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Messori: “Un’uscita dell’Italia dall’UE? Dopo la Brexit non è più concepibile”

E sull'adesione italiana alla Belt and Road Initiative cinese che ha fatto infuriare Trump, l'economista della LUISS: "Da gestire a livello europeo"

di Claudia Cavaliere

L'economista Marcello Messori.

"I veri rischi per l’area euro sono un’uscita non ordinata del Regno Unito dall’Europa e un’incapacità dell’economia italiana a collocarsi su un sentiero ragionevole di crescita e uscire dalla recessione, rispettando le regole europee. Io mi aspetto che in autunno ci sarà un passaggio difficile che se non gestito bene potrebbe portare a forti squilibri e incertezze politiche e istituzionali con rischi di impatto negativo all’interno dell’Unione europea"

I conti non tornano e gli avvertimenti all’Italia piovono dal cielo a un ritmo sempre più costante. Tra gli altri, prima c’è stato quello della Banca Centrale Europea che ha abbassato il tasso medio di crescita della zona euro che pure rimane largamente positivo dall’1,7 all’1,1 anche a causa dell’incertezza italiana; l’OCSE che ha previsto una crescita dell’Italia -0,2%; i dati Istat sul tasso di crescita consuntivo nel 2018 hanno evidenziato un aumento dello 0,9% rispetto all’1,6% del 2017.

Poi è arrivato il commento del Country report, il documento presentato dalla Commissione europea sull’economia degli stati membri dell’Unione, in cui si legge che la manovra approvata lo scorso dicembre dal governo italiano non contiene “misure capaci di impattare sulla crescita di lungo termine”. Il dito della Commissione è puntato particolarmente contro quota 100 e reddito di cittadinanza, le due misure bandiera fortemente volute dal governo Lega-Movimento 5 stelle: “La manovra 2019 include misure che rovesciano elementi di importanti riforme fatte in precedenza, in particolare sulle pensioni, e non include misure efficaci per aumentare il potenziale di crescita. Lo slancio delle riforme nel 2018 è significativamente rallentato e, anzi, ci sono rischi di regressione”, si legge nel report. 

Ne abbiamo parlato con Marcello Messori, noto economista italiano, professore di Economia al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS di Roma e Direttore della Luiss School of European Political Economy.

L’ennesima bocciatura dell’Italia è stata firmata dal Country report della Commissione europea, quali sono gli investimenti su cui il paese dovrebbe puntare affinché possa avviarsi verso una nuova fase di crescita?

“Tutte le previsioni convergono per una situazione di recessione per il 2019. Diventa urgente, prima ancora di pensare a una correzione della manovra che probabilmente dopo le elezioni ci verrà chiesta dalla Commissione, rilanciare la crescita e per farlo devono sussistere due condizioni: la prima è ridurre la spesa corrente a favore di una spesa per investimenti, cosa che è complicata da realizzare perché la manovra 2019 spinge la spesa corrente e questo fatto è ancora più vero per il 2020 e 2021. Se si vuole invertire la tendenza è necessario spostare la spesa sugli investimenti che dovranno chiaramente essere efficienti. Ma è una questione questa altrettanto complessa. Ad esempio, se volessimo condurre investimenti pubblici nelle infrastrutture sappiamo che in Italia tra la decisione di investire alla effettiva realizzazione dell’investimento intercorre un tempo molto lungo. Quando si parla di investimenti efficienti è doveroso che le risorse siano allocate in modo efficiente e che siano effettuati in un tempo sufficientemente breve. Occorre innovare le procedure trovando un equilibrio tra i controlli della scelta degli investimenti e la possibilità di effettuarli in tempi ragionevoli”.

Proseguendo nella lettura del report si legge che “il debito – che aumenterà oltre il 132% del Pil –= resta un alto fattore di rischio, la sua riduzione è compromessa dai piani di bilancio del governo che indeboliscono la ripresa e aumentano il costo del credito tanto che il debito italiano resta una potenziale fonte di contagio per tutta l’eurozona”, quanto è plausibile un effetto contagio dei paesi membri dell’Unione?

“Dipende molto da come evolveranno le difficoltà italiane. La Grecia non si è completamente liberata dai suoi problemi, ma ora sembra su un sentiero di correzione piuttosto efficace. I veri rischi per l’area euro sono un’uscita non ordinata del Regno Unito dall’Europa e un’incapacità dell’economia italiana a collocarsi su un sentiero ragionevole di crescita e uscire dalla recessione, rispettando le regole europee. Io mi aspetto che in autunno ci sarà un passaggio difficile che se non gestito bene potrebbe portare a forti squilibri e incertezze politiche e istituzionali con rischi di impatto negativo all’interno dell’Unione europea. La speranza – che penso sia abbastanza ben risposta – di crescita dell’area euro si fonda sul fatto che i paesi più forti riescano a cambiare modello di crescita passando da una crescita che dalla metà del 2013 è stata trainata dalla esportazioni a una crescita più legata alle dinamiche del mercato interno europeo, già delicato di per sé perché richiede, ad esempio, il rilancio degli investimenti pubblici in paesi come la Germania oppure la ripresa della dinamica salariale nei paesi ad alto tasso di occupazione . Se in questa fase di ridisegno dei modelli di crescita ci sono shock come l’instabilità dell’Italia oppure una Brexit non gestita i rischi di contagio ci sarebbero eccome”.

Le elezioni europee sono sempre più prossime, come si presenta l’Italia in Europa? È raro che si commenti ancora un’uscita della penisola dall’Unione, ma se così dovesse essere che tipo di prospettive avrebbe l’Italia?

“Da questo punto di vista penso che la Brexit sia stata salutare, se un paese con punti di forza notevoli come il Regno Unito non è stato in grado di gestire un’uscita dall’Unione europea e non dalla moneta unica, pensiamo un’Italia con questa difficoltà politica e l’incertezza economica come potrebbe gestire entrambe. Non penso sia concepibile e nessuna persona responsabile accarezza più questa ipotesi in modo serio. Certamente l’Italia è debolissima a livello europeo sia a livello di presenza nel dibattito istituzionale europeo, poiché è debole nelle scelte di policy che si stanno facendo in Europa”.

Il 21 marzo il presidente cinese Xi Jinping arriverà in Italia in visita. A scaldare gli animi nelle passate settimane c’è stata la notizia della firma da parte del governo italiano di un memorandum of under standing con il dragone asiatico per l’adesione dell’Italia alla Belt and road initiative (Bri), il piano infrastrutturale della Repubblica popolare cinese che coinvolge più di sessanta paesi tra Asia, Africa ed Europa. Gli approdi in Italia potrebbero essere i porti di Genova e Trieste. Cosa pensa del rapporto tra Cina e Italia e del documento che potrebbe aprire le vie d’Oriente alla penisola?

“È un tema complesso, importante è delicato. Di fronte a un’amministrazione Trump che cerca di imporre un modello bilaterale al posto degli equilibri multipolari, l’Europa o almeno l’area dell’euro dovrebbero porsi il problema di verificare gli spazi di una via della seta, cioè di un accordo con la Cina. Ma questo va gestito a livello europeo, il fatto che un singolo paese forzi il quadro rispetto a una potenza come quella cinese implica che i rapporti di forza siano schiacciantemente a favore della Cina. Va bene esperire accordi con l’Oriente, politica che ci viene anche imposta dalla politica degli Stati Uniti, ma perché sia un rapporto equilibrato e che sia capace di aprire prospettive per il mantenimento di relazioni internazionali aperte, ma deve essere fatto tra partner che siano equiparabili e che possano raggiungere un equilibrio”.

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