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Solidarietà nel segno della crescita: perché l’Italia deve garantire imprese e lavoratori

La Costituzione garantisce principi fondamentali che non possono essere violati e rende l'idea che, per combattere la povertà, non serva impoverire gli altri

Una manifestazione di protesta a Torino delle parrucchiere contro la burocrazia (Foto pxhere.com)

Che l’Italia, già per Costituzione, abbia un’inclinazione solidaristica indirizzata a più livelli e ambiti dell’interazione tra i cittadini, è certo.

L’art. 2 della nostra Carta fondamentale enuncia, infatti, che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Sicché, affrancandoci per un attimo dal mito di Robin Hood e senza farci ammaliare da quest’ultimo ai fini della questione solidaristico-valoriale, stiamo alle valutazioni di sorta.

Partiamo dal considerare come universali:

  • il principio per cui nessuno deve esser lasciato indietro nel senso di trascuratezza sistemica fino a giungere all’abbandono degenerativo che porta, in conclusione, alla totale indigenza, povertà assoluta, ecc.;
  • il principio per cui senza un obbiettivo/fine politico legato al costruire sviluppo e progresso, spirituale e materiale dell’individuo (come Costituzione comanda), la ricchezza economica in quanto tale (che non equivale a dire arricchimento individuale) non diventa strumentale a combattere la povertà a cui possono portare le falle sistemiche;
  • il principio per cui lo Stato deve assicurare l’iniziativa economica ed il rispetto dei beni di chiunque in una chiave sociale in termini di non mortificazione dell’intraprendenza e del merito;
  • il principio per cui la redistribuzione economica, specie in un mondo globalizzato-competitivo che vuole sul piatto della bilancia eccellenze, non è funzionale al rispetto alla teoria del prelievo fiscale di matrice contributiva;
  • il principio per cui uno Stato deve tendere a garantire le parità di chance per far emergere, da un lato, i meritevoli e, dall’altro lato, rendere quanto più concreto il c.d. ascensore sociale.

Per combattere la povertà non serve impoverire gli altri (seppure questo sarebbe uno strumento facile ed immediato da utilizzare in un sistema anti-globalizzante), ma creare le opportunità di lavoro che possano consentire un effetto duplice: il recupero della dignità e della capacità contributiva dell’individuo.

Allora, se prendiamo ad esempio il famoso reddito di cittadinanza di certo siamo difronte ad uno strumento di natura anch’esso duplice: – statico poiché finalizzato ad assistere il soggetto indigente con un aiuto economico puro e semplice (che attualmente supera, tra l’altro, il livello di pensione minima); chiuso poiché limitato alla sola ricerca di un impiego lavorativo dipendente.

Luigi Di Maio festeggia da un balcone con i supporter dei Cinquestelle il reddito di cittadinanza (Immagine da youtube)

Al netto della criticabilità o meno della misura voluta nel 2019 dal primo Governo di Giuseppe Conte, l’attualità ci impone di riconsiderarne il ruolo soprattutto tenuto conto degli effetti pandemici Covid in cui, probabilmente, se non ci fosse stato si sarebbe allargata la forbice degli indigenti più di quanto si possa immaginare.

C’è da considerare, infatti, che numerosissime partite iva, soprattutto medio-piccole, non hanno ricevuto lo stesso contributo di garanzia esistenziale così alimentandosi, sottotraccia, l’indice di disperazione, miseria e nuove povertà.

Il nuovo mercato post-pandemico sarà molto sofferente perché, certamente, i salari (in diversi settori) sono non convenienti e molti in stato di reddito di cittadinanza non hanno interesse neanche a farsi assumere: incertezze sistemiche, condizioni peggiorative, aleatorietà dei settori delle attività stagionali, ecc. sono alcuni deterrenti.

È anche vero il contrario: come fa una partita iva medio-piccola a garantire più di quanto è nelle possibilità di fare se lo Stato (che, si ricordi, rilascia licenza senza garanzia di mercato minimo dato il principio di concorrenza) non incide, con politiche normativamente ed economicamente sopportabili, sul costo effettivo (che, attenzione, non significa stipendio) del lavoratore e non del lavoro? Sembrano due concetti uguali, ma non lo sono affatto.

“Cerco lavoro”

Su questi gangli, pur se meritevoli di molto approfondimento, significa dover intervenire per scongiurare che si imballi totalmente la ripresa, la ripartenza, la ricostruzione del sistema Paese.

Da una parte si potrebbe, ancora ad esempio, intervenire quanto prima sul reddito di cittadinanza: flessibilizzarlo anche per renderlo funzionale all’apertura di una nuova attività produttiva da parte del soggetto beneficiario.

Potrebbe essere una soluzione di prospettiva nel brevissimo periodo? Passare, quindi, da mera spesa di assistenza ad investimento su capitale umano che si trasformerà nel tempo come soggetto contributivo vero e proprio.

Si può pensare, pertanto, ad un periodo cuscinetto: dopo una fase di uscita dallo stato d’indigenza in cui è lo Stato che si preoccupa di trovare il lavoro, il soggetto beneficiario si autonoma rispetto ad un termine finale di fruizione del reddito predetto entro il quale deve decidere se immergersi nel lavoro autonomo (se ha titoli e competenze) ed/od imprenditoriale (con condizioni chiaramente agevolate) oppure rimanere nell’ottica di ricerca del lavoro dipendente (poiché è altrettanto umano che non tutti hanno una inclinazione al rischio d’impresa) ma fruendo dell’aiuto di cittadinanza, a scalare nel tempo, fino a livello di pensione minima. Così l’effetto sarà che il beneficiario, psicologicamente, saprà di doversi sbrigare a trovare lavoro.

Non dobbiamo dimenticare, però, che un sistema reddituale del genere unito alla precaria condizione di ricchezza delle partite iva medio-piccole porta inevitabilmente a due cose (una sorta di cortocircuito): sul primo fronte a consolidarsi un vero e proprio fenomeno di aiuto di Stato interno, implicito, ma diretto (vietato, tra l’altro, dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea artt. 107 salvo rare eccezioni); sul secondo fronte alla chiusura di migliaia di imprese o quantomeno all’incapacità di sviluppare utile funzionale alla contribuzione fiscale in ottica sia di virtuosità di sistema che, si badi bene, a pagare via via fette di debito pubblico.

Le proteste a Roma contro la chiusura dei ristoranti (YouTube)

Come si può diminuire il debito pubblico, allora, se non con il maggior gettito derivante dalle attività d’impresa a cui lo Stato (ab origine) dovrebbe fare in modo di assicurare un mercato, appunto, in utile pur in competizione?

Il sinallagma è semplice: se una impresa si relaziona con un bacino d’utenza di 10 persone che ha capacità di spesa fissa nel tempo fino ad un massimo di 100 euro (ad esempio), il risultato è presto che tratto. Più sono le imprese, meno costeranno i beni e/o i servizi per principio di concorrenza fino a che i prezzi non saranno talmente competitivi che le imprese stesse falliranno per impossibilità di utile. Viceversa meno saranno le imprese più ci sarà oligopolio o monopolio con prezzi imposti al consumatore a reddito fisso che sarà via via impoverito.

Diverso è se io Stato punto ad aumentare il processo di scambio sia in velocità che in quantità: il rischio è certamente l’inflazione che a livello comunitario-europeo tanto si teme (basti leggere l’art. 3 del Tratto sull’Unione Europea), ma senza questo fenomeno il rischio è che il denaro non rappresenti più il valore del rapporto lavoro-beni conseguibili in un determinato mercato interno.

Se debiti bancari e debiti erariali sono due facce della stessa medaglia (con un chiaro ed evidente aumento stadiato, soprattutto in epoca Covid, da tutti gli Enti pubblici più importanti), come si pensa di poter preservare le produzioni, le maestranze, le credibilità imprenditoriali acquisite nei singoli mercati con anni di sacrifici da parte delle partite iva?

Francoforte – L’ex Presidente della BCE Mario Draghi con Chrisitne Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea, il 28 ottobre 2019.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Possiamo fare tutti i piani Next Generation migliori del mondo (e meno male che ci sono persone competenti, almeno, su questo fronte macroeconomico: non a caso è stato voluto Mario Draghi dal Pres. Sergio Mattarella), ma rimane il problema del breve-medio periodo e della vita reale (microeconomica); cioè del borgo sperduto nella regione depressa economicamente, della periferia della grande Città, dell’imprenditore agricolo che rischia di non poter garantire più una filiera economicamente sopportabile, ecc.

Oggi il punto di snodo è questo: senza impresa a cui si garantisce la dignità del profitto, per l’effetto, non si crea lavoro virtuoso e capacità contributiva così come, per altro verso, senza lavoratori dignitosamente salariati non ci sarà tutto quell’impellente interesse al reimpiego nel breve-medio tempo se sostenuti (tra disoccupazione e reddito di cittadinanza) dallo Stato.

Un cane che si morde la coda senza soluzione di continuità nel cui impazzimento il sistema Paese non saprà come pagare le pensioni del futuro sempreché non si arrivi, prima o poi, a non averne più uno.

Abbiamo un’unica possibilità: si chiama crescita.

Cosa, quest’ultima, di cui nessuno ci dota a propri, ma che spetta al genio dell’intraprendenza e dell’eccellenza.

Salvo che la politica non voglia tassare anche queste per condonare la propria responsabilità verso le generazioni a venire.

 

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