sarebbe possibile giocare un torneo di due settimane al meglio dei 5 set con le bollenti temperatura dell’estate australiana. 

Già nel 2017 Djokovic si era opposto alla soluzione medica di un problema che lo riguardava. All’epoca il trauma era al gomito e, per risolverlo, gli era stato proposto un intervento chirurgico. “Non sia mai”, aveva tuonato Nole, che per quella decisione ruppe anche il rapporto con l’allenatore Andre Agassi. Optò per metodi alternativi, fino a quando si accorse che le cose non stavano andando come sperato. Alla fine si affidò ai medici e finì sotto i ferri. 

Novak Djokovic e Andre Agassi – Ansa

George Orwell nel 1945, tra le pagine del suo La fattoria degli animali, scriveva: “La legge è uguale per tutti, ma per alcuni è più uguale degli altri”. Sembra proprio questo il caso.

Di certo c’è che gli australiani, e la stampa locale con loro, non l’hanno presa benissimo. “You must be Djoking”, scrivono a caratteri cubitali. “Siamo stati in lockdown per molti mesi per proteggere il nostro Stato – scrive al The Age un lettore – ma a quest’uomo è permesso entrare solo perché è un giocatore di tennis con i soldi. Questa è la cosa più offensiva che il governo di Victoria e Tennis Australia possano fare”. 

Australian Open Tournament Director Craig Tiley – ANSA/EPA/MICHAEL DODGE

In effetti, in Australia il vaccino è indispensabile praticamente per uscire di casa. Sono obbligati a farselo, ad esempio, i ragazzi dai 12 anni in su che giocano a tennis settimanalmente. 

Lo sbarco di Djokovic in Oceania coincide tra l’altro con il record di contagi registrato in Australia nelle ultime 24 ore: 47.738 casi, per la maggior parte riconducibili alla variante Omicron. 

Il premier dello Stato di Victoria, Dan Andrews, è sempre stato rigoroso circa le procedure per l’ammissione degli atleti attesi sul suo territorio: “Al virus non importa quale sia la tua classifica – aveva dichiarato – o quanti Slam hai vinto in carriera”. 

Forse al virus no, ma a loro, in fin dei conti, evidentemente un pochino sì.

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