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Lo dice l’UE: le banche italiane operano nei paradisi fiscali per risparmiare sulle tasse

In tutta Europa sono 36 gli istituti che adottano questo metodo, ma in Italia spiccano Intesa San Paolo e Monte dei Paschi, aiutata con fondi dello Stato

L'arco senese all'ingresso di Palazzo Salimbeni, sede centrale del Monte dei Paschi di Siena - G.steph.rocket, wikimedia

Non c’è chiarezza sotto il sole e proprio coloro che dovrebbero dare il buon esempio si trincerano, spesso e volentieri, dietro belle parole che sono in sintonia col politicamente corretto, ma che difettano clamorosamente sul piano dei contenuti reali. In particolar modo mi riferisco al sistema finanziario che, come è ormai noto, governa il mondo.

La funzione delle banche è fondamentale nel sistema economico-finanziario del nostro capitalismo liberale che, senza ombra di dubbio, non si può certamente paragonare a quello comunista di Pechino. Ma, dato per scontato ciò, non si può continuare impunemente a “predicare bene e a razzolare male”.

La scorsa settimana a Bruxelles si è appurato con certezza che le più grosse banche europee operano ancora nei paradisi fiscali per contabilizzare una discreta parte dei profitti e, di conseguenza, risparmiare sulle tasse.

Sede italiana di BNP Paribas è la Torre Diamante, in quartiere Porta Nuova (Milano, 2020), sulla destra – wikimedia

L’ente di ricerca indipendente della Paris School of Economics con un suo studio svolto dall’UE Tax Observatory ha appurato che ben 36 grandi istituti di credito del vecchio continente e precisamente l’Abn Amro Danske Bank, il Monte dei Paschi, Banco Sabadell, Deutsche Bank, Nationwide, Banco Santander, la DZ Bank, la Nord LB, il Bankia BFA, ERSTE, Nordea, la Barclays, l’Handelsbanken, il Nykredit Realkredit, la Bayern LB, l’Helaba, la Rabobank, BBVA, HSBC, RBS, BNP Paribas, ING, SEB Bank, BPCE, Intesa Sanpaolo, Société Générale, Commerzbank, KBC Bank, la Standard Chartered, il Crédit Agricole, LBBW, la Swedbank, il Crédit Mutuel, i Lloyds e infine Unicredit, hanno fatto transitare un totale di 20 miliardi di euro nei paradisi fiscali.

La cosa comica riguarda il Monte dei Paschi di Siena, che occupa il secondo posto in classifica con oltre il 50% dei profitti in paradisi fiscali e Intesa San Paolo al decimo posto con oltre il 10%.

La tragicità della situazione italiana sta nel fatto che MPS era in stato ormai fallimentare e lo Stato italiano, con i soldi dei contribuenti, ha elargito a piene mani fondi per nazionalizzarla e rimane tuttora motivo di scontro politico e istituzionale.

Il Grattacielo Intesa Sanpaolo a Torino, sede centrale della banca – wikimedia

Tutto questo flusso di denaro va, prevalentemente, in 17 Paesi come le Bahamas, Hong Kong, Macao, Bermuda, Ireland, Malta, British Virgin Islands, Isle of Man, Mauritius, Cayman Islands, Jersey, Panama, Gibraltar, Kuwait, Qatar, Guernsey e Lussemburgo.

Se dallo studio citato si estrapolano poi i dati relativi alle variazioni degli utili ante imposte registrati nei paradisi fiscali, si scopre che la classifica è guidata dal malato italiano Monte Paschi di Siena col 19,40%, seguito a ruota da Intesa San Paolo col 12,20%.

Da questo studio emergono le anomalie italiche, senza dimenticare quelle ancora più grandi che riguardano l’Unione europea. Infatti, fra i paradisi fiscali su cui si rifugiano le banche, figurano ben sette Paesi europei: Irlanda, Malta, l’Isola di Man, Jersey, Gibilterra, Guernsey e Lussemburgo. In questo modo, l’Europa non può più andare avanti.

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