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Le storture della globalizzazione e il declino dell’Occidente secondo Giovanni Bazoli

La lectio del Presidente emerito di Intesa Sanpaolo all'Italian Academy della Columbia University di New York, alle radici delle sfide del nostro tempo

Giovanni Bazoli, Chairman Emeritus of Intesa Sanpaolo.

Rispondendo a una domanda della Voce sul ruolo dell'economia e delle banche non solo nella ricerca di profitto, ma anche nella valorizzazione della cultura, Bazoli ha osservato: "Siamo una banca che, per tradizione e per la sua storia, si è sempre molto impegnata sul piano sociale e culturale. Ho detto prima che una grande politica è sempre generosa: lo stesso potrei dire della banca. Una grande banca deve essere generosa: non una generosità fine a se stessa", ma che sia innanzitutto "lungimiranza"

Giovanni Bazoli assurse all’onore delle cronache quasi un quarantennio fa per la sua ristrutturazione del Banco Ambrosiano, dopo le problematiche e a tratti drammatiche vicende che culminarono nella morte del banchiere Roberto Calvi. Dopo quel “terremoto” economico e politico che scosse la Prima Repubblica, fu proprio Bazoli a tenere salde le redini dell’Istituto, travolto da quelle peripezie, e a guidarne il rilancio. Un rilancio che, passato per acquisizioni e fusioni sotto la sua salda guida, condusse alla creazione di uno degli istituti di credito più importanti del Paese, Intesa Sanpaolo. Oggi, Bazoli è Presidente emerito di quella banca, presidente della Fondazione Giorgio Cini e professore emerito di Legge all’Università Cattolica di Milano. Ma, soprattutto, è un osservatore attento delle tendenze economiche e politiche del mondo in cui viviamo, con un’ottica non da “puro economista” – si laureò in Giurisprudenza e fu Docente di Diritto Amministrativo e Professore di Istituzioni di diritto pubblico all’Università Cattolica di Milano –, ma di profondo conoscitore delle dinamiche economiche, politiche e culturali che hanno guidato i processi storici sfociati nelle sfide del nostro tempo.

Proprio in questa veste, Bazoli è stato ospite dell’Italian Academy della Columbia University – introdotto dal Console Generale Francesco Genuardi e alla presenza del direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Giorgio Van Straten, e del direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University, Stefano Albertini – per tenere la lectio “Globalizzazione, un’occasione perduta”. In altre occasioni, aveva già invitato ad attuare un “completo ripensamento dell’economia di mercato” in “questo momento critico per la democrazia”, e aveva puntualizzato che il problema “non è la globalizzazione in sé, ma il modo in cui è stata gestita, o gestita male”. Un processo, a suo avviso, che affonda le sue radici nel 1989, quando l’Occidente ha trionfato sul comunismo, perdendo però l’occasione di inaugurare “un ordine universale di segno liberal-democratico”, ma finendo per avviare un processo di marginalizzazione, oggi preconizzato dai dati statistici di ordine demografico ed economico.

Quell’ordine universale liberal-democratico, secondo il Presidente emerito di Intesa Sanpaolo, avrebbe potuto assicurare una crescita economica sostenibile grazie al potere incontrastato degli Stati Uniti: congiuntura politica che lo stesso Zbigniew Brzezinski, consigliere della Sicurezza Nazionale di Jimmy Carter, in occasione della sua visita a Castelgandolfo nel 1989, sintetizzò con l’espressione “straordinario grado di consenso mondiale”. Qual è il motivo di questa occasione mancata, dunque? Bazoli lo individua nella prevalenza del potere economico e finanziario, in certe sue declinazioni smodate, su quello politico.

Lehman Brothers, Times Square (by David Shankbone, Wikimedia).

A suo avviso, il punto di caduta è stato quando il capitalismo si è trasformato in turbocapitalismo. Un processo affermatosi tra il 1989 e il 2008, caratterizzato da una radicalizzazione del modello capitalistico, da una “concezione distorta dell’impresa”, e da una “ricerca esasperata del profitto”: a quel punto, il peso della finanza sull’economia reale era cresciuto a dismisura. Bazoli ha riconosciuto che, negli Stati Uniti, fu l’amministrazione Clinton a promuovere definitivamente tale “esplosione finanziaria”, supportata da illustri economisti che teorizzavano la cosiddetta “assenza di rischio”: per perseguire un modello di crescita costante altrimenti non raggiungibile, le banche – ha spiegato il Presidente emerito di Intesa Sanpaolo – si sono appoggiate alla finanza, scaricando sul mercato il rischio del credito. Da qui, la crisi del 2008, una crisi da cui, ha sottolineato, le banche italiane sono state quasi immuni, perché tra le poche a non aver inseguito, salvo eccezioni, quel modello.

Altra radice delle storture della globalizzazione, secondo Bazoli, l’accordo sul libero commercio mondiale del 1994, che aveva ammesso la Cina ed altri Paesi sul mercato, senza però concrete assicurazioni e controlli adeguati in merito al rispetto di standard democratici. Ma tra mercato e democrazia, ha fatto presente, “non c’è interdipendenza: anzi, c’è asimmetria”. Il professore è convinto che non per tutti si trattò di un errore commesso in buona fede, dettato dall’aver dato per scontata la relazione tra quelle due variabili: al contrario, a suo avviso ci fu chi si approfittò della situazione per rincorrere le “nuove opportunità di guadagno”, costruite sulla presenza di “nuove sedi fiscali vantaggiose” e su processi di delocalizzazione che avrebbero abbassato il costo del lavoro.

G8 leaders wave to the camera prior to summit talks on the southern Japanese island of Okinawa, on July 22, 2000. The leaders are (L-R) the then Italian Prime Minister Giuliano Amato, the then British Prime Minister Tony Blair, Russian President Vladimir Putin, the then U.S. President Bill Clinton, the then Japanese Prime Minister Yoshiro Mori, the then French President Jacques Chirac, the then Canadian Prime Minister Jean Chretien, the then German Chancellor Gerhard Schroeder and the then European Commission President Romano Prodi. (ITAR-TASS photo / Sergei Velichkin, Vladimir Rodionov) – Wikimedia Commons.

Tra le potenze più svantaggiate in assoluto da tali processi, c’è l’Europa, vittima, per Bazoli, di un “complesso di inferiorità” verso gli Stati Uniti, del tutto ingiustificato se si pensa che il suo modello economico deve convivere con un welfare state che negli USA, ancora oggi, non è realtà. L’errore europeo, per il Presidente emerito di Intesa Sanpaolo, è stato quello di non attestarsi su un tasso di crescita sostenibile coerente con le caratteristiche del proprio sistema, ma di aver voluto, a tutti i costi, rincorrere Washington. Poche, ha osservato Bazoli, sono state le voci d’allarme pre-2008: “Io ero preoccupato”, ha invece spiegato, tanto che, nel 2002, preconizzò che “il futuro del mondo è a rischio”. La crisi del 2008, a suo avviso, è la dimostrazione che l’Occidente è stato “vittima degli eccessi del suo sistema”. E quel terremoto, negli Stati Uniti superato grazie all’interventismo statale, proprio in Europa ha lasciato i suoi strascichi più pesanti, ancora lontani dall’essere archiviati.

Di fronte a tale scenario, secondo Bazoli è necessario prendere atto, senza eccessiva preoccupazione, dello spostamento degli equilibri mondiali che derivano dalla perdita dell’egemonia occidentale, e quindi dell’affermazione delle nuove potenze economiche che si affacciano sullo scenario globale. Lecito preoccuparsi, semmai, del fatto che alla nuova leadership economica non ne corrisponda una dal punto di vista culturale, civile e politica. Altro fenomeno da osservare con attenzione, gli “effetti corrosivi della crisi sulle democrazie occidentali”, effetti che hanno assunto il volto di una “rivolta contro le élites” e dell’affermazione di “ideologie e governi di stampo sovranista”. Le scelte politiche del presidente Donald Trump, tese a rafforzare la crescita interna erigendo barriere protezioniste che si abbattono, oltre che sulla Cina, anche sull’Europa, hanno come risultato inevitabile un indebolimento dell’Occidente. A questo trend, al di là dell’Oceano, fanno eco la Brexit e i nazionalismi europei.

Non ci resta che rassegnarci, dunque? Di certo, per Bazoli “l’Occidente ha perso la capacità di visione” che vantava alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E la “miopia dei governanti di oggi” ha come risultato una carenza di ordine culturale e morale, e dunque un fallimento ideologico e culturale. Ma il male più insidioso, per il professore, è “l’egoismo” di un approccio basato sull’hic et nunc, mentre, a suo avviso, “la grande politica è sempre generosa”. Ed è proprio da qui che bisogna ripartire: se l’UE e l’Occidente non ritroveranno lo spirito creativo di un tempo, per Bazoli avranno firmato la loro definitiva condanna all’emarginazione.

Un’analisi ricca e complessa, che ripercorre gli ultimi trent’anni senza esimersi dal fare critica, anche corrosiva, sugli errori di un modello che ha alienato all’Occidente la propria superiorità economica e valoriale. Una critica all’economia finanziarizzata presa a rincorrere il solo profitto, e che perde di vista la visione d’insieme. Ed è su questa “visione d’insieme”, attenta, ad esempio, alla valorizzazione della cultura, che Bazoli – che tra le altre cose ha avuto un ruolo cruciale nella creazione delle Gallerie d’Italia, museo di arte moderna e contemporanea a Milano – ha costruito la sua carriera. Rispondendo a una domanda della Voce su questo argomento, il Presidente emerito di Intesa Sanpaolo ha osservato: “Siamo una banca che, per tradizione e per la sua storia, si è sempre molto impegnata sul piano sociale e culturale. Ho detto prima che una grande politica è sempre generosa: lo stesso potrei dire della banca. Una grande banca deve essere generosa: non una generosità fine a se stessa, ma una che porta a dei ritorni”. La banca, argomenta, “vive del sistema in cui si trova ad operare. Se questo sistema non cresce, dal punto di vista non solo economico, ma anche culturale e civile, prima o poi si ferma”. In questo senso, più che di generosità si tratta di “lungimiranza”. Per Bazoli, dunque, non esiste una contrapposizione tra morale ed economia: “Secondo il banchiere Mattioli, non era un problema di morale, ma di lungimiranza, appunto. La morale, a quel punto, rientra più nella formazione del manager”. “Si parla tanto di merito”, ha chiosato: “Ma il merito non dovrebbe essere giudicato solo dalla capacità di produrre risultati economici, ma di produrli in un certo contesto”.

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