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Venti da guerra fredda: il duello Russia-USA per le espulsioni dalle ambasciate

Continua lo scontro tra Russia e Stati Uniti, con 8 russi e 3 statunitensi espulsi solo nell’ultima settimana

Embassy of the United States in Moscow (Novinsky Boulevard - the 'old' building). Fyodor Chalyapin house at right (Wikimedia/ NVO)

La revoca dell’immunità diplomatica dei responsabili o l’espulsione immediata dal Paese. È questo l’aut-aut imposto venerdì dal ministero degli Esteri russo all’ambasciata statunitense a Mosca. Curiosamente, l’accusa non è di spionaggio, bensì di furto. Secondo le autorità locali, tre addetti del Corpo dei Marines, descritti dalla polizia come in evidente stato d’ebbrezza, avrebbero rubato lo zaino a un cittadino russo.

Data e scena del crimine sarebbero rispettivamente lo scorso 18 settembre e un caffè nel centro della capitale russa. Valore della refurtiva: poco più di 200 dollari. L’intenzione delle autorità russe è quella di processare i tre in un tribunale nazionale, ma affinché ciò accada è necessario che Washington revochi loro l’immunità diplomatica – una circostanza a dir poco improbabile.

Quella relativo ai tre Marines è solo l’ultimo anello di una catena di scontri diplomatico-consolari tra la Casa Bianca e il Cremlino, in atto da mesi. Il capitolo più recente è stato inaugurato lo scorso martedì al Senato di Washington, dove un gruppo bipartisan di 17 senatori (tra cui il repubblicano Marco Rubio e il democratico Bob Menendez) ha chiesto al presidente Biden di minacciare l’espulsione di 300 diplomatici russi.

La misura, intesa come extrema ratio “ragionevole e reciproca”, servirebbe come strumento di riequilibrio della “sproporzione nella rappresentanza diplomatica” nei due Paesi. Se Washington ospita circa 400 diplomatici russi, infatti, Mosca ospita solo 100 statunitensi. Da qui la richiesta al presidente: o il Cremlino si impegna a rilasciare 300 nuovi visti al personale statunitense, oppure bisogna mettere alla porta 300 russi. Fredda e laconica la risposta di Mosca, che di fronte all’ipotesi della cacciata di funzionari russi ha paventato a sua volta la chiusura dell’ambasciata statunitense nel Paese.

Embassy of Russia in Washington, D.C. (Wikimedia/ Kent Wang)

Le acque non si sono calmate nemmeno il giorno successivo. Mercoledì, la NATO ha comunicato di aver espulso 8 funzionari dell’intelligence russa “non dichiarati”, riducendo inoltre della metà (da 20 a 10) il numero di personale accreditato a fare parte della rappresentanza russa presso la sede NATO di Bruxelles.

In un clima mai così polare (e polarizzato) dai tempi della Guerra Fredda, dall’11 al 13 ottobre è prevista una tre-giorni di incontri tra autorità russe e Victoria Nuland, sottosegretaria di Stato agli affari politici dell’amministrazione Biden. La newyorkese Nuland è un volto assai noto al Cremlino, in quanto ex responsabile per gli affari europei ed eurasiatici durante la presidenza Obama, dal 2013 al 2015. Proprio in tale veste si è costruita una fama di “Russia hawk”, gestendo in prima persona la campagna di supporto statunitense alla rivoluzione ucraina del 2014. Nei giorni successivi Nuland si recherà inoltre a Beirut e a Londra.

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