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In Italia per la prima volta un malato ha ottenuto il suicidio assistito

Sarà autorizzato per Mario, un 43enne tetraplegico da 10 anni. L'Associazione Coscioni: "Storico via libera dal Comitato etico della Asl delle Marche"

Filomena Gallo, Mina Welby e Marco Cappato in occasione del deposito delle firme per il referendum sullÂ?eutanasia legale presso la Corte di Cassazione, Roma 8 ottobre 2021 - ANSA/FABIO FRUSTACI

“Il primo malato a ottenere il via libera al suicidio medicalmente assistito in Italia”. È questa la definizione storica che un 43enne paziente marchigiano, tetraplegico e immobilizzato da 10 anni, è riuscito ad ottenere per sé. A darne notizia è l’Associazione Coscioni.

Il Comitato etico dell’azienda sanitaria di riferimento, la Asur Marche, ha deciso che nel suo caso esistano le condizioni per accedere al farmaco letale. L’Associazione Coscioni, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 242 del 2019 sul caso di Dj Fabo, si è battuta affinché nel rispetto delle condizioni indicate dalla Consulta, si potesse estendere all’Italia il suicidio assistito, a cominciare dal caso di Mario, camionista di Pesaro immobilizzato al letto dopo un incidente stradale.

Un frame tratto dal Videoappello di Fabiano Antoniani (dj Fabo) al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per EutanaSiaLegale.it pubblicato il 18 gennaio 2017 – ANSA/EUTANASIALEGALE.IT

La decisione del Comitato etico dell’Azienda sanitaria non è stata facile. Per raggiungerla ci sono voluti di 13 mesi di iter lungo e faticoso, durante i quali un’equipe di medici e psicologi ha verificato la sussistenza di tutte e quattro le condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale, tra cui l’irreversibilità della malattia, l’insostenibilità del dolore e la chiara volontà del paziente.

La sentenza della Corte Costituzionale numero 242 del 22 novembre 2019 ha aperto la strada al suicidio assistito, sia pure circoscrivendolo con paletti molto rigorosi. La sentenza ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevoli l’esecuzione del proposito di suicidio a patto che questo si sia formato autonomamente e liberamente da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale.

La persona deve essere affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputi intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.

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