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Dopo il covid arriva la ripresa economica, ma quando torneremo a stare come prima?

Un gruppo di esperti del World Economic Forum ha studiato lo stato dell'economia internazionale, evidenziando tante disparità tra un Paese e l'altro

Spesa al supermercato - Pixabay

Dove va l’economia reale? Quali le priorità e le iniziative da prendere per avviare la resilienza, il recupero produttivo della società mondiali, mentre le diplomazie mondiali dettano il passo della ripresa, tornando finalmente a incontri diretti fra presidenti come ricorda l’incontro che ha avuto luogo a Ginevra fra il presidente Joe Biden e Vladimir Putin?

In attesa delle conseguenze politiche della ripresa attività diplomatica, per il momento occupiamoci dello stato della economia internazionale, esaminando il recentissimo sondaggio Chief Economists Outlook preparato dal Centre for the New Economy and Society, il dipartimento che si occupa di mantenere rapporti con le principali istituzioni e i protagonisti del settore pubblico-privato presso il World Economic Forum, osservatorio sulla ricerca socio-economica mondiale.

U.S. President Joe Biden, left, and Russia’s President Vladimir Putin, right, meet at the start of the U.S.-Russia summit at Villa La Grange in Geneva, Switzerland, Wednesday, June 16, 2021 – Denis Balibouse/Pool Photo via AP

L’analisi degli studiosi interpellati ha focalizzato quattro filoni di ricerca: verifica del ciclo congiunturale, esame delle disuguaglianze sociali, analisi delle disparità economiche internazionali e stato della transizione climatica verso nuovi modelli.

Ma procediamo con ordine.

In primo luogo la ripresa economica presenta marcate disparità regionali. Da un lato, alcuni paesi stanno superando la crisi grazie a generose politiche di sussidi potenziate da robuste campagne vaccinali; questo scenario tendenzialmente positivo è supportato anche da una decisa ripresa dei corsi borsistici e delle materie prime. Ma questa medaglia ha il suo rovescio. Perché molti paesi non sono ancora usciti dalla emergenza sanitaria, e registrano una crescita del numero dei lavoratori ancora senza impiego e paradossalmente anche degli impieghi che non trovano personale.

Questo scenario a due facce porta la comunità degli economisti interpellati dal WEF ad ipotizzare una generale crescita economica fra il 5.5%-6% per l’anno in corso, e un ritorno alla normalità ante-pandemia per il 2022.

Fermo restando che la evoluzione epidemiologica resta il fattore discriminante fra ipotesi e realtà, gli esperti ora si interrogano se gli stimoli economici decisi dai tre maggiori blocchi politici mondiali, USA, Unione Europea, e Cina, portino anche beneficio alle rispettive società nel loro insieme.

L’allora vicepresidente Biden brinda in onore del presidente cinese Xi durante un pranzo di stato presso il Dipartimento di Stato. Washington, DC, il 25 settembre 2015 – Dipartimento di Stato USA

E qui le opinioni divergono. Perché se gli economisti giudicano con favore i provvedimenti decisi da Europa e Cina, restano invece dubbiosi su quelli statunitensi, giudicati eccessivamente ottimisti.

Esaminiamo la questione da un punto di vista statistico: le misure USA infatti rappresentano il 25% del GDP, la ricchezza prodotta dall’industria nazionale, contro un più modesto 10% deciso dal blocco dei 27 paesi comunitari, ed un ancor più ridotto 4.7% approvato dalla Cina.

Tuttavia, in pratica, solo le misure europee risultano le più “sociali”, non solo perché indirizzate a nazioni con alto debito pubblico, le solite Italia, Spagna ed il blocco est-europeo, ma anche perché il 30% di questi sussidi è vincolato a mitigare gli squilibri climatici.

La Cina invece ha indirizzato l’intervento pubblico alla prevenzione sanitaria, ai sussidi alla occupazione, a sgravi fiscali e contributivi, e ad investimenti pubblici, mentre incentivi la innovazione digitale verranno approvati solo in futuro.

Tornando agli States, ed in particolare all’American Rescue Plan da 1.900 miliardi di dollari, un pacchetto omnicomprensivo di sussidi pubblici-privati, e di investimenti nelle infrastrutture pubbliche e sussidi a famiglie e studenti, gli esperti sono del parere che per generare effetti sulle diseguaglianze sociali, questi provvedimenti debbono ricevere la approvazione di un parlamento tutt’altro che concorde nel concederli. Altro motivo di incertezza, secondo gli esperti: il destino dei paesi a basso reddito.

Il presidente Joe Biden in conferenza stampa mentre annuncia il piano di ripresa economica – YouTube

Questi ultimi, grazie a forti prestiti in SDRs, i diritti speciali di prelievo, la moneta digitale che il Fondo Monetario Internazionale emette per le nazioni affiliate, sinora hanno superato la crisi sanitaria, ma non gli squilibri climatici interni, che potrebbero tradursi in discriminazioni ambientali non appena le nazioni sviluppate applicassero modelli industriali protezionistici dal punto di vista ambientale e pertanto discriminatori proprio verso quei paesi incapaci di adeguarsi.

Inoltre gli economisti rinnovano il loro invito ad usare gli incentivi fiscali non solo per superare le difficoltà contingenti, ma per “impostare un nuovo contratto sociale che generi valore muovendo non dalle attuali interazioni del mercato, ma dalle nuove richieste che ora vengono avanzate da individui e da società. Alle pubbliche amministrazioni”, proseguono le osservazioni degli economisti, “ora tocca l’ingrato compito di varare politiche che considerino questi temi, evitando sprechi di risorse evitando provvedimenti decisi con troppa fretta”.

Christine Lagarde, 4º Presidente della Banca centrale europea – wikimedia

Sono considerazioni che ci portano al secondo filone di ricerca considerato dagli economisti: l’esame delle disuguaglianze sociali. Perché tra intervento fiscale ed economia reale c’è il rischio che si aprano ferite proprio nel tessuto sociale, come risultato, seguendo un triste ordine di apparizione, di fallimenti, disequilibri nel mondo del lavoro e di una rivoluzione dei sistemi produttivi e delle Global Value Chains-GVC, le filiere produttive di un panorama ormai globalizzatosi. Ad impensierire, secondo i dati della Banca Centrale europea, infatti c’è proprio la ipotesi che una catena di fallimenti, di bankruptcies, porti ad una nuova e generalizzata crisi finanziaria cui si accompagna da una crisi degli impieghi.

Alcuni paradossi di questa situazione cominciano ad essere evidenti. Ad esempio, negli USA, dove la disoccupazione rimane al 7.6%, le offerte non attirano persone disposte a lavorare; queste ultime preferiscono la disoccupazione anche se i livelli salariali stanno tornando a livelli pre-crisi.

In attesa di comprendere se questi dati anticipino uno squilibrio tra domanda ed offerta, gli esperti segnalano che, pur avendo percepito generosi sussidi governativi, oggi chi torna ad un lavoro innanzitutto chiede un aumento.

Questi presupposti tuttavia per ora allontanano la prospettiva di una rivoluzione nelle GVC, le filiere produttive mondiali, la cui priorità oggi è tornare al profitto piuttosto che avviare costose riconversioni strutturali. Nel frattempo si assiste ad una ripresa strisciante della inflazione che, notano gli esperti, ancora per quest’anno verrà tenuta ai livelli attuali “dalle banche centrali delle principali economie, la cui priorità rimane la stabilità dei prezzi”.

Diverse invece sono le aspettative per il prossimo anno: se nel primo semestre dovesse aumentare il costo del denaro, aumenterebbe la possibilità di insolvenze delle nazioni economicamente deboli e di una “correzione dei valori borsistici e degli investimenti speculativi”.

Tuttavia, è bene ricordarlo, queste considerazioni previsioni sono e previsioni rimangono: ancora per il medio periodo, gli esperti si attendono che i valori borsistici rimangano insensibili, “disconnected” dallo stato della economia reale.

Passando invece dalla teoria alla realtà della vita economica, le disparità sociali trovano ancora conferma, nota il terzo capitolo del sondaggio: “in molti paesi la crisi economica ha sfavorito gruppi sociali già penalizzati per motivi di razza, genere, etnia, o condizione economica”.

Ad esempio, il 39% della Generazione Z, gli attuali adolescenti, che nell’ultimo decennio ha già vissuto ben due crisi economiche, con il Covid-19 ha subito problemi occupazionali.

Anche il lavoro cambia: si sta automatizzando ormai a livello mondiale, e questo rende inutili le competenze generazionali, le specializzazioni umane e persino quelle geografiche.

Il medesimo discorso vale anche in ambito climatico, che vede sfavorite le regioni più povere, intrappolate fra necessità di ripresa economica, disponibilità crescente di forza lavoro, ma penalizzate da un sistema industriale ancora subordinato alle energie fossili, dunque inquinanti e di conseguenza esclusi dalla evoluzione in primo luogo del ciclo produttivo, e subito dopo anche di quello merceologico.

“Risolvere questi inconvenienti”, osservano gli esperti,” richiede una attenta valutazione delle iniziative industriali e dei provvedimenti governativi”.

Secondo la Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo Economico-OECD, l’organismo intergovernativo per il coordinamento economico, basterebbe migliorare la formazione professionale, i regimi fiscali, le procedure di assunzione, le condizioni salariali, e le opportunità di carriera per incrementare di ben $5 miliardi di dollari non solo la produttività del sistema industriale mondiale, ma anche la qualità del lavoro e la soddisfazione degli impiegati, oltre che allontanare la possibilità di un ritorno ad atteggiamenti protezionistici di cui abbiamo avuto esempi sia durante la epidemia Covid-19, quando molti paesi hanno preferito concentrarsi sulla sanità nazionale invece di allearsi e contrastare la pandemia, oppure nel corso di attacchi informatici che sovente si è poi scoperto essere orchestrati a livello infra-nazionale, da un paese contro l’altro.

Proteste a New York contro la chiusura dei ristoranti: ma il vaccino potrebbe favorire la riapertura dell’industria – Terry W. Sanders

Ed ecco che fra le aspettative di sviluppo economico, sociale, produttivo, ed epidemiologico, è proprio il tema ambientale a catalizzare, uniformare ed ispirare la programmazione del nostro futuro.

L’industria”, segnalano gli esperti, “deve essere pronta ad intercettare il nuovo valore che si verrà a creare non solo da una collaborazione fra ecologia ed informatica, ma anche dalla evoluzione di entrambe come modello unificato”.

Accenture, leader mondiale nella consulenza aziendale, ad esempio ricorda che le aziende presenti per almeno il 20% della loro attività in campo ambientale e nella innovazione digitale già oggi registrano non solo una progressione dei profitti ma addirittura hanno il 150% di probabilità diventare industry leaders, protagoniste dei rispettivi comparti merceologici.

Questo cambio di paradigma e di mentalità fortunatamente è trasversale, perché tutte le aziende ora dispongono delle medesime potenzialità tecniche.

Il messaggio conclusivo è dunque chiaro: competenza umana, intelligenza artificiale, capacità informatica, obiettivo climatico sono obiettivi che indirizzano le aspirazioni di ripresa delle nostre società. Ai politici e, ancor prima di loro alla diplomazia internazionale, come fra l’altro ci ricorda l’attuale incontro ginevrino tra il presidente americano Biden e sovietico Putin, ora spetta il compito di riprendere il reciproco dialogo perché queste aspirazioni si traducano in concreta realtà quotidiana.

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