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Nella Subway, dove non sei mai sola ma tra newyorchesi che sbuffano e sorridono

I treni, le fermate della subway e la giungla newyorkese: gioia e incubi di un cammino che non si esaurisce mai

Coney Island, a Brooklyn, vista dalla Subway (Foto Francesca Colosi)

A New York ci si libera perché si guarda con altri occhi, i propri, certo, ma rinnovati nella loro capacità di osservare e percepire

Il treno, i treni. Certo è una fortuna che qui a New York io possa mettere in pratica quel progetto di libertà, o meglio, di liberazione, a cui ambivo. Era la mia necessità. Un periodo tutto per me che ormai è diventato ciclico. Io e lei, io e New York. Ecco cosa fare qui e, i treni, dicevo, ti aiutano ad andare di qui e di là giorno e notte senza dover guardare l’orologio. Funzionano sempre, ventiquattro ore su ventiquattro.

Tiro fino a tardi a Washington square perché mi voglio godere l’ultimo minuto di stravaganza: qui la stravaganza è vera o presunta…

Note rap e free style. I versi improvvisati su una macchina da scrivere appoggiata su una cassetta della frutta, manifesti di protesta, e una biondina che mi invita a parlarle dopo aver rigorosamente messo il telefono in tasca. Ecco, la sua vita e la mia vita condivise per un attimo gurdandosi in faccia.

Gli stuntmen afroamericani che si tuffano nell’aria al di là delle foglie di tigli e petali di grosse margherite, e quel pianoforte sotto il grande arco. Poi lascio il parco, ma non voglio andarmene a casa, non posso, perché nel frattempo l’adrenalina è in circolo e tutto vibra dentro di me. Piangerei, ora, se fossi costretta a tornare alla vita di sempre! E sai come? Come piangono i bambini che vengono costretti ad andare a letto. Questa è New York, il suo effetto.

Vedo il campetto da basket a ridosso del parco, si gioca ancora, e anche il movimento della palla che vuole infilarsi nel cestino diventa nuova musica. Sî, nuova musica per me che non ho mai amato lo sport. Ma è il nuovo, è il nuovo l’elemento che aiuta il processo di liberazione. A New York ci si libera perché si guarda con altri occhi, i propri, certo, ma rinnovati nella loro capacità di osservare e percepire. New York mi aiuta e io per questo la amo.

I treni. Ritardi e ritardi e ritardi. Gente che entra dal tornello da cui sto uscendo. Qui è così. E gente che esce dal tornello attraverso cui io voglio entrare. Così, io, loro, tutti, siamo costretti ad uno sguardo veloce e complesso: io esco di qua e dunque tu entri di lì, va bene? Un incrocio di intese che si fa intuito e a volte sorriso. A New York sono tanti quelli che sorridono, giuro.

Il treno. I treni. Un treno, mille treni…

Locali, espressi, color argento e la bandiera Americana stampata sopra. Lenti, bloccati, vecchi e traballanti. E poi ci sono quelli che non capisci dove si fermano e, in questo caso, neanche i newyorkesi a volte riescono ad orientarsi: treni espressi fino a un certo punto, e locali da quel punto in poi. E che dire di quelli che dovrebbero andare a sud ma segnalano sulla loro finestra la direzione opposta? Sarà una segnalazione scorretta, mi domando, o sto sbagliando io?  Spesso, è proprio il treno a sbagliare! Be’, io salgo su e mi affido al tempo che qui non finisce. Tanto, dentro un treno newyorkese, non sei mai da sola. Ci sono le esistenze, quelle che si lamentano e quelle che sbuffano, quelle che cantano e quelle che vorrebbero mandare tutti al diavolo. Sulla banchina, un chiosco di caramelle e patatine che non chiude mai, bottigliette accatastate, snack confezionati, biglietti della lotteria sovrapposti uno sull’altro. Il venditore con la testa china e gli occhi chiusi.

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