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Una quasi “gringa” a NYC e la vaccinazione per tutti nel solito sistema per pochi

I dati aggiornati al 16 marzo dicono che il 56% della popolazione a cui è stata somministrata almeno una dose di vaccino è bianca. Un dato che spiega molto

Le file per la vaccinazione al Javitz Center di Manhattan (Foto di Terry W. Sanders)

Nonostante la posizione dei centri vaccinazione che vengono aperti dipenda dalla demografia, la popolazione bianca ha più accesso all’informazione e alla tecnologia... In queste settimane, ho parlato soprattutto con persone nere e ispaniche. Molti anziani e operatori sanitari hanno già fatto almeno una dose. Ma tra tutte le conversazioni avute sul vaccino con chi non l’ha fatto, due mi hanno colpito maggiormente. Da una parte, le teorie complottiste. Dall’altra, la difficoltà nel navigare il sistema sanitario e quello delle vaccinazioni. 

Nei giorni liberi, lavoro come canvasser per un’organizzazione contrattata dalla città di New York per implementare il programma di Test and Trace Corps nei quartieri più marginalizzati, distribuire materiale essenziale per contrastare il contagio, raccogliere dati sulla propensione della popolazione a prevenirlo e a vaccinarsi, e a fornire informazioni sui servizi locali accessibili. Lavoriamo soprattutto nel Bronx, a Brooklyn, e Washington Heights. Per me, l’importanza di questo progetto va ben oltre i singoli compiti che svolgiamo. 

Ieri ero a Washington Heights. Mi sono posizionata all’incrocio tra la 179th Street e Fort Washington Avenue, di fronte alla Iglesia Santa Cruz. Il mio compito era quello di distribuire mascherine e volantini con numeri e siti web utili, fornire informazioni sulla vaccinazione e sui tamponi. Ieri, come ogni giorno da circa un anno, la Iglesia Santa Cruz organizzava la distribuzione di cibo per chiunque ne avesse bisogno. Le persone aspettavano in una fila ordinata e interminabile.

Per non rendere la mia presenza e le mie domande inopportune, mi sono messa con piacere ad aiutare le persone più anziane a raccogliere i beni di cui avevano bisogno e, nel mentre, chiacchierare. Ah, m’hija, yo pensé que eras gringa! Cuidate mucho! (“Ah, figlia mia, io pensavo fossi gringa! Prenditi cura di te!”), mi ha detto una delle signore con cui ho parlato. 

Sono una donna europea bianca e immigrata legalmente, ho il privilegio di avere un Master negli Stati Uniti, vivo in un quartiere prevalentemente bianco destinato alla gentrificazione, ho ricevuto la prima dose del vaccino per via della mia condizione di salute, e non ho mai avuto l’esperienza di mettermi in fila per ricevere del cibo gratis (nemmeno in tempi di pandemia). Questo fa di me qualcosa di molto simile ad una gringa, se non di nome almeno di fatto. L’opportunità di parlare con le persone del posto, ascoltare le esperienze che hanno vissuto nell’ultimo anno e le loro paure, condividere la loro volontà di vivere nella, lavorare nella e per la loro comunità per una pura questione di solidarietà è un vero e proprio onore che va oltre all’utilità del materiale da fornire. 

Nell’ultimo anno, il sistema gringo si è dimostrato ulteriormente distante dalla realtà delle comunità marginalizzate, e la disuguaglianza socio-economica è cresciuta a dismisura. La pandemia ha colpito queste comunità, nello specifico quella ispanica e quella nera, aldilà delle indagini quantistiche che leggiamo ogni giorno sui media. 

Povertà e accesso alle risorse, accesso al sistema sanitario, discriminazione, il tipo di impiego, disparità economica e condizione di (il)legalità (da cui deriva l’accesso all’assicurazione sanitaria), e condizioni di alloggio, sono fattori per cui la popolazione di colore è fortemente svantaggiata in termini di rischio contagio e conseguenze post-contagio. In particolare, queste ultime sono aggravate dall’estrema disparità di stato di salute.

Una manifestazione di cittadini di origine domenicana nel quartiere di Washington Heights (Wikimedia/Altagracia Salazar)

Negli Stati Uniti (e non solo), le comunità marginalizzate sono più esposte a malattie prevenibili e alla disabilità rispetto alla popolazione bianca non-ispanica. Per esempio, la popolazione Afro-Americana è affetta da asma, problemi cardiovascolari, cancro, obesità in proporzione maggiore rispetto agli altri abitanti, cosa che ha causato una estrema differenza anche nei numeri di ospedalizzazione e morti COVID. Queste, sono tutte condizioni (insieme, per esempio, al tipo di occupazione) che in media danno alla comunità nera il diritto al vaccino più di quella bianca. Eppure, come riportava il New York Times il 3 marzo: “Le comunità di colore, che hanno sofferto di più la pandemia negli Stati Uniti, hanno ricevuto una quantità di vaccini disponibili molto inferiore. Il tasso di vaccinazione per le persone nere negli Stati Uniti è la metà di quello per i bianchi, e la differenza per quanto riguarda le persone ispaniche è ancora maggiore”. 

New York City non fa eccezione. I dati aggiornati al 16 marzo dicono che a New York City il 56% della popolazione a cui è stata somministrata almeno una dose di vaccino è bianca, il 18% è nera, il 21% è ispanica. La popolazione di New York City, però, è al 53% bianca, 27% afro-americana, e 28% ispanica, cosa che rende un’idea come i bianchi abbiano accesso al sistema vaccinazioni molto più facilmente rispetto alle comunità di colore. 

La città di New York ha, in effetti, iniziato a lavorare su questo. Già a febbraio, il sindaco Bill de Blasio aveva dichiarato che il “60% dei siti adibiti alla vaccinazione che sono stati aperti si trovano nelle comunità di colore che erano state riconosciute essere di alta priorità dall’unità operativa per l’inclusione raziale e equità”. 

Ma questi sforzi non sono bastati. Nonostante la posizione dei centri vaccinazione che vengono aperti dipenda della demografia, la popolazione bianca ha più accesso all’informazione e alla tecnologia. E, in tantissimi casi, si è presentato un problema etico particolarmente frustrante: indipendentemente dalla localizzazione geografica dei centri, i bianchi riescono ad ottenere in proporzione molti più appuntamenti per il vaccino anche fuori dai loro quartieri. 

Una immagine del Bronx (Foto Siddarth Anumanthu https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66254392 )

L’iter che ho seguito per avere la mia prima dose di vaccino (per underlying medical conditions) è stato il seguente:

  • Dopo aver letto notizie e parlato con chi già l’aveva fatto, ho raccolto informazioni e mi sono fatta un’idea personale sulla vaccinazione in generale, sugli effetti collaterali, sui benefici del vaccino per la comunità, sui diversi tipi di vaccino. Nel caso in cui non si abbia accesso all’informazione e in cui non si viva vicino a/non si conosca nessuno che l’ha fatto, il processo di informazione sul vaccino in sé diventa estremamente complicato ed aumenta il rischio di incorrere nelle fake news e/o passaparola.
  • Sono al corrente della mia condizione di salute, ho una primary care physician che accetta la mia assicurazione, l’ho attivamente chiamata per chiederle di farmi una lettera di approvazione. Chi non ha assicurazione sanitaria, chi non viene sottoposto a screening abituali e non è al corrente della propria situazione di salute, e non conosce o non ha confidenza con il sistema sanitario è fortemente limitato e scoraggiato in questo step per ovvie ragioni. A Washington Heights, una signora mi ha ringraziato per le mascherine e mi ha detto sottovoce di non avere l’assicurazione, e per questo motivo non ha mai fatto un tampone. Dopo un anno, ancora non le era arrivata l’informazione che per fare un tampone non ci vuole l’assicurazione. In quest’ottica, cercare attivamente un/a primary care physician per questa trafila è una barriera significativa. Inoltre, non è scontato che si sappia che questo step sia necessario: molte persone, sia over-60 sia che abbiano underlying conditions, si aspettano di ricevere una chiamata e che sia il proprio/a primary care physician a fissare un appuntamento.
  • Sono stata dietro a più siti web contemporaneamente per riuscire a prenotare un appuntamento (vaccinefinder, TurboVax, etc.), cosa che necessita facile accesso ad informazioni e tecnologia, e mi è costata molto tempo. Per recarmi al centro vaccinazioni e fare una fila di ore ho avuto bisogno di ancora più tempo libero, che non è un privilegio scontato.

In queste settimane, ho parlato soprattutto con persone nere e ispaniche, molte in condizione di homelessness. Molti anziani e operatori sanitari hanno già fatto almeno una dose. Ma tra tutte le conversazioni avute sul vaccino con chi non l’ha fatto, due mi hanno colpito maggiormente. Da una parte, le teorie complottiste. Dall’altra, la difficoltà nel navigare il sistema sanitario e quello delle vaccinazioni. 

Molte persone si ritengono preoccupate per la natura del vaccino, per gli interessi delle corporations, per gli effetti collaterali. Altre, non vedono l’ora di farlo e aspettano con ansia di ricevere notizia o essere chiamate da un ospedale o da un medico. Nel caso delle persone in condizione di homelessness, il livello di informazione rispetto al COVID è molto minore. Molti, per esempio, non sanno cosa sia il tampone o dove farlo, non sanno di poterlo fare gratuitamente. Alcuni non sanno che il vaccino è arrivato, né se abbiano condizioni di salute per cui poter accedervi.

Se anche prima il sistema funzionava sulle spalle delle comunità marginalizzate senza ridare nulla indietro, la pandemia ha aggravato la percezione di abbandono da parte dello stato. Le notizie che arrivano nei quartieri più diversificati sono terrificanti, come quella del vaccino AstraZeneca, e lo stato non riesce ad essere lì a smentirle. No me hice la vacuna ni me la voy a hacer, has visto lo que esta pasando en Europa? Todos los que la hacieron se estan muriendo de trombosis (“Non mi sono fatto il vaccino nè me lo farò, hai visto quello che sta succedendo in Europa? Tutti quelli che l’hanno fatto stanno morendo di trombosi”), mi ha detto un anziano ispanico sulla settantina qualche giorno fa, mentre lavoravo a Parkchester, Bronx. Dopo che gli ho spiegato quello che è effettivamente successo con AstraZeneca facendo l’esempio dell’Italia, condiviso la mia esperienza personale con il vaccino, e dopo un’interessante conversazione sui suoi lati positivi, questa persona si è ritenuta finalmente aperta alla possibilità di parlarne con il suo medico e farlo.

Dall’altra parte, per chi non ha accesso alla tecnologia, capire come funzionano gli appuntamenti o i siti di vaccinazione diventa impossibile. “Per favore, non aspettare di essere contattata/o perché non succederà. Purtroppo devi chiamare tu, e ricordare al tuo medico che hai diritto al vaccino” è una delle cose che ho detto di più. Soprattutto in questo caso, è facile capire come, in quartieri come Washington Heights (fortemente colpita dalla pandemia e prevalentemente ispanica), è stato per lungo tempo impossibile per gli abitanti riservare un appuntamento. Un grandissimo numero di bianchi da fuori il quartiere, e addirittura da fuori città, è arrivato sempre prima.

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