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I sopravvissuti all’Olocausto non moriranno di Covid a Brooklyn: già vaccinati 330

Durante la guerra ci si poteva nascondere; oggi il virus ti raggiunge ovunque. Tra dolore e morte, le storie dei sopravvissuti che continuano a sperare

Un anziano ebreo a New York City (wikimedia.commons)

La sopravvivenza è faccenda seria, soprattutto quando il fardello della memoria è pesante, crudo, nel contempo indispensabile. Ci sono uomini e donne che conservano ricordi atroci. Dolore. Morte. Uomini e donne ormai anziani, sopravvissuti della Seconda guerra mondiale, vivi nonostante l’Olocausto. Il Gothamist racconta una storia che li riguarda.

Brooklyn, quartiere di Bensonhurst. Qui c’è l’Edith and Carl Marks Jewish Community House. Un luogo che oggi ci parla di speranza perchè è proprio qui che giovedì per 330 sopravvissuti all’Olocausto sono cominciate le vaccinazioni anticovid. Sono centinaia le persone contattate dal “J”, così viene chiamata la Casa della Comunità ebraica. La maggior parte degli anziani coinvolti nel progetto ha origini russe, ed è stato un lavoro immenso non soltanto quello per contattare i sopravvissuti, ma anche il reperimento di interpreti e dei vaccini Moderna, e poi i trasporti, e la realizzazione vera e propria di un hub. Tra i primi destinatari del vaccino c’è Alexander Milman. Ha 84 anni e vive nel quartiere. E’ stato in un campo nazista durante la Seconda guerra mondiale. Con lui c’era sua moglie Agnessa, che l’anno scorso ha visto il cognato morire di Covid. I figli della coppia hanno spinto i genitori a prendersi cura l’uno dell’altra anche sostenendosi in questa delicata fase della vita. Così Agnessa ha detto che prima di fare qualsiasi cosa aspetterà la seconda dose di vaccino. Il desiderio di normalità è forte, ma la prudenza lo è altrettanto.

Tra i sopravvissuti a un campo di concentramento che hanno ottenuto la prima dose di vaccino c’è anche una donna di 98 anni, che aveva tentato altre strade, ma che è riuscita a prenotarsi solo al J. Non ha voluto essere citata, ma ha raccontato di come la sua vita fosse cambiata da un momento all’altro. La pandemia non le ha più permesso di vedere suo nipote, aveva così paura del virus da evitare non solo i negozi, ma anche le visite mediche. Ed ancora. E’ stato vaccinato insieme alla moglie Mara anche il novantenne Zoltan Matyash. Insieme sperano che anche altri seguano lo stesso percorso.

Illustrazione di Antonella Martino

L’hub presso il J di Brooklyn è diventato realtà grazie alla UJA Federation di New York. E’ un’organizzazione filantropica ebraica, che ha collaborato con Mobile Health, fornitore di cure professionali. Ma se giovedì c’è stato questo grande primo passo, con 330 sopravvissuti vaccinati, va detto che ci sono altre 700 persone in lista d’attesa. Ad oggi, a New York, non c’è un programma di vaccinazioni per gli anziani costretti a casa.

Il sindaco di New York, Bill De Blasio, ha detto che ci sarà un grosso sforzo per far si che tutti i sopravvissuti dell’Olocausto possano essere vaccinati. L’intento, ha aggiunto, è quello di collaborare con i referenti della Jewish Community Relations Council di New York per aiutare questi newyorkesi che hanno provato tanto dolore, ma che con la loro perseveranza aiutano a sperare. Lo dimostra la storia di Svetlana Danilova, residente a Brooklyn, fuggita dall’ex Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale. La famiglia di Danilova, storica e giornalista, fuggì dai nazisti quando lei era solo una bambina. Durante la guerra ci si poteva nascondere da qualche parte, ha detto, oggi no: il virus ti raggiunge ovunque.

 

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