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New York e l’incanto delle sirene: e io ritorno, come Odisseo

Dopo un inverno in Italia, mi appresto a tornare nella città dei sogni e delle rivoluzioni. La città che ha dato il via alla mia passeggiata liberata

Ripenso all’oceano e a tutta l’altra acqua che bagna New York, all’incanto delle sue sirene di fiume, quelle che mi sembrava di vedere tra i ciuffi bianchi dell’Hudson increspato e tra le onde grigio azzurro dell’Atlantico: “la solida nave rapidamente arrivò all’isola delle sirene. La spingeva un vento propizio. Subito dopo il vento cessò. Successe una calma senza bava di bufera, un dio assopiva le onde!”

Ci sono i momenti dell’ordinarietà. È giusto così. E quelli della contestazione, e anche questi sono giusti e doverosi, soprattutto se sbocciano con la semplice attività di una passeggiata nella città dell’eterna adolescenza.

Questo è il racconto che viene prima della partenza. Sto tornando nella giungla, tra l’umanità diversificata, e mi sento un po’ come Odisseo.

Non esistono molti quadri che raffigurino New York, pensavo oggi, forse perché è poco antica o forse perché è più strabiliante di un’enorme catena montuosa. La sua linea portentosa la rende troppo-poco fotogenica. Troppo o poco? È talmente splendida da poter causare disagio. Da dentro è una città che si vede poco, e dall’alto non è sempre facile immaginare il suo inizio e la sua fine.

Si passeggia con gli occhi, in questa città mai cupa, sempre giovane e ben vestita. Giovane anche tra i meno giovani che qui sono costretti all’eterna adolescenza: la cultura afro ha portato la musica, la sonorità destinata a tutte le età, quella che fa ballare ventenni e novantenni. Gli afroamericani, alla fine, hanno fatto e fanno le mode. Hanno un gusto favoloso e sono loro a colorare New York tra le vie. Sono vestiti in modo sincero ma anche vezzoso. Non importa niente, a questi newyorkesi, delle regole piccolo borghesi. Quelle magliettone, quei cappucci e quei giubbotti di poco prezzo che poi diventano un must. Viene voglia di imitarli.

Nel bene e nel male, a New York senti sempre la rivoluzione, la rivoluzione intesa come svolta, rinnovamento continuo.

A volte è importante fermarsi, e tornare al passato è persino necessario. Altre volte i piedi, invece, comandano il cuore, e si riconnettono agli occhi e al cervello. Occhi pensanti. Ecco. Passeggiare, adesso. Passeggiare, andare avanti!

Io, come te che leggi, ho vissuto un altro inverno. Mi sento come Odisseo, dicevo, che torna, sì, e che, assistito da un’ancella, lascia i panni del mendicante e si lava. Poi indossa le sue vesti regali.

Anch’io mi riproporrò con vesti speciali, con tessuti leggeri, freschi e svolazzanti. Mi ripresenterò alle amiche americane, quelle che, come me, si liberano spostandosi. La passeggiata si libera in solitaria, e poi con l’avvicinamento a chi sa andare. Europa-America-Africa-Oceania-Asia. Probabilmente mi vedranno diversa, nuova rispetto a come mi hanno vista in Italia. In Italia dove le mie passeggiate sono ridotte e spesso circoscritte alla mente, ma pur sempre necessarie.

Poi vorrò mischiarmi a tutte le razze, e vorrò essere dentro nuovi gruppi umani che hanno lo stesso fondo, lo stesso sistema: quello dell’assimilazione.

“Ben so qual eri quando tu partisti d’Itaca sulla nave a lunghi remi!”

Ripenso all’oceano e a tutta l’altra acqua che bagna New York, all’incanto delle sue sirene di fiume, quelle che mi sembrava di vedere tra i ciuffi bianchi dell’Hudson increspato e tra le onde grigio azzurro dell’Atlantico: “la solida nave rapidamente arrivò all’isola delle sirene. La spingeva un vento propizio. Subito dopo il vento cessò. Successe una calma senza bava di bufera, un dio assopiva le onde!”

Sto tornando.

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