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In Italia da quasi 30 anni manca una vera e propria politica industriale

Con il libero mercato nazionale si è venuto a creare un regime liberista e nessun ministro dell'economia è ancora riuscito a invertire questa preoccupante tendenza

La sede della Barilla a Parma - Facebook, Barilla

Secondo un concetto rivelatosi errato ed affermatosi negli ultimi 27 anni, in Italia, la politica industriale si è limitata a dare a tutte le imprese, più o meno, le stesse opportunità in un sedicente libero mercato. Questo assunto applicato su scala generale ha instaurato un regime sostanzialmente “liberista” invece occorrerebbe, giunti a questo punto e per quanto ci riguarda, costruire una vera politica industriale in cui lo Stato italiano solleciti e spinga gli imprenditori verso scelte che creino competività e crescita sul medio-lungo periodo, con conseguenti effetti benefici per tutti compreso i livelli occupazionali.

Negli anni ’80, in Italia, sbocciò e si impose un principio economico che riteneva che il piccolo, nel mondo imprenditoriale, fosse bello ed era vero ma, con l’affermarsi della globalizzazione, oggi questo non corrisponde più alle rinnovate e totali sfide mondiali. Lo sta dimostrando l’alto numero di aziende in crisi in Italia che affollano a decine il sito del Mise (Ministero per lo sviluppo economico) e di cui siamo informati poco e male da tutti i tg delle tv nazionali. Per crescere veramente bisogna che una efficace politica industriale sia fortemente consentita e supportata con la loro crescita dimensionale anche attraverso fusioni e acquisizioni.

Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – wikimedia

A fronte di tantissime crisi di varie industrie tutti i governi finora succedutisi negli ultimi 27 anni hanno affrontato il problema in modo singolo azienda per azienda e, la cosa più triste, è stata quella che ha visto i tre sindacati confederali (CGIL-CISL-UIL) appiattirsi su questa linea di retroguardia senza avvertire la sistematicità della crisi che per l’appunto, invece di sprecare risorse e tempo, affrontasse globalmente il problema attraverso la costruzione di una politica industriale ormai assente da alcuni decenni nel Paese. Dal 1994 ad oggi il ministero competente ha visto succedersi Paolo Baratta, Vito Gnutti, Alberto Clò, Pier Luigi Bersani 2 volte, Enrico Letta, Antonio Marzano, Claudio Scajola anche lui 2 volte, Paolo Romani, Corrado Passera, Flavio Zanonato, Federica Guidi, Carlo Calenda, Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli e Giancarlo Giorgetti ben 17 ministri di tutte le sedicenti coloriture politiche. Sulla sponda sindacale, si sono avvicendati  Bruno Trentin, Sergio Cofferati, Guglielmo Epifani, Susanna Camusso e Maurizio Landini per la CGIL, Sergio D’Antoni, Savino Pezzotta, Raffaele Bonanni, Annamaria Furlan e Luigi Sbarra per la CISL ed infine Pietro Larizza, Luigi Angeletti, Carmelo Barbagallo e Pier Paolo Bombardieri per la UIL in totale 14 segretari generali.

Sul lato istituzionale, se dividiamo il numero degli anni 27 per i 17 ministri che si sono alternati il risultato è scioccante: 19 mesi pro capite e nessuno di loro ha mai pensato di mettere in piedi una sia pur vaga ipotesi di piano industriale con una visione almeno ventennale né, tantomeno, ci hanno pensato i 14sindacalisti segretari generali. Per cui assistiamo ad inutili e vuoti riti che si ripetono sempre uguali a se stessi da anni e che non portano da nessuna parte: manifestazioni tambureggianti con partecipazione attiva delle Tv sotto la sede dell’azienda in crisi o che vuole chiudere e, poi, con più tamburi a Roma sotto la sede del Ministero. Il risultato è sempre lo stesso: una delegazione viene ricevuta e, notizia delle notizie, si “apre un tavolo!” da cui non esce mai nulla di concreto. E si va avanti così dal 1994.

In concreto e analizzando i due fronti si comportano, entrambe le parti in causa, come se gli interlocutori fossero aziende di Stato per cui si chiede di intervenire al governo, come in modo abusato si è fatto e spesso in passato, mettendo le mani nelle tasche dei soliti  contribuenti per mantenere posti di lavoro inutili. Valga per tutti il caso Alitalia che, nello stesso periodo trattato, è costata circa 8 miliardi di euro, una follia! I governi, tutti, hanno  lanciato proposte, ma poi non le realizzano a causa della loro breve durata, della ormai consolidata instabilità politica e della tendenza della politica a guardare a obiettivi a breve termine, che creino consenso al momento, mentre la politica industriale dà risultati a medio se non a lungo termine.

Aeromobile Alitalia – flickr di ERIC SALARD

La cosa principale per uno Stato che dovrebbe avere orizzonti temporali decennali per poter programmare una politica industriale degna di questo nome sono le infrastrutture come ad esempio le infrastrutture di comunicazione, a partire da quella telematica che oggi è la più importante e la più urgente. Su questa vitale infrastruttura ci sono i dati, non solo telefonate e i dati sono informazioni determinanti per la creazione di valore nel mondo economico. Se continuerà a mancare la rete in fibra ottica le piccole e medie imprese resteranno tagliate fuori da tutto e da tutti.

Altro aspetto, per nulla secondario, da tenere ben presente per programmare una vera e forte politica industriale è l’UE in quanto qualsiasi politica a favore del contesto nazionale industriale deve essere pienamente aderente con il diritto comunitario con quadri di elevato livello a Bruxelles sia nel campo dei funzionari amministrativi che della  classe politica. La maggior parte dei Paesi dell’unione, Germania in testa, sono molto attenti alle linee di comportamento dei propri grandi player, dall’energia ai trasporti aerei, alle telecomunicazioni e spingono su una moral suasion per far sì che adottino linee di sviluppo non in contrasto con le linee di sviluppo del Paese e delle altre imprese locali ma, come si è visto, l’Italia non ha né linee guida economiche e né, tantomeno, un Piano industriale.

Ma è anche sull’Unione Europea che bisogna spingere per avviare un nuovo piano di sviluppo industriale italiano cercando di rimettersi in gioco su scala globale. Ad esempio, pur avendo una forte tradizione nel campo ingegneristico aeronautico perché l’Italia non entrò nel costituendo consorzio Airbus che è riuscito in pochi anni a diventare un player mondiale ed in grado di fare concorrenza alla Boeing USA? E per un motivo divenuto puramente ideologico, quello dell’eliminazione della concorrenza, il 6 febbraio 2019 perché non si è consentita l’acquisizione della francese Alstom da parte della tedesca Siemens per l’alta velocità? Fra qualche anno la cinese CRCC (China Railway) potrebbe diventare la numero uno a livello mondiale e scavalcare le due compagnie europee. Subito dopo aver duramente criticato la decisione della Commissione europea, i governi francese e tedesco hanno sottoscritto un documento per la politica industriale europea per il 21° secolo in cui hanno evidenziato che: ”Consider whether a right of appeal of the Council which could ultimately override Commission decisions could be appropriate in well-defined cases, subject to strict conditions” per cui stabilivano il primato della politica per scavalcare le decisioni della Commissione e farle esaminare da un organo politico come il Consiglio europeo allo scopo di bypassare gli ostacoli posti in essere dalla Commissione. Un passo così significativo ed importante disegnerà il futuro prossimo venturo perché il duo franco tedesco guida l’Europa e, come è noto, ne anticipa le decisioni ed anche qui, finora, l’Italia non pervenuta.

Il discorso in conferenza stampa di Ursula von der Leyen sulla realizzazione del Green Deal europe – YouTube

E l’Italia? Purtroppo è ancora ferma senza una visione strategica per la messa a punto di una progettazione almeno 25ennale di un Piano industriale Nazionale. Partendo dagli ultimi dati viene fuori un quadro asfittico per le nostre concentrazioni, infatti risulta che sia nel settore manifatturieroche in quello delle costruzioni, le imprese più grandi ovvero quelle con più di 50 dipendenti, sono in percentuale inferiore rispetto agli altri paesi europei e sono quelle che generano, di conseguenza, meno fatturato, meno PIL e meno occupazione di conseguenza.

In concreto occorrerebbe dare priorità e spinta in settori come l’aerospaziale dove già occupiamo rilevanti posizioni come l’italo francese Thales Alenia Space, la Leonardo e Exprivia SpA. Spingere a crescere il valore dei brand del “food” come la Mutti, la Garofalo, la Balocco, Valsoia ecc. per non parlare di quello del “Fashion” come la Vicini, Alpinestars, Stefano Ricci, Diadora ecc. ed infine il brand dello “arredamento” con Poltronesofà, Minotti, Artemide ecc. Per intendersi questi soli tre settori hanno raggiungevano, prima del Covid, un fatturato che superava i 200 miliardi di euro annui. Ma se lasciate da sole e piccole nei confronti dei player giganti si corre il rischio di essere rapidamente incorporati senza nemmeno accorgersene. A titolo esemplificativo prendiamo la compagnia olandese Unilever NV che possiede, tra i tanti, marchi come Algida, Eldorado, Toseroni, Bertolli, Calvè, Florae Knorr. Per non parlare della famosa Nestlè SA che, nel tempo, ha acquisito marchi del calibro di Levissima, Acqua Panna, Acqua vera, San Pellegrino, Buitoni, Gelati Motta ecc.

Per comprendere appieno la globalizzazione si riporta la foto dei primi 10 gruppi, presa da internet, che possiedono una miriade di società, non ce n’è nemmeno una italiana e per combattere con loro non si possono avere marchi con 50 dipendenti e fatturati di 15 milioni l’anno.

La rivista del settore “Petfood Industry” ha pubblicato la classifica mondiale delle principali aziende produttrici di alimenti per animali domestici. Solo tre sono le italiane presenti nella top 50 ovvero la Monge che è in 23esima posizione, con un fatturato annuale di appena 350 milioni di dollari, segue la Morando che è alla 40esima, con 122 milioni di dollari, mentre Agras Pet Foods si inserisce al 49° posto, con un giro di affari pari a soli 97 milioni di dollari. Mi sono permesso di usare termini come “appena” e “solo” perché il confronto con il top mondiale di categoria è improponibile e, quindi, ad esse piacendo potranno essere oggetto di acquisizione da parte della Mars, che fattura oltre 18 miliardi di dollari l’anno, seguita come sempre da Purina a 14 miliardi di dollari e, per chiudere, con la J.M. Smucker a 3  miliardi.

Nella classifica dei più grandi supermercati al mondo 7 catene su 10 sono americane mentre l’Europa è presente nella top ten solo grazie a Germania e Gran Bretagna. Nell’ordine le statunitensi Wal-Mart Stores Inc., Costco Wholesale Corporation, The Kroger Co., Amazon.com Inc., a seguire la tedesca Schwarz Group, altre due americane The Home Depot Inc. e la Walgreens Boots Alliance Inc con a ruota la tedesca Aldi Einkauf Gmbh & Co. e, per chiudere l’americana CVS Health Corporation e la britannica Tesco PLC.

Jeff Bezos – Facebook

Dopo questo giro d’orizzonte mondiale da cui si evince che nell’economia industriale ormai “il grande è bello” non possiamo dimenticare un altro aspetto per allestire un piano di politica industriale capace di reggere nel tempo “le multinazionali”. Può l’Italia ancora approcciare questo tema in chiave antiimperialista come fosse un Paese sud americano? Pur non negando alcune problematiche che le multinazionali possono generare il discorso si sposta sulle capacità dello Stato di invogliarle a scegliere il Bel Paese e, allo stesso tempo, avere le capacità e la forza di saperle controllare e gestire. Senza tirare in ballo gli Stati Uniti basta guardare a quello che piccoli Stati come il Lussemburgo, l’Olanda e la Svizzera sono stati capaci di realizzare. Partendo da Berna le multinazionali svolgono un ruolo importante nell’intera economia svizzera. Nel 2019, le imprese che facevano parte di un gruppo multinazionale erano quasi 30.000 e impiegavano circa 1 milione e mezzo di persone, secondo l’Ufficio federale di statistica elvetico. Sempre in Svizzera, fra le varie multinazionali, abbiamo la Glencore per l’energia, Nestlé per cibo, bevande e tabacco, Zurich Insurance Group finanza, Roche Group e Novartis salute, Swiss R finanza, UBS Group finanza, ABB industria, Credit Suisse Group finanza, Chubb finanza, Coop Group negozi alimentari e farmacie, Migros Group negozi alimentari e farmacie, LafargeHolcim materiali, Adecco Group nei servizi. Per continuare ad approfondire il terreno elvetico che si occupano di materie prime contiamo la Vitol, la GlencoreInternational, la Trasfigura, la Mercuria Energy Group, la Cargill International e la Gunvor che, tutte insieme, hanno fatturato qualcosa come 874.000 milioni di franchi svizzeri nel 2019 per rendersi conto delle proporzioni facciamo un raffronto col PIL della Grecia pari a 218.000 milioni di dollari e del Portogallo pari a 198.000 milioni sono molto più forti del prodotto interno lordo di diversi Stati europei.

Questa scala di valori economici e finanziari l’Italia non la può più ignorare mettendo in scena le solite rumorose proteste e gli immancabili tavoli di discussione senza pensare di aiutare a costruire compagnie solide che si facciano spazio sul piano globale. E, a tal riguardo, dovrebbe puntare su alcuni canali e tenendo presente l’Invecchiamento della popolazione consentire la crescita e lo sviluppo del settore health, quello Oncologico, senza dimenticare quello dell’Acqua, quello dei Veicoli elettrici ed autonomi, del Cambiamento climatico e delle Smart Cities.

Per quanto riguarda il lavoro e per quanto possa sembrare strano, già questa estate ci sono stati decine di migliaia di posti di lavoro non occupati, soprattutto nel settore dei servizi e del turismo per assenza di domanda. E questo sarebbe niente se da una Report di Excelsior di Unioncamere sui fabbisogni occupazionali si scoprisse che, entro il 2023, il fabbisogno di lavoratori “sarà collegato al naturale turnover occupazionale (con una previsione nel compresa tra 2,1 milioni e 2,3 milioni)” mentre “la crescita economica genererà, a seconda della sua intensità e in maniera molto differenziata nei diversi settori, una quota di nuovi posti di lavoro che va dalle 427mila alle 905mila unità.” A trascinare la domanda di lavoro saranno la “rivoluzione digitale (Big data, Intelligenza artificiale, Internet of Things) e la domanda di “Ecosostenibilità” che richiederanno il coinvolgimento rispettivamente di 213mila e 481mila lavoratori.” Se alle previsioni di Unioncamere ci sarà la giusta spinta dei finanziamenti europei all’Italia il quadro potrebbe volgere al meglio considerando che abbiamo quattro fattori che giocano per noi: il primo è senza dubbio il Piano Industria 4.0, il secondoè rappresentato dalla ripresa dell’edilizia residenziale, il terzo pilastro è, ovviamente, il programma Next Generation EU ed infine c’è “Lui” Mario Draghi per la sua autorevolezza internazionale.

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