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Gli “stress test” della FED dimostrano che le banche Usa possono resistere alla recessione

I 23 principali istituti di credito americani hanno superato la prova della Federal Reserve, replicata in Europa anche dalla BCE di Christine Lagarde

Uffici della J.P. Morgan - Facebook J.P. Morgan

Da alcuni anni, in Europa e negli Stati Uniti, è stata introdotta una specifica normativa che sottopone le banche dei due continenti a simulazioni per testarne la solidità ed evitare spiacevoli sorprese per i clienti e gli azionisti. È, in sostanza, una valutazione della riserva di capitale da parte della Federal Reserve americana e delle autorità di vigilanza bancaria per determinare se le banche americane abbiano capitale sufficiente a reggere l’impatto di un forte stress economico molto più difficile rispetto a quanto precedentemente previsto.

La stessa operazione viene condotta da parte del Committee of European Banking Supervisors insieme alla BCE (Banca centrale europea) ed il Governo UE, ovvero la Commissione Europea che verifica tutte le principali banche europee.

La sede della Federal Reserve a Washington – Wikimedia, Dan Smith

Le 23 banche più importanti degli Stati Uniti hanno superato la prova, perchè tutte hanno a disposizione capitali “ben al di sopra” dei livelli minimi richiesti in caso di un forte rallentamento recessivo dell’economia. Lo scenario simulato dalla Fed per gli stress test è quello di “una grave recessione globale”, che colpirebbe il mercato immobiliare commerciale e i detentori di corporate bond, provocando un tasso di disoccupazione pari al 10,8% e un crollo di Wall Street del 55%.

Ma un aspetto critico viene avanzato su questo panorama abbastanza ottimistico, subito dopo gli stress test, dal professor John B. Taylor che, nel 1993, elaborò la Taylor Rule che da allora regola i sistemi di tutte le banche centrali del mondo. La rule è molto importante perché, in sintesi, stabilisce una relazione matematica che lega alcune variabili economiche come l’inflazione e il prodotto interno lordo, forte e principale strumento di politica monetaria.

John Taylor – Wikimedia

Nel precedente articolo abbiamo evidenziato come l’inflazione e il debito pubblico siano strettamente correlati e che, se non ben gestiti, possono avere brutte conseguenze nella mancata crescita del PIL. Un recente contributo del professor Taylor della Stanford University è stato pubblicato su Project Syndicate, una vera e propria organizzazione internazionale senza scopo di lucro fondata nel 1995 a Praga e composta da vari economisti con alcuni Premi Nobel, intellettuali e leader del mondo imprenditoriale. Lo scritto ha evidenziato come la FED stia sottovalutando gli effetti del suo eccesso di interventismo monetario nell’economia con un forte abbassamento dei tassi di interesse ad un livello ritenuto dal Taylor del tutto inopportuno. Le forti preoccupazioni del prof. Taylor gettano un’ombra sulla ripresa mondiale e non si sa fino a che punto la Banca centrale americana stia sottovalutando i pericolosi effetti del suo eccessivo interventismo monetario nell’economia degli stati Uniti.

Le stesse preoccupazioni valgono per la BCE e infatti, se si guardano i dati di Francoforte, ci si accorge che anch’essa ha messo in atto, proprio come la sorella americana, delle forti politiche monetarie con due programmi eccezionali di acquisto dei titoli di stato dell’eurozona, il quantitative easing e il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), portando i tassi d’interesse in netto territorio negativo, addirittura più bassi di quelli fissati dalla stessa Federal Reserve in America.

Christine Lagarde, insieme all’esecutivo della Banca centrale europea, non sembra per niente preoccupata dall’aumento dell’inflazione registrato un po’ in tutta l’area euro negli ultimi mesi e nemmeno dall’idea di restringere la posizione di politica monetaria molto a breve termine, se non per diversi anni. Nella BCE, durante i primi anni di vita dell’euro, si era insediata e irrobustita una forte “visione ordoliberista” della scuola economica di Friburgo che aveva plasmato l’intera neo-istituzione monetaria. Ma i fatti finanziari avvenuti e la guida di Mario Draghi all’Euro Tower avevano consentito di iniziare un’inversione di tendenza passando gradualmente a un uso molto attivo delle teorie di Keynes.

Francoforte, L’ex Presidente della BCE Mario Draghi con Chrisitne Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea, il 28 ottobre 2019.
– Foto di Paolo Giandotti, Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica

E qui entra in ballo il premio Nobel Friederich A. von Hayek, che attaccò le teorie che si basavano sull’eccessivo utilizzo delle politiche monetarie espansive da parte delle Banche centrali. Secondo lui, infatti, questo modo di fare comporta un eccessivo incentivo ad investire in imprese molto rischiose che, a loro volta, non possono che produrre una forte inflazione dei prezzi delle stesse, ovvero una bolla speculativa, destinata inevitabilmente a scoppiare, secondo questa teoria.

Come in tutte le teorie economiche, e come avevamo già spiegato nel precedente articolo, non c’è certezza alcuna in economia. Si procede infatti per approssimazione e, di approssimazione in approssimazione, se ne vedranno ancora delle belle.

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