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Le storie di quegli ebrei d’Italia che si salvarono dall’inferno dei lager

Il libro "Salvarsi. Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945 " di Liliana Picciotto presentato al Consolato Generale d'Italia di New York

Sala gremita alla presentazione del libro di Liliana Picciotto presso il Consolato Generale d'Italia a New York.

Il volume edito da Einaudi di Liliana Picciotto presenta un punto di vista radicalmente nuovo della narrazione sull'Olocausto. Un'opera frutto di più di 10mila interviste, che mettono al centro le vittime e, soprattutto, quell'oltre 81% di ebrei italiani sfuggito alla furia nazista

Nonostante gli appelli dell’Unione Europea e delle comunità ebraiche, lo scorso 6 febbraio il presidente Andrzej Duda ha firmato la controversa legge sull’olocausto,  che prevede fino a tre anni di reclusione per chi asserisce il coinvolgimento di cittadini polacchi nella persecuzione degli ebrei. Il provvedimento, approvato dal parlamento pochi giorni prima, ha provocato le accese proteste di Israele e suscitato le ire degli Stati Uniti. Tra le critiche generali, il governo di Varsavia si è giustificato replicando che nessuna nazione si è distinta quanto la Polonia per aver aiutato gli ebrei durante la guerra. Ma perché negare una realtà storica, pur dolorosa? Perché commemorare soltanto i “giusti tra le nazioni”, senza parlare di chi è riuscito a salvarsi?

Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945 è appunto il titolo dell’ultimo libro di Liliana Picciotto, edito da Einaudi. Presentato lunedì sera al Consolato Generale di Italia a New York, il volume propone un punto di vista radicalmente diverso rispetto alla tradizionale narrazione della Shoah e della sopravvivenza. Come chiarisce l’autrice nel corso della serata, l’opera è il frutto di più di diecimila interviste che riaccendono i riflettori sulle vittime e su come più dell’81% dei 30,000 ebrei, presenti in Italia al momento dello scoppio del conflitto mondiale, sia riuscito a sfuggire alla furia nazista.

Dopo una breve introduzione del Console Francesco Genuardi, è la direttrice del Centro Primo Levi, Natalia Indrimi, a sottolineare alcuni degli aspetti più innovativi di “Salvarsi”: la profonda attenzione al contesto storico di riferimento, l’abbandono del discorso morale o politico che ha caratterizzato i pochi studi sulla sopravvivenza finora prodotti, il coraggio di ribadire che non esiste solo il male e il bene ma tante zone d’ombra offuscano persino le storie dei “giusti”.

Con l’armistizio del 1943 e con l’occupazione tedesca, quale destino attendeva gli ebrei in Italia, già umiliati dalla promulgazione delle leggi razziali e adesso in pericolo di vita? “Lo stato di diritto dovrebbe proteggere i cittadini, ma gli ebrei si trovavano in quel momento nella situazione opposta, costretti a rimanere al di fuori della legge”, spiega Liliana Picciotto. In clandestinità, gli ebrei reinventarono completamente il loro modo di vivere: c’è chi si trasferì e cambiò indirizzo; chi si procurò carte di identità false corrompendo i funzionari pubblici con il poco denaro a disposizione; chi educò i propri figli a imparare dei nuovi nomi cristiani e a ripeterli più volte per essere convincenti. C’è anche chi salutò per sempre i familiari più anziani per potersi spostare da un luogo all’altro più rapidamente. Le possibilità di salvarsi dipesero dal contesto, dallo status sociale, dalla generosità degli amici e dei vicini, dalla località in cui si era inseriti, dal rapporto con le parrocchie locali, dalle capacità di autocontrollo, e da tanti altri fattori esaminati dall’autrice.

“Questa ricerca è così estesa, sorprendente… Difficile da descrivere in soli dieci minuti”: secondo Susan Zuccotti, relatrice della conferenza, Liliana Picciotti ha avuto il grande merito di raccontare ai lettori le storie spesso dimenticate di donne e uomini ebrei che contribuirono a nascondere e mettere in salvo altre vittime. La storica americana non risparmia però delle critiche alla tendenza diffusa di inventare nuovi eroi e di esagerare le gesta di quelli già conosciuti nella memoria collettiva. Susan Zuccotti conclude il suo intervento con un’unica nota di biasimo (“Avrei sperato di vedere maggiori approfondimenti sulle controversie legate a questo tema”) e, pur apprezzando comunque lo spirito positivo del progetto, mette in guardia sul rischio di trascurare i “carnefici” a favore della cosiddetta “buona gente”.

Mordechai Paldiel – storico ed ex direttore dell’ Institute Of The Righteous allo Yad Vashem – prende la parola per ultimo e chiude l’evento con delle importanti riflessioni per gli spettatori. Il professore dello Stern College cita i paradossi di Guelfo Zamboni e Giorgio Perlasca, il primo esponente del regime, il secondo simpatizzante fascista, che portarono in salvo centinaia di ebrei al di fuori dell’Italia. Parla della sua esperienza personale, quando con la famiglia riparò a Grenoble in un momento di relativa “quiete prima della tempesta” per gli ebrei perché l’area era amministrata dalle truppe italiane. Paldiel applaude alla creazione dello Stato di Israele e si chiede se, e cosa sarebbe cambiato se gli ebrei avessero avuto un loro focolare prima dell’ascesa al potere di Hitler.

L’immenso lavoro di Liliana Picciotto non sarebbe stato possibile senza il sostegno della Andrew Viterbi della Viterbi Family Foundation. Parlando alla platea all’avvio della conferenza, un Viterbi visibilmente emozionato si era augurato che le generazioni future potessero imparare molto da questo libro.

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