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Vent’anni dopo l’undici settembre, Claudio Pagliara ricorda “Quel Giorno”

Presentato all'Istituto Italiano di Cultura "Quel Giorno" il documentario che rievoca i fatti che hanno preceduto e seguito gli attentati al World Trade Center

Nella foto: l'autore del documentario Claudio Pagliara (foto di Terry Sanders)

Già trasmesso in Italia dalla RAI in occasione del ventennale degli attacchi terroristici, il documentario, del corrispondente e responsabile della RAI di New York Claudio Pagliara, è stato presentato per la prima volta in America e raccoglie interviste e immagini di repertorio che forniscono al pubblico un'efficace panoramica sul dramma consumatosi quella fatidica mattina di settembre

Lunedì 8 novembre è stato presentato all’Istituto Italiano di Cultura di New York il documentario “Quel Giorno: 11 settembre vent’anni dopo” un eccellente resoconto di quanto accaduto prima durante e dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center del 2001.

A fare gli onori di casa è stato il direttore dell’istituto Fabio Finotti che, dopo aver salutato i presenti, ha presentato al pubblico l’autore del reportage, Claudio Pagliara, corrispondente e responsabile della sede RAI di New York.

Prima della proiezione del documentario, Pagliara, a sua volta, ha fatto una breve introduzione in cui ha ripercorso il percorso giornalistico dal quale è nato questo lavoro che è stato già mandato in onda dalla RAI in Italia il 5 settembre scorso.

Il filmato, della durata di un’ora, raccoglie interviste e immagini di repertorio che forniscono al pubblico un’efficace panoramica sul dramma consumatosi a New York quella fatidica mattina di settembre prendendo come punto di partenza della storia, proprio gli ultimi momenti dell’occupazione statunitense in Afganistan. “Il cerchio si chiude – narra all’inizio del filmato Pagliara accennando ai festeggiamenti dei Talebani a Kabul dopo la partenza dell’ultimo aereo militare americano – vent’anni dopo, l’Afganistan è di nuovo nelle loro mani”.

Una constatazione che racchiude in sé tuto il paradosso di quella che è passata alla storia come la guerra più lunga combattuta dagli Stati Uniti. Una guerra nata, subito dopo gli attentati, dalla consapevolezza da parte dell’America stessa, di non aver scelta; di non poter consentire all’allora governo di Kabul di continuare a proteggere impunemente Osama Bin Laden.

E una guerra il cui esodo, allo steso tempo, lascia dubbi legittimi sul senso di un conflitto che, malgrado i suoi costi incalcolabili, ristabilisce uno beffardo status-quo con il ritorno al potere del fondamentalismo islamico e persino, per usare le stesse parole di Claudio Pagliari, “con l’incubo del terrorismo che si rimaterializza il 26 agosto” con l’attacco suicida dell’ISIS nella capitale afgana che costa la vita a tredici soldati americani e a centosettanta cittadini afgani.

Dopo la prima parte del documentario che descrive gli ultimi caotici momenti del ritiro delle forze alleate, Pagliara rivolge la sua attenzione alla generazione di giovani americani nati dopo gli attentati (ben ottanta milioni; circa un quarto della popolazione) e per i quali la tragedia dell’undici settembre costituisce un pezzo di storia piuttosto che uno di cronaca.

Il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura Fabio Finotti con l’autore del documentario Claudio Pagliara (Foto di Terry Sanders)

L’undici settembre 2001 ero a Roma per una vacanza; una pausa nel mio lavoro di corrispondente RAI da Parigi – ha dichiarato a La Voce di New York Claudio Pagliara – A darmi la notizia dell’attentato fu mia madre che mi chiamò al telefono dicendomi delle torri in fiamme. La notizia era talmente incredibile che per un attimo pensai che mia madre non fosse del tutto lucida”.

La notizia fu naturalmente clamorosa ma, per Pagliara, non del tutto sorprendente. “Conoscevo già Al Qaeda e la sua pericolosità – ha dichiarato il giornalista – e, dopo aver assorbito lo shock della notizia mi è apparso subito chiaro che quanto era accaduto avesse un significato epocale: il mondo non sarebbe stato più lo stesso“.

Malgrado le parole iniziali del documentario sul “cerchio che si chiude” con il ritorno dei Talebani a Kabul, Pagliari ha detto di non avere necessariamente una visione circolare della storia. “Credo che i Talebani non siano cambiati rispetto a vent’anni fa: hanno la stessa interpretazione anacronistica e medievale dei precetti religiosi islamici. Ma, quasi certamente, ad essere cambiato è l’Afganistan. Questi ultimi vent’anni in cui il paese è rimasto esposto alle influenze culturali occidentali hanno mutato molte cose, soprattutto per le donne che hanno assunto un ruolo di più alto profilo nella società civile. Malgrado il loro carattere retrogrado i Talebani avranno serie difficolta a cancellare interamente questi progressi”.

Non mi definisco eurocentrico e non credo che i valori e lo stile di vita occidentale siano necessariamente superiori agli altri – ha continuato Pagliara – Tuttavia credo che le donne e gli altri gruppi sociali che hanno goduto di opportunità di emancipazione durante questi ultimi vent’anni, siano stati attratti dal valore universale di diritti umani fondamentali“.

Uno degli argomenti affrontati nel corso del documentario è quello del futuro di un paese che, già da adesso, attraversa una grave situazione economica. Una situazione destinata a peggiorare con la fine degli aiuti e dei finanziamenti occidentali.

Pagliara ha approfondito la questione dicendo: “Con l’Occidente in ritirata, qualcuno ipotizza che l’Afganistan potrebbe cadere sotto la sfera di influenza cinese anche perché il paese è ricco di risorse minerarie che fanno gola alla Cina. Ma uno sfruttamento adeguato di queste risorse presuppone l’esistenza di massicci investimenti e di infrastrutture i quali, a loro volta, richiedono una stabilità e condizioni di sicurezza che un regime come quello talebano difficilmente sarà in grado di assicurare“.

Nel corso del documentario Pagliara ha intervistato numerosi personaggi: da giornalisti italiani come Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, che hanno vissuto gli attentati a distanza ravvicinata dalla loro abitazione a poca distanza dal World Trade Center a Don Pintabona, lo chef italoamericano che nel periodo immediatamente successivo agli attentati, ha preparato e servito migliaia di pasti gratuiti ai pompieri e ai volontari impegnati nelle operazioni di soccorso. O come Mickey Collarona il fioraio di Manahattan che, ancora oggi invia rose bianche al memoriale dell’undici settembre per onorare le vittime nel giorno del loro compleanno.

Ritratti dalla forte valenza emotiva.

Ma per Claudio Pagliara, l’intervista più istruttiva è stata quella realizzata con il generale David Petraeus che, nella sua veste di ex comandante delle forze americane in Afganistan ed ex direttore della CIA, ha una conoscenza estremamente approfondita del paese asiatico e che Pagliara ha intervistato due volte per aggiornare con nuove dichiarazioni il contenuto del documentario dopo la precipitosa caduta di Kabul.

Il mio colloquio con Petraeus ha messo in una nuova prospettiva molti aspetti dell’avventura americana in Afganistan. Petraeus crede che sia stata una scelta sbagliata quella di ritirarsi completamente dal paese senza lasciare alcuna presenza militare occidentale. Un contingente di truppe minimo avrebbe potuto stabilizzare la situazione di fronte all’avanzata dei Talebani e consentire un ritiro più ordinato e dignitoso“.

Secondo Pagliara “Petraeus ha parlato con molta franchezza contraddicendo in parte anche il presidente Biden il quale, durante e dopo il caotico ritiro americano, ha puntato il dito contro le forze armate afgane colpevoli di essersi dissolte di fronte all’avanzata nemica. Ma Petraeus – ha concluso Pagliara – ha anche voluto metter in risalto il fatto che negli ultimi vent’anni, quello stesse forze afgane hanno combattuto con valore e con sacrificio al fianco degli americani e, se alla fine hanno ceduto in maniera cosi clamorosa, forse è stato anche dovuto alle dichiarazioni degli stessi americani che, annunciando le loro intenzioni di ritiro e speculando sulla durata della resistenza afgana, hanno contribuito a demoralizzare le truppe al punto da indurle a gettare la spugna“.

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