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New York, la città degli incontri che ti porterai nel cuore

Gli incontri sono quasi sempre fugaci a New York ma, a volte, possono essere forieri di informazioni curiose e bizzarre

Salvatore di spalle, a una fermata della metro.

Quando finisci di fare le tue pizze nel ristorante italiano in cui lavori tu, Salvatore, preferisci andartene al mare o restare nella tua zona. Preferisci fermare un viandante, me per esempio, e chiacchierare senza sosta della New York che ami di più. Parli anche della vita che avevi prima che tua moglie morisse

Salvatore, in un modo o nell’altro, ci provi sempre e mi fai ridere. Mi hai vista in attesa di un autobus la prima volta. Ero vicino al Barclay Center a Brooklyn, quel progetto architettonico meraviglioso col grande tetto bucato e a forma di uovo. Luogo di partite di basket e concerti.

Ti sei avvicinato per dirmi che mi consideravi bella, anzi bellissima, ti sei corretto dopo. Ti ho ringraziato e hai riconosciuto il mio accento. Mi hai detto di chiamarti con quel nome tipicamente italiano, tipicamente meridionale, e hai balbettato due parole usando l’idioma dei tuoi nonni. Salvatore, sei diventato una specie di incubo! Ti trovo dalle mie parti, qui dove vivo al momento, tutte le volte che rientro a casa.

‘Devi venire a ballare l’house music con me’ mi dici. Oppure vuoi che cavalchi l’onda a Ocean Beach in tua compagnia perché ti piace il surf e ti piace il mare mosso. La notte mi segui fin dentro il negozio cinese che vende frutta e fiori aperto 24 ore su 24, quel negozio che si trova in un angolo di strada e che collega Park Slope a Gowanus. Quante trasformazioni qui! Gowanus, il quartiere industriale di Brooklyn che sorge tra i canali e che sta diventando la nuova Williamsburg.

Mi segui anche fin dentro il negozietto del ragazzo yemenita, quello che vende caffé e tabacco e, lì dentro, inauguri una discussione italo-arabo-americana.

Bè, diciamo che eri il mio incubo, caro Salvatore, perché adesso sei un amico e sei il mio vicino di casa. L’amico inoffensivo che mi informa sulla storia del mio attuale quartiere. Mi racconti di quando Brooklyn, proprio da queste parti, era piena di mafiosi italo-americani. Mafiosi che gestivano la zona, bar, ristoranti, case, tutto.

Tu sei nato qui e hai seguito l’evoluzione di questa parte della città. Una volta era a uso e consumo di drogati e alcolizzati, dici, e adesso è a uso e consumo di famiglie della migliore middle class newyorkese. Qui vedo belle coppie di giovani che sorridono, vedo i loro bambini che vendono cookies sui marciapiedi. Hanno bancarelle semplici e ingentilite da fiori freschi, oppure espongono pietre dipinte a mano.

Vedo atelier artistici per piccoli Picasso e vedo ancora bambini che escono da casa in costume per andare verso la piscina del Pier 6: ora lo sguardo si dirige verso lo skyline più dolce della città.

Oppure le famiglie arrivano al Pier 6 per raggiungere la picnic area, con i bracieri che in estate sono sempre in azione. Ah, che delizia la vita all’aria aperta! E che buon profumo di arrosti vari…

Da qui, amico mio, ho passeggiato fino al quartiere mondano di Dumbo e fino al ponte fatto con l’acciaio e i cavi che raccontano la fitta storia di New York. Fino a Dumbo, si’, anche se a te quel quartiere non piace. Troppo chic, dici.

Quando finisci di fare le tue pizze nel ristorante italiano in cui lavori tu, Salvatore, preferisci andartene al mare o restare nella tua zona. Preferisci fermare un viandante, me per esempio, e chiacchierare senza sosta della New York che ami di più. Parli anche della vita che avevi prima che tua moglie morisse.

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