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Come New York mi ha insegnato a liberare il mio cammino

Quando si impara a liberare il proprio cammino, non si torna più indietro. Si procede col cuore che rimane disponibile, e i soliti luoghi non sono più i soliti

Passanti camminano nella metropolitana newyorkese.

Mentre penso a quante volte New York mi sia sembrata proprio stronza (il sole cocente e all’improvviso la tempesta, le sirene assordanti, mille matti che parlano da soli nel raggio di pochi chilometri, per esempio dal Flatiron all’Empire, e altri pazzi tra le orde di turisti), penso anche a quel gesto, quel dito che mi indica e quelle labbra che fugacemente mi baciano

Un luogo ideale è anche un luogo della mente. Rimane dentro di noi anche quando si è lontani.

Hai teso l’indice verso di me. Tiravi fuori la mano dalla finestra di un taxi mentre la pioggia si divideva in grossi cristalli. L’acqua sbatteva contro la vetrina del negozio in cui mi stavo riparando, un negozio che vendeva gemme di ogni misura, colore, trasparenza o opacità. Ero con la mia amica Ivy, l’amica che, giorno dopo giorno, amore dopo amore, è diventata una sorella. Ivy Wolf Turk, la psicologa newyorkese con cui ho fatto il mio primo scambio d’appartamento, quello scambio di case che ci ha fatte conoscere. Da lì ho cominciato a liberarmi e librarmi tra le strade di New York, dalle traverse di Adam Powell Avenue, a quelle della Quinta strada di Park Slope. Da Red Hook col suo pier da cui partono i water taxi, a Washington Heights in cui si trova la casa più vecchia di New York: la mansion che racconta un pezzo di rivoluzione americana.

Ero con la mia amica Ivy dicevo, lei che, come me, ha cominciato a creare un suo luogo ideale. Lei ha scelto l’Italia, i laghi del nord e anche Milano: qui Ivy ha liberato la sua passeggiata prima di rientrare, dopo un mese, nella sua casa newyorkese.

Ero con lei quando tu hai teso l’indice, poi sei sceso da quel taxi, nella quattordicesima strada, a est, sei entrato nel negozio di gemme e mi hai dato un bacio sulla guancia. Un attimo, poi sei risalito in macchina.

Mentre penso a quante volte New York mi sia sembrata proprio stronza (il sole cocente e all’improvviso la tempesta, le sirene assordanti, mille matti che parlano da soli nel raggio di pochi chilometri, per esempio dal Flatiron all’Empire, e altri pazzi tra le orde di turisti), penso anche a quel gesto, quel dito che mi indica e quelle labbra che fugacemente mi baciano. 

Penso a tutto questo mentre la vita mi richiama all’ordine e all’ordinarietà, penso a tutto questo col cuore che pulsa e gli occhi che non smettono di osservare. Continuo a sentire tutto quello che non muore nella memoria, e neanche durante il cammino che mi conduce al lavoro.

Quando si impara a liberare il proprio cammino, non si torna più indietro. Si procede col cuore che rimane disponibile, e i soliti luoghi non sono più i soliti. Ormai lo so. I soliti luoghi cambiano e anche il modo di incontrare gli altri cambia: si impara, senza sforzo, ad ascoltare chi, fino a qualche tempo prima, era un estraneo. Forse si impara anche a baciare un estraneo, così, senza troppa titubanza. Proprio come quella volta sulla quattordicesima a est, mentre l’acqua si raccoglieva in grosse pozzanghere, il fango si accumulava tra gli argini dei marciapiedi, e Ivy cercava una pietra preziosa da regalarmi.

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