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Ambizioni, successi e delusioni degli amici banchieri di Gianni Agnelli a New York

Da una email giunta alla Voce in risposta all'articolo di Mario Platero, l'autore trae spunto per ricostruire una storia americana di soldi e potere

Nella foto l'allora Governatore di New York Hugh Carey e alcuni dei suoi consiglieri seduti a sinistra del tavolo, e l'allora Presidente Gerald Ford con i suoi consiglieri alla destra. La delegazione di New York era composta da David Burke, Peter Goldmark, John Hieman, Felix Rohatyn, Judge Simon Rifkind, Arthur Leavitt, William Ellinghaus, and Michael Nadel. President Ford's advisers included Donald Rumsfeld, L. William Seidman, Edwin Yeo, Richard Dunham, Roderick Hills, James Cannon, James Falk, Richard Cheney, Ron Nessen, Max Friedersdorf, Robert Hartmann, Jack Marsh, and Roger Porter. (Gerald R. Ford White House Photographs)

Gentile Direttore,

Leggo con grande piacere  l’articolo su Gianni Agnelli a firma di Mario Platero.

Un solo punto mi permetto in modo tanto pignolo quanto inopportuno di sottolineare, proprio in realtà a rimarcare l’eleganza e la ricchezza del tutto. Scrive Platero che “C’era il quadrante della finanza e imprenditoria americana, con Felix Rohatyn, il banchiere che salvò New York dal fallimento, André Meyer di Lazard, John Gutfreund, il capo di Salomon Brothers, quando Salomon era una potenza o, sul fronte industriale, con Lee Iacocca, Henry Ford o Jack Welch di General Electric. L’azienda che aveva come modello era la United Technology”.

Tutto vero, ma Felix Rohatyn, quando salvò New York (e credette di guadagnarsi così la nomina a Segretario a Tesoro, una volta Ford, che voleva far fallire la città, battuto), faceva anch’egli parte di Lazard Frères, di cui immaginava anzi di ereditare il comando. Nella formulazione data, invece, pare capirsi che Rohatyn e Meyer lavorassero per due entità diverse.

Etienne Andrione, Quart (AO)

 

Gentilissimo Etienne Andrione,

Grazie intanto per le cortesi parole che ha usato per il mio articolo su Gianni Agnelli. A proposito della sua precisione lei ha assolutamente ragione, anche Rohatyn era con Lazard Freres, banca controllata allora da Michel David Weill, altro grande amico dell’Avvocato che non ho menzionato perché si vedevano a NY ma più spesso a Parigi. Ho riflettuto se aggiungere alla definizione banchiere il nome della banca ma per una questione stilistica – Lazard veniva menzionato subito dopo a proposito di André Meyer – ho deciso di non metterlo. Ho pensato che chi conosceva Rohatyn, come lei, sapeva che il suo ruolo di banchiere avveniva con Lazard, per chi non lo conosceva e magari non conosceva Lazard non avrebbe fatto alcuna differenza.

Su due punti che lei solleva ho però una posizione diversa. Conoscevo Felix Rohatyn, sono stato anche nel suo appartamento sulla Quinta Strada e conosco molto meglio il figlio Nick – che tra l’altro proprio la settimana scorsa ha aiutato la moglie Jeanne Greenberg Rohatyn mercante d’arte di grande successo ( e di tradizione, anche il padre era mercante d’arte) ad aprire una nuova importante galleria, Salon 94, sulla 89 East, di fianco al Guggenheim -. Al solenne memorial in onore di Rohatyn alla Carnegie Hall siè raccontata la storia di Rohatyn e Lazard e più volte, confermato poi da persone a lui molto vicine è stato detto che non avrebbe mai accettato di fare il capo di Lazard. Preferiva il suo ruolo di banchiere, di deal maker, di personaggio pubblico – il più importante della banca – a quello di “amministratore” con tutte le complicazioni e noie del caso. E difatti nonostante i successi quando gli fu offerto il ruolo declinò, seppur con molta grazia. Per il secondo punto, si tratta di una precisazione. E’ vero che Rohatyn voleva fare il segretario al Tesoro, considerava quell’obiettivo fra i più importanti della sua carriera in finanza, ed è vero che dopo aver salvato NY immaginava che una vittoria democratica gli avrebbe automaticamente garantito la posizione. Ma non dopo l’amministrazione Ford (Ford to NY: Drop Dead), negli anni successivi a Ford e fino ai primi anni 80 era nel pieno della gestione della crisi a New York. E quando Jimmy Carter vinse nel 1976, Rohatyn aveva ancora da occuparsi della città.

Poi nel 1980 e fino al 1992 con Reagan e Bush non ci furono democratici alla Casa Bianca. La prima opportunità capitò nel 1992. Fu quello l’anno in cui Rohatyn sperò più di ogni altro momento di essere chiamato a fare il segretario al Tesoro. Ma commise una leggerezza politico. Appoggiò con risolutezza Mario Cuomo, candidato favorito fra i democratici, cercò di convincerlo che il giovane candidato dell’Arkansas Bill Clinton avrebbe portato il partito alla rovina e che l’unico in grado di battere George Bush era lui. Sappiamo come è andata a finire. Cuomo si convinse che non avrebbe potuto battere Bush (c’era anche un problema di “complesso di classe” e all’ultimo momento, quando i motori del suo aereo erano già accesi per portarlo nella località dove avrebbe annunciato la sua candidatura, decise di non correre. Non che Cuomo avesse sbagliato. Riteneva che le sue probabilità sarebbero stato più forti nel 1996 e avrebbe avuto ragione se all’improvviso non fosse intervenuto a scompigliare tutto Ross Perot. Con il suo 18% del voto, “rubato” soprattutto a Bush, impedì la conferma per un secondo mandato al Presidente in carica e Bill Clinton vinse la Casa Bianca.

I punti di riferimento di Clinton per l’economia erano molto diversi da Rohatyn. Bob Rubin, CEO di Goldman Sachs, concorrente più autorevole di Lazard divenne consigliere economico e poi segretario al Tesoro. A Rohatyn non restò che tornare a fare il banchiere, fino al 1997 quando al secondo mandato Clinton si ricordò finalmente di lui e lo nominò Ambasciatore americano a Parigi (Rohatyn fuggendo dall’Europa durante le persecuzioni razziali si era fermato a Parigi e in Algeria e parlava un francese perfetto).

La ringrazio dunque, caro Andrione, per avermi dato la possibilità di chiarire alcuni aspetti che lei citava, e soprattutto, di nuovo, per essere stato così gentile nell’esprimere il suo gradimento per il mio articolo.

Mario Calvo-Platero

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