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Ecco quanto ci costa la corruzione in Italia: Duecentotrentasette miliardi di euro!

Circa il 13 per cento del prodotto interno lordo. Pari a circa 4.000 euro per abitante. Risorse sprecate che potrebbero da sole risolvere le emergenze sociali

di Antonio Coviello

(Foto Kiwiev)

Ma ciò che spaventa è anche la diffusa idea che la “mazzetta” da pagare (un caso a settimana i casi di corruzione accertati in Italia) sia un atto “normale” ed accettabile per raggiungere lo scopo (illecito): un recente sondaggio condotto da Eurostat (2017), infatti, ha rivelato che  l'84 per cento degli italiani è convinto addirittura che la corruzione faccia parte della “cultura d'impresa”

Duecentotrentasette miliardi di euro: il valore calcolato da un recente studio americano (ong Rand, ndr) della ricchezza annua perduta in Italia a causa della corruzione.

L’Italia è il Paese con il più alto livello di corruzione in Europa. Almeno in termini assoluti e non in percentuale al Pil. Due volte più alta di quella della Francia, pari a 120 miliardi di euro (e al 6 per cento del Pil) e di quella della Germania, dove la corruzione costa 104 miliardi di euro (il 4 per cento del Pil).

Complessivamente l’Unione europea perde per “corruzione” 904 miliardi di euro di prodotto interno lordo, se si includono nel calcolo anche gli effetti indiretti, come le mancate entrate fiscali e la riduzione degli investimenti esteri.

Il costo che l’Italia è costretto a pagare ogni anno a causa dell’alto livello di corruzione  è certamente il più alto, e si traduce in meno investimenti stranieri nel Paese e meno occupazione. In definitiva, meno sviluppo e crescita per il Paese.

E’ stato calcolato che le risorse così sprecate in Italia potrebbero da sole risolvere le maggiori emergenze sociali: esse sono pari infatti a circa due volte il budget nazionale per la sanità pubblica; a dodici volte i fondi per le forze di polizia, a sedici volte gli stanziamenti per combattere la disoccupazione.

Ma ciò che spaventa è anche la diffusa idea che la “mazzetta” da pagare (un caso a settimana i casi di corruzione accertati in Italia) sia un atto “normale” ed accettabile per raggiungere lo scopo (illecito): un recente sondaggio condotto da Eurostat (2017), infatti, ha rivelato che  l’84 per cento degli italiani è convinto addirittura che la corruzione faccia parte della “cultura d’impresa”.

Il comparto della contrattualistica pubblica resta il più colpito. Secondo l’ultimo rapporto dell’ANAC-Autorità Nazionale Anticorruzione (triennio 2016-2019, supportato nelle attività dal personale della Guardia di Finanza), il settore più a rischio si conferma quello legato all’ampia tipologia dei lavori pubblici (che rappresenta il 40% degli episodi di corruzione totali censiti nell’ultimo triennio), seguito dal comparto legato al ciclo dei rifiuti (22% del totale) e quello sanitario (13%).

Nel periodo in esame sono stati 207 i pubblici ufficiali/incaricati di pubblico servizio indagati in Italia per corruzione.

Quanto alle modalità “operative”, è degna di nota la circostanza che – su 113 vicende corruttive inerenti l’assegnazione di appalti – solo 20 riguardavano affidamenti diretti (18%), nei quali l’esecutore viene scelto discrezionalmente dall’amministrazione. In tutti gli altri casi sono state espletate procedure di gara: ciò lascia presupporre l’esistenza di una certa raffinatezza criminale nell’adeguarsi alle modalità di scelta del contraente imposte dalla legge per le commesse di maggiore importo, evitando sistemi (quali appunto l’assegnazione diretta) che in misura maggiore possono destare sospetti.

Indicativo è il tasso relativo “all’apparato burocratico” in senso stretto, che annoverando nel complesso circa la metà dei soggetti coinvolti si configura come il vero dominus: 46 dirigenti indagati, ai quali ne vanno aggiunti altrettanti tra funzionari e dipendenti.

Proprio la “burocrazia” appare l’elemento scatenante del fenomeno corruzione (fenomeno che non va ovviamente giustificato ed è sempre da condannare!) . La nostra burocrazia, lenta e complessa, ostacola la competitività delle imprese e lo sviluppo dei territori: imprenditori e manager devono districarsi tra adempimenti, obblighi informativi, sportelli unici (solo a parole), finti servizi digitali e una continua richiesta di documenti da parte delle diverse branche della Pubblica Amministrazione.

La frequente confusione normativa, la sovrapposizione dei poteri e delle responsabilità degli enti pubblici e la pesantezza degli oneri amministrativi a carico delle imprese, scatena la caccia all’amministratore pubblico infedele che può “facilitare” il <percorso di guerra> imprenditoriale. Non solo denaro, ma anche il posto di lavoro offerto come nuova tangente (l’ANAC lo ha definito il cd. fenomeno della “smaterializzazione” della tangente).  Fenomeno presente  soprattutto al Sud, l’assunzione di coniugi, congiunti o soggetti comunque legati al corrotto.

Un fiume di denaro che scorre tra corrotti e corruttori. Il quadro complessivo che emerge dal rapporto ANAC testimonia che la corruzione, benché all’apparenza scomparsa dal dibattito pubblico, rappresenta un fenomeno radicato e persistente. Difficile da estirpare. Fino a quando la burocrazia non verrà seppellita dalla semplificazione. Forse.

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