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Scambiarsi case, vite: il segreto della mia passeggiata liberata a New York

Lo scambio di un appartamento e l’ingresso in una vita che non è la tua: ecco a voi i miei alloggi liberati nella Grande Mela

La libertà è un impegno, va conquistata a fatica. Per mantenermi libera, ho scambiato appartamenti. Io cedo casa mia a chi vuol trascorrere un periodo in Italia, e colui o colei a cui ho ceduto casa, lascia la propria. Ecco, c’è qualcuno che, mentre io esploro una vita, esplora la mia, vive tra i miei oggetti e le mie pagine

“Oggi sul bus eri seduta di fronte a me”, mi dice una signora al Whitney museum. Lei è alta, sottile, e indossa un cappello chiaro a falde larghe. È vero, ci siamo riconosciute, e una si è avvicinata all’altra. Ho interpretato quel gesto, come un gesto di apertura e libertà. Tu che ti muovi da sola come me e vedi, osservi, ricordi chi hai incontrato lungo il tuo cammino.

La libertà è un impegno, va conquistata a fatica. Ho una vita di lavoro e pochi soldi, appartengo alla classe media, io. La libertà è un polmone che va curato, un campo che va coltivato, un affetto da non abbandonare. Sono la classe media, e New York non è per tutti se ci vuoi stare a lungo.

Soldi a parte, ho scambiato un appartamento. Ecco come sono arrivata qui e ci sono rimasta per una prima lunga estate. Poi un secondo appartamento invernale, poi un’altra lunga estate e un terzo appartamento e ancora un quarto.

Nell’ordine ho vissuto nell’East village, nel Queens, ad Harlem e a Park Slope a Brooklyn. Cos’è esattamente questo scambio? Me lo chiedono spesso in tanti, anche i newyorkesi con i quali chiacchiero tra le panchine del Central Park, vecchi e nuovi amici e pure avventori della mia panchina per una sola ora.

Io cedo casa mia a chi vuol trascorrere un periodo in Italia, e colui o colei a cui ho ceduto casa, lascia la propria. Ecco, c’è qualcuno che, mentre io esploro una vita, esplora la mia, vive tra i miei oggetti e le mie pagine. Nella mia prima casa newyorkese sentivo l’odore di un’insalata, pomodori sfatti e lattuga marcia dimenticati in frigorifero da chi occupava quel luogo prima di me. 

Cosa mangia la persona che mi ha prestato il proprio appartamento? Chi è? È Ivy, quella che oggi è sorella a New York, la bella Ivy che come me viaggia da sola e si libera tra strade nuove di paesi nuovi.

E poi ci sono stati gli altri scambi. Con quello con casa di Brandon, casa di Tona, e casa di Mary Ann. New Yorker di New York Brandon, New Yorker colombiana Tona, New Yorker di origine italiana Mary Ann. Case, vite, quartieri, abitudini. Scambi una casa e scambi un po’ la tua vita con quella dell’altro o, quantomeno, ne scambi almeno un pezzetto: vedi libri che non hai letto, strumenti musicali che non sai suonare, un Buddha di fronte al quale non ti sei mai inginocchiata. Ecco come sono entrata in questa città. Mail a mandate ad americani che potessero diffondere il mio desiderio di evasione ed è arrivata la prima risposta da chi, come me, voleva andare, scambiare e cambiare.

Così ti domandi, poi: perché Brandon vive nel Queens? E perché Ivy è nel East Village? Questione di gusti, questione di soldi… Quartieri così diversi, anche dentro se stessi. Quartieri che a volte si presentano con dolcezza, altre volte con un suono insistente, un fastidioso e ininterrotto rullo di tamburi che è anche musica per innumerevoli topi che qui a New York attraversano i marciapiedi come se nulla fosse. Penso a quella parte di Astoria che vive sotto l’autostrada. Penso a chi vive sotto un ponte con un valigione pieno di non so cosa.

Eppure, nella perdizione, qui è facile sfidare l’anonimato e, magari per una volta, trovare la propria identità. Bisogna essere soli però, bisogna procedere nel coraggio di andare per intere settimane senza alcun accompagnatore che sia sempre lo stesso: soli o con compagnie che si rinnovano. Questo è lo scopo della passeggiata liberate.

Una passeggiata liberate a New York come a San Paolo del Brasile o nel bel mezzo della foresta Amazzonica. Solo così quell’io nascosto dentro ognuno di noi, si libera dalla prigionia della routine, non nascondendosi, ma aprendosi. Poi, il ritorno alla routine, non sarà più lo stesso. A quel punto ci si sarà liberati dall’atrofia dell’immaginazione. Ripenserò ai topi che mi hanno tagliato la strada sulla 8th Avenue, o a Jude che mi ha fatto e venduto un ritratto dentro il vagone di un treno.

L’immaginazione maturata da un cammino vero, farà di me e di colui che vuole andare, un individuo che non si fa più tradire dalla coercizione del lavoro o della religione. Chi si libera, si libera per sempre. Grazie New York, mio grande amore.

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