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Affrettarsi lentamente? Per la via all’innovazione sostenibile ci vuole talento

L'innovazione è conoscenza in azione e quando il talento diventa il fattore competitivo decisivo, il capitalismo cede il primato al ‘talentismo’

L’innovazione è lo strumento peculiare dell’imprenditore. L’atto che conferisce alle risorse una nuova capacità
di creare ricchezza.

Peter Drucker, economista e saggista

L’oggi è già vecchio. È giunta l’ora di muoversi verso il domani. Le parole dell’innovazione lasciano la stazione dei pregiudizi, dell’esperienza e dell’arroganza del successo già acquisito seguendo la regola del ‘fare tutto in casa’ e salgono sul treno dell’apertura mentale, dell’epifania e della passione. Circondata da un’atmosfera d’incertezza, l’innovazione si impara a scuola praticando il gioco dell’immaginazione e della possibilità.

Entriamo nel teatro dove si rappresenta l’innovazione. Tra le parole dei personaggi messe in bocca agli attori, si stagliano quelle espresse dalle voci dei protagonisti, anzitutto dalla ‘Curiosità’ che conduce gli spettatori su strade nuove. Accingiamoci ad ascoltarle.

“Le parole sono idee” – così scriveva Ernst Schumacher, statistico ed economista tedesco, nel saggio del 1973 Small Is Beautiful: A Study of Economics As If People Mattered (Piccolo è bello, Moizzi Editore, 1977) che lo rese famoso. Le parole sono idee che permettono di conversare per scoprire cose nuove. Nelle sue Massime e riflessioni morali scrivendo di società e conversazione, Jean de La Bruyère, insegnante e tutore reale, affermava che “Lo spirito di conversazione consiste assai meno nel mostrarne noi molto in noi stessi, che nel farne ritrovare in altrui; quegli ch’esce della vostra conversazione pago di sé e del suo spirito, lo è pienamente anche di voi”.

Nella rappresentazione dell’Innovazione, due personalità contrastanti si scontrano. Status quo è il riccio che grida ad alta voce e si protegge dall’attacco dell’innovazione con uno spesso strato di punte (peli modificati) sulla schiena. La volpe, invece, cattura le voci dell’innovazione a tal punto che ne conosce molte parole. Il volume della sua voce sale quando pronuncia “vuoto” e “irragionevolezza”.

“Le parole corrono”, scriveva il poeta e cantautore James Douglas Morrison. Basta correre sempre con un po’ di fiatone, al pari di Alice nel Paese delle meraviglie? Oppure, è bene affidarsi alle parole della Regina: “Che paese lento! Qui, invece, devi correre più che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno il doppio”. C’è, tuttavia, una terza soluzione: l’affrettarsi lentamente.

Le parole dell’innovazione corrono nello spazio collaborativo del web dove, come annotava il suo ideatore, Tim Berners-Lee, tutti possono comunicare mediante lo scambio e la condivisione di informazioni. L’economia della condivisione ha messo in moto un processo di democratizzazione dei consumi e della produzione. Un crescente numero di consumatori condivide beni e servizi con gli altri membri della comunità cui è associato.

L’innovazione è conoscenza in azione. I cambiamenti culturali e le nuove invenzioni tecnologiche recano il messaggio che la conoscenza è qualcosa che chiunque può acquisire. Come scrive lo storico britannico Theodore Zeldin in An Intimate History of Humanity (Sinclair-Stevenson, 1994), “per lungo tempo la conoscenza è stata qualcosa di raro e segreto, e questa eredità esoterica, con il suo sogno di superiorità e mistero, sopravvive nel gergo con il quale ogni professione tende a proteggersi”.

Nel suo discorso di apertura del World Economic Forum 2012 a Davos, Klaus Scwab, fondatore del Forum ha dichiarato: “…..il capitale viene sostituito dalla creatività e dalla capacità di innovare – e quindi dai talenti umani – come i più importanti fattori di produzione. Se il talento sta diventando il fattore competitivo decisivo, possiamo essere sicuri di affermare che il capitalismo cede il primato al ‘talentismo’. Così come ha rimpiazzato i mestieri manuali durante il processo di industrializzazione, oggi il capitale si vede soppiantato dal talento umano”.

Le università dovrebbero agire come setacci intellettuali, vagliando i migliori cervelli, e come volano di investimenti in capitale umano per generare competenze innovative motivate all’imprenditorialità, o, soprattutto, come macchina burocratica per la produzione di titoli di studio? La circolazione internazionale dei cervelli e la caccia ai talenti che si svolge nelle economie più avanzate e nei paesi emergenti fanno prevalere la prima opzione.

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