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La Gazzetta di Mantova a New York mostra il battito del giornalismo locale

Alla Casa Italiana Zerillì Marimò della NYU il direttore del giornale più antico d'Italia Paolo Boldrini ha discusso il ruolo dei giornali locali nel mondo globale

di Marco Mozzoni
Ad analizzare con l'autore del libro "Mille lire a colonna" l'importanza e il futuro del giornalismo locale, il corrispondente de "l'Espresso" Andrea Visconti, il direttore di "Global Finance Magazine" Andrea Fiano e il nostro Stefano Vaccara: "Dobbiamo uscire dalle redazioni, stare in mezzo alla gente. Dobbiamo tornare ai problemi veri"

Passeggiare per le strade del West Village e ritrovarsi, quasi per caso, “a casa”, conversando amichevolmente, in lingua madre, sul ruolo dei giornali locali in un mondo globale… Eppure, qui a New York non è così strano, come sa chi frequenta la Casa Italiana Zerilli Marimò, sulla dodicesima. In un abbraccio di bandiere, in cui i tre colori si mescolano alle stelle e alle strisce, lì, tra il palco e la platea, il direttore del prestigioso istituto della New York University, Stefano Albertini, mantovano di Bozzolo, ha fatto gli onori di casa a un ospite d’eccezione, il direttore della Gazzetta di Mantova Paolo Boldrini, invitato in occasione della pubblicazione del suo libro Mille lire a colonna (Editore Tre Lune), raccolta di scritti emozionanti, declamati nel corso della serata dal giovane e talentuoso attore Francesco Adinolfi. Al dibattito hanno partecipato altri due pari grado, Stefano Vaccara, direttore di questa Voce che il 25 aprile celebra cinque anni di attività – e Andrea Fiano direttore di Global Finance Magazine, con l’intervento da Berlino, in videoconferenza, del giornalista dell’Espresso Andrea Visconti.

La copertina del libro di Paolo Boldrini

Che cosa hanno ancora da dire i giornali locali a un mondo che sembra avere abbattuto ogni confine e che non ha bisogno più di alcuna “mediazione” per scambiare in tempo reale ogni tipo di informazione? Intanto i “locali” hanno rappresentato e rappresentano ancora per molti giornalisti, me compreso, la palestra nella quale val la pena muovere i primi passi. Con l’ambizione di diventare un giorno “una grande firma”, non si vede l’ora di leggere il proprio nome stampato sul giornale. E non ci si rende nemmeno conto che la vera, grande esperienza, al di là della caccia alla notizia esclusiva e della gradevole composizione con cui la si cerca di rendere interessante, è il contatto umano con le persone che incontri mentre ricerchi le informazioni per il “pezzo” da mandare in redazione. Paradossalmente, è proprio sul locale che ti si aprono mondi impensati, universi fino allora sconosciuti anche a te che sei nato e cresciuto in quei luoghi, e grazie al giornale puoi farli conoscere ad altre persone. Più in là nel tempo, ti renderai conto che sono stati proprio quei momenti “local” a dare l’imprinting indispensabile: un asso nella manica, oggi, in un mondo “global” a tutti i costi, ancora in cerca di identità.

Il lavoro del giornalista, oggi, viene rappresentato in modo sbagliato. È tutto scoop e salotti televisivi. Di questo è convinto Boldrini, che avverte: “è così che ci si allontana dalla base e i giornali entrano in crisi, proprio come ha fatto Renzi, che ha perso la strada e il consenso”. I giornalisti dovrebbero fare esattamente il contrario, incalza il direttore della Gazzetta, che ha iniziato il mestiere come corrispondente da Poggio Rusco, paese di seimila anime. “Dobbiamo uscire dalle redazioni, stare in mezzo alla gente. Dobbiamo tornare ai problemi veri, parlando non con il politico del momento, ma con l’edicolante, il fornaio, l’insegnante, con i comitati cittadini da una parte e gli imprenditori dall’altra quando è in programma la costruzione di un nuovo inceneritore sul territorio”. Con l’obiettivo di dar modo ai cittadini di farsi un’idea il più possibile completa ed equilibrata su ogni questione di interesse della comunità, dai problemi del traffico alla sanità. Nel tempo, poi, il giornale locale diventa punto di riferimento per tutto il territorio, “in un rapporto di fiducia, a volte morboso, a volte fastidioso, perché non sono ammessi mai errori, ma anche divertente”, aggiunge il direttore, ricordando quando in redazione era d’uso tenere un “cestone”, in cui gli abitanti riponevano gli oggetti trovati per le strade di Mantova e dintorni, dai portafogli alle collanine, dai mazzi di chiavi agli occhiali e la redazione puntualmente scriveva tre righe in pagina in una rubrica che “ha ridato la vista a tantissimi disperati”.

Da sinistra: Stefano Albertini, Paolo Boldrini, Stefano Vaccara e Andrea Fiano (Foto Luca Baù)

Una edizione della Gazzetta di Mantova del 1769

Ma nella società dell’informazione in cui chiunque può offrire al mondo in qualsiasi momento una “diretta” col telefonino, che senso ha dedicarsi ancora al locale? In realtà, guardando i bilanci, le testate meno in crisi sembrano essere proprio quelle locali. Una ragione ci sarà pure. “I giornali locali hanno perso meno copie perché la notizia locale la si trova soltanto sui giornali locali, meno distanti dai loro lettori rispetto agli altri tipi di testata o a internet”, dice Visconti, apprezzando il fatto che negli USA, come in Italia, ci sono tantissimi giornali locali che raccontano la cronaca, la politica, l’economia, la cultura in modo eccezionale. “I giornali locali fanno qualcosa che gli altri giornali non fanno più: fortunatamente non si sono dimenticati la missione del giornalista”, aggiunge Fiano, che proprio a New York ha fatto “una esperienza più locale che mai”, a quel Progresso Italo-Americano dove ha lavorato per anni prima di diventare il corrispondente di Milano Finanza per poi prendere il timone del Global Finance. Lavorare sul locale può essere una passione o una preferenza personale, certo, ma anche una vera e propria missione: “il giornalista serve più qui in Sicilia che a Roma”, è uso dire Giacomo di Girolamo, giornalista di Marsala e collaboratore della Voce di New York: lui, ad esempio, ha sempre voluto lavorare per la stampa locale, per scelta. Lo ricorda il direttore Vaccara, sottolineando amaramente che, nella recente storia italiana, i giornalisti che muoiono facendo il loro lavoro sono per la maggior parte i colleghi della stampa locale, proprio perché sul loro territorio sanno tutto di tutti, anche quello che non si deve sapere. Alla mente ritorna la scena del film di Francesco Rosi sul “bandito” Giuliano, in cui il venditore di limonate risponde all’inviato dalla Capitale: “E lei che ne può capire della Sicilia?”

Un’antica prima pagina della Gazzetta di Mantova che si trova al museo del giornale e che è stata mostrata alla Casa Italian NYU

Ma il giornale locale non vuole essere soltanto locale, come insegna la storia della Gazzetta di Mantova. Quotidiano più antico d’Italia (e forse del mondo), fondato nel 1664 quando a New York, come ha ricordato Albertini, gli Olandesi cedevano il passo ai Britannici (primato in realtà conteso dalla Gazzetta di Parma, ma l’annosa querelle ci porterebbe troppo lontano), già nei primi numeri pubblicava notizie che arrivavano da Vienna, da Amburgo, da Parigi, persino dalla Cina. Non per niente la principale voce di spesa era “pagamento dei corrispondenti esteri”. E a quel tempo la notizia ci metteva giorni, settimane, mesi a pervenire fisicamente in redazione, come quella sull’inconsueto “terremoto con grandine” avvenuto a Bagdad, recapitata nell’arco di sei mesi. A cavallo. Ma c’è un’altra cosa che ha legato per secoli il giornale mantovano alla Grande Mela, nel cuore pulsante di tutta la catena della produzione dell’informazione: le famose “presse” Linotype Merghenthaler, prodotte in quel di Brooklyn. Un esemplare lo si può ancora ammirare all’ingresso della sede della Gazzetta, per volontà dello stesso direttore Boldrini. Le Linotype hanno ceduto il passo ai nuovi processi tipografici basati su computer, nell’anno 1981.

 

Leggi anche questa testimonianza di Chiara Basso.

 

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