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Quel mio primo pezzo sul vedovo in cerca d’amore in prima pagina sulla Gazzetta

La testimonianza di Chiara Basso, giornalista a New York che iniziò la professione nel giornale della sua città, Mantova

L'ultima prima pagina della Gazzetta di Mantova prima del plebiscito per l'Unità d'Italia

Prima che i sonnolenti ritmi della provincia fossero scossi dall’avvento di internet, vita, morte e miracoli erano decisi dal principale, nonché più antico, giornale locale. Se era sulla Gazzetta di Mantova, nero su bianco, era successo. Se non era sul giornale, chissà

In occasione dell’evento tenuto alla Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University sui giornali locali e il mondo globale.

A Mantova la “Gazzetta”, com’è familiarmente chiamata, si inizia a leggere sempre dall’ultima pagina. Quella dei morti. “Hai visto chi è morto?” è la domanda in dialetto più ricorrente che si possa sentire al mattino in un bar di paese o di periferia, per lo più pronunciata da un anziano intimamente felice di non esserci ancora su quella pagina. Del resto, prima che i sonnolenti ritmi della provincia fossero scossi dall’avvento di internet, vita, morte e miracoli erano decisi dal principale, nonché più antico, giornale locale. Se era sulla Gazzetta, nero su bianco, era successo. Se non era sul giornale, chissà.

Non a caso, il mio primo articolo per il settore Cronaca della Gazzetta si divertiva a tirare i fili invisibili che regolano gli equilibri tra vita e morte. Avevo notato che, appeso alla fermata dell’autobus davanti al cimitero principale di Mantova, c’era un grande cartello bianco su cui un “vedovo di bella presenza” aveva scritto con un pennarello, che ormai si stava sbiadendo sotto il sole, di essere pronto ad aprirsi di nuovo alle gioie dell’amore e perciò cercava una compagna con cui condividere gli ultimi anni della sua vita. Di sicuro aveva scelto un luogo con un’alta concentrazione di cuori solitari, le vedove, e poca concorrenza. Tanta genialità andava premiata con un po’ di notorietà, pensai. L’idea piacque a Paolo Boldrini, allora caporedattore, che pensò di inviare anche un fotografo per immortalare, mi si voglia scusare il gioco di parole, l’inusuale annuncio.

A sorpresa, il giorno dopo trovai il pezzo con foto in prima pagina. In redazione mi fu anche chiesto di contattare il vedovo (il suo numero era sul cartello) il quale, infuriato, attaccò quell’articolo che “qualche buontempone”, disse, aveva scritto. Non ebbi il coraggio di ammettere che ero stata io, ma gli chiesi: “Ma almeno le ha portato fortuna?”. Ammise che sì, aveva già ricevuto parecchie chiamate. Dopo tutto se era sulla Gazzetta, l’annuncio doveva essere vero, avranno pensato le vedove speranzose.

Polo Boldrini con Chiara Basso (a destra) e altri mantovani venuti ad ascoltare il direttore della Gazzetta di Mantova alla Casa Italiana NYU

Scriverne, mi divertì, lo ammetto. Eppure, io volevo scappare il più possibile da quelle piccole notizie, dalle grane di paese, dai pezzi prevedibili sulla fine delle scuole, gli articoli stagionali sulle vacanze e le sagre, i VIP di città che per me non erano affatto VIP. Sognavo di occuparmi di Esteri, di scrivere solo di notizie che avevano un impatto a livello internazionale. Pensavo che vita, morte e miracoli del mondo dipendessero da quelle. Vedevo la Gazzetta come un passaggio necessario, una gavetta che mi volevo lasciare alle spalle il prima possibile, così come la vita di provincia.

Una volta ottenuto il tesserino da pubblicista, mi iscrissi a un master in giornalismo a Milano e un paio di anni dopo iniziai a lavorare nel settore Esteri di un’agenzia stampa a Roma. Sogno avverato? Come spesso accade, i sogni si sciolgono come neve una volta che li si tocca con mano. In quegli anni scrissi di notizie da tutto il mondo, proprio come volevo, ma senza mai lasciare la redazione. Mi sentivo un pollo da batteria. Era tanto se mi facevano attraversare la strada per andare a una conferenza. Dopo quattro anni, decisi di rimettermi in gioco andando all’estero, a New York. E qui mi accorsi di quanto possa diventare sottile la linea di separazione tra locale e globale.

Lavorando da corrispondente, andando di nuovo alla ricerca di storie umane, quelle apparentemente semplici che sfuggono alla rete larga dei “grandi media”, mi ritrovai a usare gli strumenti che in fondo mi erano serviti quando scrivevo per la Gazzetta: lo spirito di osservazione, prima di tutto, e la capacità di parlare con la gente per farmi raccontare non solo quello che era successo, ma che impatto aveva avuto su di loro.

Penso che nulla possa spiegare quanto poi i confini tra globale e locale possano confondersi quanto lo scandalo che mise fine alla carriera politica di Dominique Strauss-Kahn. Nel 2010, lo avevo intervistato per il network europeo Euronews quando ancora era a capo del Fondo Monetario Internazionale e l’Europa era in piena crisi economico-finanziaria. Non poteva esserci dimensione più globale. Appena un anno dopo, DSK, come lo chiamavano i francesi che già se lo immaginavano successore di Sarkozy alla presidenza, aveva aggredito sessualmente una cameriera nella stanza del suo hotel a New York mandando per aria la sua carriera e la sua vita privata. Mi ritrovai così a continuare a scrivere sul personaggio di rilievo globale, ma allo stesso tempo dovevo indagare anche sulla vita della cameriera, una persona fino a quel momento sconosciuta. E lì, tra le scale fatiscenti del suo palazzo nel Bronx o intenta a intervistare le persone che la conoscevano nel bar del quartiere, in fondo, era come essere anni luce lontani dalle sale del potere, vicina a persone la cui esistenza acquista quei pochi minuti di celebrità solo se la loro storia finisce nero su bianco da qualche parte.

Nei miei anni a New York e in giro per l’America ho scoperto che sono le storie delle persone, famose o non, a dare una dimensione “vicina”, o locale, alle notizie globali. Come, d’altra parte, sono gli aspetti umani universali a rendere globale anche una storia semplice come quella del vedovo e del suo cartello. In fondo, non esiste sentimento più globale del suo desiderio di affetto.

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