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La rinascita di San Giovanni a Teduccio con i big dell’hi-tech all’ateneo napoletano

Non solo pizza e mare, un dinamismo innovativo caratterizza l'Università di Napoli Federico II dove diverse multinazionali hanno aperto le proprie Academy

di Mario Messina

San Giovanni a Teduccio Università ripresa dall'alto (YouTube)

San Giovanni a Teduccio, quartiere orientale di Napoli, è la tipica estrema periferia napoletana: edifici bassi, un po’ diroccati e strade spesso sporche e silenziose.

A vedere i palazzi ultramoderni del Polo universitario della Federico II inaugurato nel 2015 ti viene da pensare che li abbiano costruiti nel posto sbagliato.

“E invece posto migliore di questo non poteva esserci” spiega Edoardo Cosenza, Professore di tecnica delle costruzioni all’Università di Napoli Federico II e che il “progetto San Giovanni” lo ha pensato, lo ha sognato e lo segue sin dall’inizio.

Il “progetto San Giovanni” è quello che dal 2016 ha portato nel quartiere aziende come Apple, Cisco, Tim, Deloitte e altre multinazionali dell’hi-tech che lì hanno deciso di aprire le proprie Academy, centri di formazione in partenariato con l’ateneo napoletano. Un modello che è già pronto per essere esportato nel resto del Mezzogiorno.

Giuseppe Conte, nel discorso con cui chiedeva per l’ultima volta la fiducia alla Camera lo scorso 18 gennaio, parlava degli “ecosistemi dell’innovazione del Mezzogiorno sul modello del polo tecnologico di San Giovanni a Teduccio”. Un progetto che, grazie ai fondi del Recovery Plan (il fondo garantito dal bilancio dell’Unione Europea che aiuterà i Paesi più duramente colpiti dall’emergenza economica e sanitaria a rialzarsi) vuole creare un Polo tecnologico à la San Giovanni in ogni regione del Mezzogiorno.

“Io dico che ormai non faccio più il professore, faccio l’immobiliarista”, dice ridendo il professor Cosenza che dalle prime ore del mattino incontra i rappresentanti di aziende che, come altre, vogliono stanziarsi a San Giovanni a Teduccio. “Credo sia ormai chiaro che l’idea delle Academy sia piaciuta alle compagnie”.

Le Academy sono centri di formazione curati, in una sorta di Joint Venture, delle aziende e dall’Università. Il più importante nato nel Campus è quello della Apple, unica Academy Apple in Europa.

Il polo universitario di San Giovanni a Teduccio (YouTube)

Ragazzi e ragazze di tutto il continente, dopo un processo di selezione che si svolge a Napoli, Berlino, Parigi o Londra, trascorrono nove mesi nel Polo di San Giovanni a Teduccio per imparare a sviluppare applicazioni in team multidisciplinari dove trovi l’ingegnere e l’informatico, ma anche l’artista e il sociologo.

“La novità – spiega il professor Cosenza – è che queste Academy non ti rilasciano nessun pezzo di carta, nessun credito formativo. Follia pura nell’Italia della burocrazia. Eppure, il successo è spaventoso. Perché qui i giovani e le giovani possono acquisire le competenze che le aziende richiedono e che spesso i classici corsi di laurea non sono in grado di offrire. Non è un caso che chi esce da una delle Academy di San Giovanni a Teduccio riceve in media due o tre offerte di lavoro a fine corso”.

Proposte di lavoro che arrivano da diverse parti dell’Italia e del mondo. Ma molti decidono di restare a Napoli per creare start-up. Nel 2019 ne sono 423 solo nel capoluogo partenopeo. Un dinamismo innovativo che, si spera, possa attrarre grandi investitori privati.

Uno c’è già e si chiama Apple. Quando nel 2015 il Ceo Tim Cook scelse Napoli per istallare la sede europea dell’Academy molti sgranarono gli occhi. “In parte – dice Cosenza – fu l’allora governo a spingere verso questa scelta, ma in parte credo che Cook fu attratto dal progetto che stavamo portando avanti qui a San Giovanni e da quella variabile che rende Napoli attrattiva nel mondo: l’immensa e ineguagliabile creatività”.

“Una multinazionale enorme come Apple – spiega Mita Marra, professoressa di Politica Economica alla Federico II – non prende decisioni se non dopo una lunga e attenta analisi. Se ha scelto di stabilirsi a Napoli è perché questo era il posto migliore per i suoi interessi: qui siamo abbastanza al nord per parlare con Londra e New York e abbastanza al sud per parlare con gli attori economici emergenti. Siamo Europa, ma siamo anche Mediterraneo. Napoli è unica da questo punto di vista”.

La città è un melting pot da sempre eppure, sono solo pochi anni che l’interesse per Napoli ha varcato i confini nazionali. Perché il progetto San Giovanni non si è fatto prima?

“Non so perché non si è fatto prima – risponde la professoressa Marra – ma so perché si è fatto adesso: perché ad un certo punto personaggi illuminati e dall’etica del lavoro ineccepibile si sono ritrovati contemporaneamente nei posti chiave, sia dell’università che della politica”.

Dall’idea di pochi, ma fondamentali illuminati, San Giovanni a Teduccio è diventato un caso studio, una realtà in continua crescita, che nemmeno la pandemia è riuscita a fermare.

Giovani ragazzi al polo universitario di San Giovanni a Teduccio (YouTube)

“In questi giorni le Academy e le aule di ingegneria sono vuote, ma molti laboratori continuano a funzionare”, spiega Leopoldo Angrisani, direttore del CeSMA-Centro Servizi Metrologici e Tecnologici Avanzati, il primo centro a essersi insediato nel Campus di San Giovanni a Teduccio sin dalla sua inaugurazione.

“Paradossalmente – continua Angrisani – il Coronavirus ci ha dato una spinta propulsiva in alcuni ambiti fino a ieri marginali”. In uno dei Laboratori di Fisica – ora denominato Laboratorio Emergenza Covid 19 – ricercatori della Federico II stanno lavorando, nell’ambito dall’iniziativa della Global Argon Dark Matter Collaboration, alla creazione di nuovi ventilatori meccanici utili per i pazienti affetti da polmoniti interstiziali bilaterali causati dalla SARS-CoV-2.

“Ma prima ancora – continua Angrisani – ci siamo adoperati per fornire le certificazioni di idoneità a tutte quelle aziende del territorio che all’apice dell’emergenza avevano convertito la produzione producendo mascherine. E avendo a disposizione macchinari di qualità superiore rispetto a quelli richiesti dalla legge per questo tipo di certificazioni, abbiamo sottoposto all’Istituto Superiore di Sanità un nostro protocollo che è stato accettato ed è stato ritenuto superiore a quello precedente”.

L’evoluzione del Campus tecnologico di San Giovanni a Teduccio continua anche al di là della pandemia. Anche fisicamente. Subito dopo il lockdown uno dei primi cantieri a ripartire in città è stato quello che sta costruendo nel perimetro del Campus il Palazzo della Creatività e dell’Innovazione.

“In questo luogo – racconta il professor Edoardo Cosenza – vogliamo attirare le menti più brillanti del pianeta e coccolarle come solo a Napoli sappiamo fare. Metterle a proprio agio e farle creare, innovare. In ogni ambito accademico”.

Non sembra facile attirare le grandi menti in una città che è conosciuta quasi esclusivamente per il mare, il sole e la pizza. “Nemmeno far venire Tim Cook era facile – risponde Cosenza – ma l’abbiamo fatto. E soprattutto, smetterla di pensare che per crescere dobbiamo rinunciare alle tradizioni, al mare, il sole e la pizza”.

“Io qui a San Giovanni immagino i premi Nobel che si incontrano per contaminarsi e per creare e intanto si godono la lasagna fatta dalla signora del quartiere. Io immagino i ricercatori venire qui ogni estate per un periodo di aggiornamento e per godersi il golfo di Napoli e il Vesuvio all’orizzonte. Io immagino di rovesciare la narrazione che vuole una Napoli che deve bloccare la fuga dei cervelli. Che vadano all’estero i nostri ricercatori, perché possano crescere accademicamente. Lavoriamo piuttosto perché altri cervelli, dal resto d’Italia, dall’Europa e dal mondo, siano interessati a venire qui. Il quartiere e la città sono pronti ad accoglierli”.

Accanto all’ex ciminiera della Cirio, integrata nel Campus, si trova un grosso crocifisso. È quello che si trovava all’ingresso della fabbrica e che uno degli operai, il signor Antonio Durante, si portò a casa quando fu smantellata. Antonio per trent’anni ha aspettato che qualcuno si sostituisse alla Cirio per riportare il grosso Cristo nel posto in cui apparteneva.

Antonio Durante non c’è più, ma il crocefisso sì. E per conto suo osserva la rinascita di San Giovanni a Teduccio.

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