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Un coro di festanti per la “Global Minimum Tax” ma c’è troppo rumore per nulla

Tassa minima mondiale: giusto, bene, bis si sarebbe detto una volta ma entriamo nel merito per capire cosa di rivoluzionario c’è in tutto questo

Immagine da Wikimedia Commons/Master Steve Rapport

Qualche giorno fa su La Repubblica, in questa azione affiancata da uno sterminato esercito di commentatori su tutti i quotidiani italiani insieme ad un analogo sterminato ed unanime coro di Tv e radio, si scriveva dell’enorme successo mondiale ottenuto per l’accordo sulla global minimum tax.

Via libera dell’Ocse alla tassa globale, le multinazionali pagheranno il 15%. Porterà 150 miliardi di gettito” così titolava La Repubblica e specificava che ben 136 nazioni avevano finalmente trovato l’intesa che portava allo storico accordo per il quale l’elusione fiscale delle multinazionali, veramente approvata e consentita da molti parlamenti e governi nazionali con apposite e favorevoli leggi fatte nel passato, imporrà fra due anni l’obbligo di un’imposta lorda pari al 15% dovunque le multinazionali siano presenti.

Il coro dei festanti era capeggiato dall’amministrazione americana e dai leader dell’UE per aver “piegato” le ultime resistenze nientedimeno che dell’Irlanda, dell’Estonia ed anche  dell’Ungheria.

In un mio precedente articolo avevo sottolineato come il Tax Observatory della Paris School of Economics avesse appurato che ben 36 grandi istituti di credito del vecchio continente e precisamente l’Abn Amro Danske Bank, il Monte dei Paschi, Banco Sabadell, Deutsche Bank, Nationwide, Banco Santander, la DZ Bank, la Nord LB, il Bankia BFA, ERSTE, Nordea, la Barclays,l’Handelsbanken, il Nykredit Realkredit, La Bayern LB, l’Helaba, la Rabobank, BBVA, HSBC, RBS,BNP Paribas, ING, SEB Bank, BPCE, Intesa Sanpaolo, Société Générale, Commerzbank, KBC Bank, la Standard Chartered, il Crédit Agricole, LBBW, la Swedbank, il Crédit Mutuel, i Lloyds ed infine Unicredit avevano fatto transitare un totale di 20 miliardi di euro nei paradisi fiscali.

Quindi tutto bene? Per niente!

Leggendo l’accordo non è chiaro, ad esempio, chi dovrà controllare e, soprattutto, chi applicherà quest’intesa e quali saranno le sanzioni. Cose di non secondaria importanza perché, come è a tutti noto, se non c’è il controllo delle norme e le pene proporzionali per le disapplicazioni a cosa serve tutto ciò?

Sul piano della convenienza non si applica il  principio di reciprocità” in riferimento  all’Italia dove, tradotto dal roboante inglese global minimum tax per quelli come me che non lo masticano, significa letteralmente: tassa minima mondiale. Giusto, bene, bis si sarebbe detto una volta ma entriamo nel merito per capire cosa di rivoluzionario c’è in tutto questo dal punto di vista fiscale italiano. Nel nostro Bel Paese abbiamo il seguente schema a cui fare riferimento per il 2021 riguardo all’IRPEF (l’imposta sul reddito delle persone fisiche):

da 0 a 15.000 euro lordi si applica un’aliquota del 23%;

da 15.001 a 28.000 euro: aliquota del 27%;

da 28.001 a 55.000 euro: aliquota del 38%;

da 55.001 a 75.000 euro: aliquota del 41%;

più di 75.000 euro: aliquota del 43%.

Mettiamo il caso che un operaio dipendente guadagni 25.000 euro all’anno per sapere a quanto ammonta l’IRPEF lorda, dovrò fare il conteggio in questo modo:

sui primi 15.000 euro (corrispondenti al primo scaglione di reddito) dovrà applicare l’aliquota del 23% da cui si otterrà, quindi un’imposta di 3.450 euro;

sui restanti 10.000 euro (25.000 euro – 15.000 euro) si applicherà l’aliquota del 27%, cioè quella relativa al secondo scaglione e si otterrà 2.700 euro;

in tal modo l’IRPEF lorda ammonterà a 6.150 euro (3.450 euro + 2.700 euro). Quindi, per le due aliquote applicate, se ne ottiene una media del 25%, ben 10 punti in più delle multinazionali.

Se, invece, saliamo nel fare i calcoli di chi guadagna di più otteniamo che le aliquote percuotono duramente tutti i redditi fissi e certi ovvero quelli dei lavoratori di ogni ordine e grado e i pensionati.

Ci sembra che è stato fatto tanto rumore per così poco.

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