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Il G20 di Napoli sul clima con Kerry e con tutti d’accordo, almeno in partenza

La prima giornata dei lavori dedicata all'ambiente ha le intese, per la seconda sull'energia non mancano gli ostacoli

Il ministro per l'ambiente Roberto Cingolani

Il G20 di Napoli, primo della storia in cui clima ed ambiente sono i temi centrali, è iniziato ieri a Palazzo Reale, presieduto dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani. “Sappiamo bene che la transizione ecologica non è un pranzo di gala, ma non abbiamo alternative che lavorare insieme in un’unica direzione, senza lasciare indietro nessuno”, ha detto il ministro.

Il 22 luglio è stato dedicato all’ambiente, mentre la seconda giornata, del 23, si concentrerà sul tema dell’energia. L’obiettivo dei 20 è quello di approvare un comunicato condiviso in ognuno dei due giorni, per darsi obiettivi chiari in vista del COP26, organizzato dalle Nazioni Unite a Glasgow questo novembre. Questo G20 è anche il primo incontro internazionale delle maggiori economie globali dopo gli eventi climatici terribili che si sono susseguiti nelle ultime settimane: l’ondata di calore anomalo in Nordamerica, le inondazioni nell’Europa centrale e più recentemente in Cina, l’emergenza incendi in Canada, USA e Siberia.

La prima mattinata ha previsto, per Cingolani, un meeting bilaterale con John Kerry, inviato sul clima del presidente Joe Biden. I due hanno ricordato l’importanza di contenere l’aumento delle temperature a 1,5° e hanno concordato che sia fondamentale fare pressione sui paesi meno collaborativi sul tema del clima affinchè forniscano un chiaro riferimento ai loro target nel comunicato della giornata del 23, incentrata appunto sul clima.

La prima giornata è stata abbastanza rilassata: il dibattito sull’ambiente non è un argomento divisivo, mentre la seconda giornata, incentrata su clima ed energia potrebbe dare qualche grana in più. Il comunicato approvato in conclusione della prima giornata comprende 25 articoli che dettano dieci linee fondamentali: lo sviluppo di soluzioni naturale, la cura della degradazione del territorio, la sicurezza alimentare, l’uso e la sicurezza dell’acqua, la tutela di mari e oceani, l’inquinamento nei mari, la circolarità delle risorse, la sostenibilità delle città, la formazione per le nuove generazioni e la finanza sostenibile.

Un programma ambizioso che Cingolani ha definito “non episodico”, spiegando che i paesi del G20 avevano già cominciato a collaborare su questo progetto da febbraio. Tuttavia, emerge già la preoccupazione per le sorti del dibattito della seconda giornata. Un accordo interno su come agire collettivamente in maniera coordinata contro il surriscaldamento globale, infatti, ancora non c’è, e i paesi del G20 non concordano su praticamente nessuno dei dossier da affrontare venerdì. Ricordiamo che i membri del G20 sono Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, India, Indonesia, Giappone, Messico, Repubblica di Corea, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Europea; rappresentano un panorama di opinioni politiche sul clima molto vario, con livelli di sviluppo economico molto diversi e dunque disponibilità ad impegnarsi nella transizione ecologica differenti.

I membri del G7 si sono già fissati obiettivi molto ambiziosi (tutti ancora da raggiungere), come ad esempio essere completamente carbon neutral entro il 2050, mentre paesi come Cina o Russia sono ben più modesti nelle loro aspettative: la Cina, primo inquinatore globale e interlocutore più ostico del dibattito, ha annunciato che continuerà ad aumentare le sue emissioni fino al 2030, e solo successivamente potrebbe iniziare a ridurle. Russia, India, Cina e Arabia Saudita sono apertamente scettiche rispetto alle linee guida fissate dall’ONU e all’idea di arrivare a emissioni zero entro in 2050.

I segnali sul reale impegno politico dei venti sono quindi contraddittori e contrastanti. Da una parte, come spiega John Kerry in una intervista a Repubblica, “i singoli Paesi vogliono fare meglio nella protezione dell’ambiente e vogliono riuscirci adesso” e “il G7 è stato un grande successo per gli impegni sottoscritti”, dall’altra secondo i dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) solo il 2% degli stanziamenti per la ripresa post-pandemia sono stati destinati a fonti rinnovabili, a livello globale. “La spesa dei governi per la ripresa sostenibile legata all’energia è stata convogliata principalmente verso programmi già esistenti”, spiega il rapporto, che avverte anche che l’attuazione delle misure di ripresa economica annunciate finora porterebbe ad un boom di emissioni record nel 2023, per poi continuare a salire.

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