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Blitz al clan dei Torretta: i mafiosi degli appalti che facevano da ponte con New York

Undici misure di custodia cautelare per i boss palermitani, che erano in grado di influenzare il tessuto politico e garantire un collegamento con la mafia Usa

I carabinieri di Palermo durante un blitz - YouTube

Condizionavano le attività del territorio e la costante ingerenza delle commesse pubbliche e private, non solo di Torretta ma anche dei comuni limitrofi, come Isola delle Femmine, Carini e anche di alcuni quartieri del capoluogo siciliano. È quanto emerge dall’indagine “Cristal Tower”, coordinata dalla Dda di Palermo e condotta dai carabinieri del comando provinciale di Palermo, che hanno decapitato la famiglia mafiosa di Torretta, con l’arresto, fra gli altri di Raffaele Di Maggio, figlio dello storico esponente mafioso torrettese Giuseppe Di Maggio, detto “Piddu i Raffaele” (deceduto nel gennaio 2019), al vertice della famiglia mafiosa torrettese coadiuvato da Antonino Ignazio Mannino e Calogero Badalamenti, cui era affidata l’area di Bellolampo. Undici i destinatari delle misure cautelari, richiesto dalla Dda, disposto dal gip di Palermo ed eseguito dai carabinieri di Palermo, tra cui i vertici della famiglia di Torretta, che rientra nel mandamento di Passo di Rigano.

“Le indagini – dicono i carabinieri – hanno permesso di cogliere la capacità (della famiglia mafiosa di Torretta, ndr) di inserirsi forzatamente nel locale tessuto economico, caratterizzato da attività connesse all’edilizia, all’agricoltura e all’allevamento di bestiame; individuare la capillare ingerenza nelle dinamiche relative alle commesse di lavoro pubbliche e private a Torretta e nei limitrofi comuni di Capaci, Isola delle Femmine e Carini, oltre che in alcuni quartieri di Palermo. E di ricostruirne, prima del commissariamento avvenuto ad agosto 2019, il proposito d’infiltrarsi nella locale amministrazione comunale, tuttora commissariata, e d’indirizzare le relative decisioni amministrative, nonché di modificare l’esito delle elezioni comunali, fornendo, nel corso delle elezioni amministrative del 2018, supporto ai candidati di schieramenti opposti”. Ma, oltre ai tentativi da parte dei mafiosi di Torretta di imporre intimidazioni per riscuotere somme di denaro, c’è anche chi si oppone e denuncia.

È il caso di un imprenditore agricolo palermitano che dopo aver subito piccoli furti e danneggiamenti cui è poi seguita la visita degli uomini della cosca, ha fin da subito mostrato la propria collaborazione, denunciando le pressioni subite.

Le riunioni riservate tra gli affiliati e l’avvento dell’emissario di Cosa nostra statunitense accolto dai boss di Torretta. È un altro dei particolari che emerge dall’indagine “Cristal Tower”. Sono numerosi gli incontri riservati organizzati dal clan, sottolineano gli investigatori dei carabinieri del Comando provinciale di Palermo che ha eseguito la misura emessa dal gip su richiesta della Dda che ha coordinato le indagini – in particolare quella del 21 novembre 2018 a casa di Raffaele Di Maggio, tra le figure di vertice della famiglia mafiosa torrettese e a cui hanno partecipato anche Antonino Ignazio Mannino, Calogero Badalamenti e il padre di Christian Calogero Zito (su cui pende un mandato di cattura). A settembre dello stesso anno era sbarcato in Sicilia l’emissario di Cosa nostra statunitense accolto con tutti gli onori dalla cosca di Torretta, prelevato all’aeroporto e alloggiato in una lussuosa villa con piscina a Mondello e anche un grammo di cocaina come segno di benvenuto. L’americano in questo periodo ha partecipato a incontri riservati prima a Torretta e poi a Baucina. Ma l’indagine ha registrato in diretta la fibrillazione e l’immediata attivazione della cosca di Torretta quando, il 13 settembre 2019, a Staten Island (New York), venne ucciso a colpi di pistola Frank Calì, detto Franky boy e ritenuto mafioso di spicco negli Usa. “Nei giorni successivi – dicono ancora gli investigatori dell’Arma – si registrava la partenza per gli Stati Uniti del figlio di uno degli indagati, che, durante la sua permanenza a New York, si e’ relazionato anche con soggetti della Cosa nostra locale, tra cui l’emissario giunto a Torretta l’anno precedente. Rientrato in Sicilia il giovane ha riferito il clima di profonda tensione creatosi sulla sponda americana e le proprie valutazioni sulla successione al vertice di Franky Boy”. Allo stesso tempo i carabinieri hanno registrato i commenti di prima mano di alcuni degli indagati che conoscevano personalmente Frank Calì e che, in un primo momento, avevano temuto una pericolosa escalation di violenze nella quale rischiavano di rimanere direttamente coinvolti anche altri soggetti a lui vicini, considerati attivi nel contesto mafioso americano. (Agi)

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