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I prigionieri di Facebook e le “social” decadenze del primo ventennio duemila

La vita può essere più comoda con i mezzi che apportano aggregazione sociale e non alienazione spacciata per "sociale"

Immagine di Ariapsa

Quel che preoccupa maggiormente non è il potere economico dell'azienda quotata in borsa ma l'inoppugnabile "assuefazione indotta" che oramai sembra essere ostinatamente entrata in una condizione di non ritorno

Ad una manciata di settimane che ci porrà alle spalle il primo ventennio degli anni duemila, chiedersi a cosa servino tutte le amicizie accumulate nel proprio profilo e raccolte come fossero tessere di un mosaico che dimostri la propria importanza e grandezza agli occhi degli altri, ad oggi è più che mai urgente. Allo stesso modo diventa altrettanto urgente riflettere quanto questo strumento possa rappresentare un elemento diseducativo e fuorviante per un approccio corretto delle tecnologie utili che coinvolgeranno le future generazioni e che proprio per questo non dovrebbero contenere insidie nascoste.

La frase “per un mondo migliore e per un futuro migliore” sembra oramai inflazionata ed abusata tanto da perderne consistenza specie quando la sensazione d’essere in qualche modo “schiavizzati” dai social cresce e sembra acquisire concretezza alla luce delle recenti inchieste sul celato utilizzo dei dati personali a fini commerciali e politici. Il volere apparire quello che non siamo o che vorremmo essere, rivela appieno quanto il social network Facebook del nerd americano dai capelli rossi sembri rappresentare un malsano strumento di istigazione alla menzogna; un progetto planetario commerciale ai vertici della massima espressione a tratti becera del capitalismo moderno che nelle sue occulte analisi maldestre è riuscito ad interpretare le esigenze psicologiche e fisiche delle persone di qualsiasi estrazione sociale offrendone una velata soluzione “virtualmente gratificante” che sfiora la parte più marginale del piacere fisico e psicologico rilasciando però un perenne retro gusto dal sapore amaro dettato dall’oggettiva falsità che la nostra coscienza, per quanto ingannata,  riesca a percepire e reprimere all’istante.

Quel che preoccupa maggiormente non è il potere economico dell’azienda quotata in borsa ma l’inoppugnabile “assuefazione indotta” che oramai, a questi livelli, sembra essere ostinatamente entrata in una condizione di non ritorno sopratutto per quella fascia di popolazione di bassa cultura, incapace di analisi oggettive sulle proprie abitudini e per lo più inadeguata a comprendere quanto le proprie abitudini portino alla costante necessità di ricercare in fretta uno schermo, che sia cellulare, tablet o computer, per vedere il riscontro ottenuto a seguito di un post pubblicato poco prima.

Apparire quelli che non siamo come se fosse necessario preservare una propria integrità dettata da multinazionali la cui finalità di lucro rappresenta l’unico scopo in un percorso di prostrazione assoluta ad un capitalismo senza alcun rispetto per la dignità dell’uomo. Dati alla mano gli utenti attivi di Facebook si aggirano intorno ai 2,1 miliardi, (stima in costante crescita), e l’Italia ingloba una stragrande maggioranza di utenti che il più delle volte non si rendono conto o non interessa cosa fa quell’azienda.

I toni apprensivi per queste conseguenze apparentemente marginali dell’uso inappropriato ed eccessivo dei social non devono sembrare un pulpito pessimista o poco fiducioso dei benefici delle tecnologie future; la vita può essere più comoda con i mezzi che apportano aggregazione sociale e non alienazione spacciata per “sociale”, che di sociale ha ben poco visto che il più delle volte si trascorrono ore o giornate intere davanti ad un computer o assorti in una alienante solitudine davanti ad una chat delle molte disponibili apparentemente gratuite.

Tocca sempre all’utente il compito di vigilare su se stesso; l’utilizzatore dovrebbe tracciare la propria strada, la propria mappa alla ricerca di un impiego dei social network consapevole che si tratti di mezzi di comunicazione non “ad impatto zero” perché c’è sempre un prezzo da pagare e le solite frasi di comodo “smetto quando voglio” oppure “so sempre come utilizzarlo al meglio” non sono sempre applicabili per quella indotta schiavitù “senza ritorno” clienti ideali delle multinazionali che pilotano e controllano le masse per scopi commerciali e politici.

Come la vita ci insegna a non fidarsi mai del “troppo facile” o del “tutto gratis”, dobbiamo sempre chiederci “dove sta la fregatura?” e nel caso aprire sempre gli occhi e smetterla di postare foto con sorrisi a trentadue denti come se fosse necessario mostrare e dimostrare di vivere una vita perennemente felice a cui oramai non crede nessuno. Abbiamo tracce evidenti di anomalie sociali che nel primo ventennio degli anni 2000 impongono una seria riflessione e una educazione all’utilizzo intelligente e consapevole di un mezzo importante che al momento sembra palesare più una decadenza sociale che uno strumento positivo legato ad un cammino di progresso tecnologico.

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