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Yes, I Will… Lie? Nella vicenda di Imen Jane tutte le contraddizioni dell’Italia

Già, Imen non aveva la laurea in economia, eppure era riuscita a trasformare la sua passione per la divulgazione economica in impresa: ma perché ha mentito?

di Andrea Pedicini

Imen Jane (Foto da Wikimedia/Mariachiaramnc)

La mancanza di una “cultura imprenditoriale” in Italia è oggi il vero dramma del nostro paese, ed è un dato che emerge prepotentemente anche dal lavoro della task force guidata da Vittorio Colao, le cui conclusioni sono state presentate la settimana scorsa 

Nella giornata di ieri ha creato un discreto scalpore la notizia che Imen Jane, nota “influencer economica” e co-fondatrice di Will, piattaforma d’informazione basata su Instagram, non solo non avesse alcun titolo per potersi definire “economista” (come avrebbe invece fatto pubblicamente nel corso degli ultimi mesi), ma che non fosse proprio laureata. 

Preferendo non infierire sulla vicenda personale, e limitandomi solo a constatare che per chi, come Imen, si è accreditata come paladina della lotta alle “fake news”, la situazione risulti quantomeno paradossale, credo che la vicenda spinga a fare alcune considerazioni rispetto allo stato attuale del nostro paese, sopratutto per quanto concerne il rapporto tra istruzione e livello di occupazione attuale. 

L’ultimo rapporto dell’OCSE colloca l’Italia al quartultimo posto al mondo per il valore delle nostre lauree. Da un lato infatti continuiamo a vantare un numero di laureati ancora troppo basso, e sopratutto ancora troppo sbilanciato verso aree disciplinari che poco interessano alle aziende, dall’altro registriamo un ritorno economico del titolo di studio terziario tra i più bassi in assoluto tra quelli dei Paesi industrializzati. Dal 1999, anno in cui in Italia fu approvata la riforma universitaria del “3+2” (di cui il sottoscritto è stato tra le prime “vittime”), abbiamo assistito al proliferare di corsi di laurea totalmente inutili che attribuiscono un titolo formale e poco più, risultando poi poco spendibili nel mondo del lavoro. E questo vale, ahimè, anche per alcuni indirizzi economici.

Nonostante questo continua a persistere nel nostro paese una concezione fuorviante del titolo di laurea, quasi come se per ottenere un certo tipo di riconoscimento sia assolutamente imprescindibile aver effettuato un determinato percorso di studi, senza il quale le medesime idee, o gli stessi concetti, espressi senza una laurea, perderebbero di valore. La storia di Imen è piuttosto emblematica da questo punto di vista: nonostante l’assenza di un titolo di laurea effettivo, seppur all’insaputa di tutti (o quasi), Imen è stata in grado di raccogliere in breve tempo un notevole seguito sui social parlando prevalentemente di temi economici, tanto da catturare anche le attenzioni dell’attuale Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, come pur di contribuire alla nascita di una piattaforma, Will, che solo un paio di mesi fa ha raccolto circa un milione e duecento mila euro di finanziamento da parte di una cordata di investitori di grande esperienza.

Se tutto ciò è successo, un motivo ci dovrà pur essere, e poco ha a che vedere con la sua (inesistente) laurea: è verosimile pensare infatti che a “premiare” Imen nel corso degli ultimi mesi, più che i millantati titoli di studio, siano state la sua capacità comunicativa da un lato e la validità di un progetto, Will appunto, di cui si è resa protagonista, insieme al suo socio Alessandro, dall’altro. 

Imen, è riuscita così a trasformare la sua passione per la divulgazione economica, in un concetto imprenditoriale: Will. Ed è proprio di questo che l’Italia ha oggi estremamente bisogno, più ancora che di nuovi laureati: di idee e passioni che si trasformano in progetti imprenditoriali, a maggior ragione quando riescono a sfruttare le nuove tecnologie, che rappresentano per la nostra generazione, e per quelle successive, una nuova “corsa all’oro”. La mancanza di una “cultura imprenditoriale” in Italia è oggi il vero dramma del nostro paese, ed è un dato che emerge prepotentemente anche dal lavoro della task force guidata da Vittorio Colao, le cui conclusioni sono state presentate la settimana scorsa.  

L’errore più grave che imputo a Imen non è tanto quello di avere mentito sul suo titolo di laurea, cosa certamente deprecabile, ma di aver perso l’occasione di dimostrare che in Italia ci si può affermare ed avere successo anche senza essere laureati. Se anziché dire di essere laureata in economia, si fosse semplicemente dichiarata “laureanda” in economia, avrebbe probabilmente raggiunto gli stessi risultati, anziché essere costretta ieri a dare le dimissioni dalla redazione e dal CdA di Will. 

E cosi, invece, oggi ci troviamo con una lavoratrice non-laureata in meno ed una quasi-laureata disoccupata in più. 

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