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UpM promuove la blue economy e la crescita sostenibile nel Mediterraneo

La nuova Dichiarazione rafforza la cooperazione sulla governance marittima; la regione è molto esposta ai cambiamenti climatici e gravi saranno le ripercussioni

Mar Mediterraneo, Sardegna (Simon, Pixabay)

Ieri, si sono riuniti i rappresentanti dei 42 paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo e che fanno parte dell’UpM l’Unione per il Mediterraneo, ente intergovernativo creato per promuovere il dialogo e la cooperazione nella regione euromediterranea. Al termine dei lavori i Ministri hanno siglato un documento che mira a intensificare gli sforzi per sviluppare un’economia “blu” e “sostenibile” nel Mar Mediterraneo e promuovere la ripresa delle economie della regione senza dimenticare le sfide ambientali e climatiche: una nuova Déclaration ministérielle de l’UpM sur l’économie bleue che mira a “promuovere politiche e strumenti di trasformazione come i cluster marittimi o la pianificazione dello spazio marittimo”.

A sei anni dalla prima dichiarazione, i rappresentati dei paesi europei, africani e asiatici che si affacciano sul Mar Mediterraneo, guidati dall’Unione europea e del Regno di Giordania, hanno previsto nuove attività e progetti comuni per affrontare problemi locali, come lo squilibrio tra domanda e offerta di “competenze blu”, i “rifiuti marini”, le energie marine rinnovabili e il turismo naturale. Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo per l’ambiente, gli oceani e la pesca, ha dichiarato che “I ministri dell’Unione per il Mediterraneo hanno concordato la transizione verso un’economia blu veramente sostenibile, come parte della nostra strategia per uscire dalla crisi del Covid-19 e affrontare la gravi effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. È un passo fondamentale verso la gestione sostenibile del Mediterraneo – il nostro mare comune – e un contributo alle ambizioni dell’European Green Deal europeo” (tanto caro dalla Presidente della Commissione europea, ma che finora non ha visto grande applicazione, bloccato in parte dalla pandemia).

Di pandemia ha parlato anche il Segretario Generale dell’UpM, Nasser Kamel, per il quale “Con questa dichiarazione ministeriale sulla Blue Economy, stiamo alzando l’asticella delle nostre ambizioni collettive nei governi, nella società civile, nella ricerca e nei settori privati per garantire che le attività marittime siano sostenibili, innovative e orientate alla creazione di posti di lavoro per affrontare le principali sfide del nostro tempo”. Una Blue Economy che ha numeri di tutto rispetto: 1.231 le aree marine protette (circa il 7% di tutta la superficie del Mar Mediterraneo), con il turismo che fornisce lavoro al 79% degli occupati delle aree costiere. A questo, si aggiungono 353mila posti di lavoro nel settore della pesca.

“Allo stesso tempo, stiamo anche affrontando importanti fattori trainanti per la ripresa dalla pandemia e per la ristrutturazione a lungo termine del settore”, ha aggiunto Kamel.

I pesci muoiono a causa dell’inquinamento marino (pixabay di Estebandrf)

Un percorso condiviso anche dal Ministro dei Trasporti del Regno Hascemita di Giordania, Marwan Alkhitan, che ha dichiarato: “Il nostro impegno per lo sviluppo economico si costruisce attorno a un’economia “blu” preservando tutto ciò che è unico e autentico nel nostro ecosistema. Coinvolgere tutte le parti interessate in questo processo è essenziale per rendere i principi e le pratiche della Blue Economy parte duratura e integrante della nostra cultura aziendale e di sviluppo”.

Le azioni previste dovranno mirare a rafforzare la cooperazione in materia di economia blu e governance marittima; facilitare la transizione verso uno sviluppo sostenibile riducendo l’impatto sull’ambiente e investendo su modelli di business più sostenibili (energie rinnovabili marine, trasporto marittimo verde, economia blu circolare, ecc.); promuovere la pesca sostenibile e l’acquacoltura, compresa una nuova ambiziosa strategia della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) per il periodo 2021-2025; affrontare la disoccupazione e le esigenze di profilo nell’economia blu attraverso lo sviluppo delle competenze, la conoscenza, l’innovazione e la ricerca; e rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza marittima, compresa la cooperazione della guardia costiera.

“La posta in gioco è cruciale”, hanno convenuto i partecipanti all’incontro. “La regione del Mediterraneo è la destinazione turistica numero uno al mondo e il “turismo è un settore chiave per i giovani imprenditori e per la crescita delle piccole e medie imprese”. Un settore però duramente colpito dalla crisi del Covid-19. A questo si aggiunge che la regione è altamente esposta ai cambiamenti climatici, con un riscaldamento del 20% più veloce della media globale e ripercussioni notevoli sull’ambiente marino.

Ai lavori ha partecipato anche il sottosegretario del Ministero degli esteri, Manlio Di Stefano, che ha ribadito: “L’Italia, con i suoi 8mila km di coste, undici confini marittimi e una filiera economica che dalla pesca alla cantieristica e ai trasporti coinvolge quasi il 3% del PIL, è in prima linea nel Mediterraneo per il rafforzamento di un sistema integrato di relazioni tra i Paesi rivieraschi”. Secondo Di Stefano, è importante per “i Paesi del Mediterraneo garantire in maniera duratura la salute del mare quale fattore di equilibrio ambientale e climatico”.

Tanto più che l’Italia, indipendentemente da chi sarà al governo, avrà una responsabilità non da poco: sarà presidente della 26esima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico e del G20.

 

 

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