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L’arresto di Julian Assange e le ripercussioni sulla libertà d’informazione

Se non ci fossero prove di un ruolo del fondatore di Wikileaks nella sottrazione di documenti segreti, il suo arresto sarebbe un attacco al Primo Emendamento

È molto importante capire l’accusa dell’autorità americana: Assange non è ricercato per aver diffuso tramite il sito di Wikileaks e distribuito a diverse testate giornalistiche del mondo i documenti segreti del Pentagono e del Dipartimento di Stato, ma perché avrebbe aiutato – praticamente indicandogli come fare – Manning a entrare nel sistema di sicurezza dei computer della difesa americana.  Se infatti l’accusa fosse stata basata sulla pubblicazione dei documenti segreti, il Dipartimento di Giustizia USA avrebbe platealmente violato il Primo Emendamento della Costituzione USA

Il fondatore e direttore di Wikileaks Julian Assange è stato arrestato questa mattina a Londra all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador, dopo che il governo di Quito gli aveva revocato l’asilo politico che dal 2012 gli concedeva dentro la sua sede diplomatica. Le autorità inglesi hanno arrestato Assange per un mandato di arresto internazionale emesso dalle autorità degli Stati Uniti con l’accusa di complicità nell’hackeraggio di documenti segreti. Secondo quello che si è venuto a sapere finora, il Dipartimento di Giustizia USA sosterrebbe di aver le prove necessarie che dimostrerebbero che Assange, prima di diffondere nel 2010 migliaia di documenti sottratti al Pentagono e anche al Dipartimento di Stato e riguardanti le guerre in Iraq e Afghanistan, avrebbe aiutato Chelsea Manning, allora analista d’intelligence dell’esercito americano, a penetrare i sistemi di sicurezza americani senza lasciar tracce della sua identità.

È molto importante capire l’accusa dell’autorità americana: Assange non è ricercato per aver diffuso tramite il sito di Wikileaks e distribuito a diverse testate giornalistiche del mondo i documenti segreti del Pentagono e del Dipartimento di Stato, ma perché avrebbe aiutato – praticamente indicandogli come fare – Manning a entrare nel sistema di sicurezza dei computer della difesa americana.

Se infatti l’accusa fosse stata basata sulla pubblicazione dei documenti segreti, il Dipartimento di Giustizia USA avrebbe platealmente violato il Primo Emendamento della Costituzione USA. Infatti, dopo una sentenza della Corte Suprema USA nel 1971 durante il caso dell’analista Daniel Ellsberg e della diffusione ai giornali dei famosi “Pentagon Papers”, è stato sentenziato dalla più alta Corte di giustizia americana che non solo il Governo non può censurare una testata giornalistica dal pubblicare qualsiasi documento segreto di cui è venuta in possesso, ma che l’editore e i giornalisti di tale pubblicazione non possono essere perseguiti se non hanno partecipato attivamente alla sottrazione di questi documenti. In sostanza, mentre Ellsberg o Manning erano colpevoli della loro azione e quindi perseguibili, non lo furono publisher e direttori del New York Times e del Washington Post di allora: in questo senso, si è pensato finora che anche Assange e Wikileaks, che hanno svolto nel 2010 la funzione di publisher, sarebbero rimasti immuni. Se invece Assange avesse indotto Manning all’azione di sottrazione dei documenti segreti e non fosse stato solo un ricevente, allora anche lo scudo di “publisher” di Assange potrebbe cadere.

A questo punto dobbiamo sperare che la Giustizia americana abbia raccolto veramente le incontestabile prove che Assange abbia direttamente “cospirato” con chi gli diede i documenti segreti americani che poi pubblicò sul suo sito di Wikileaks e distribuì ai maggiori giornali del mondo. Perché, se invece Washington queste prove non le avesse sicure o le avesse manipolate, starebbe calpestando lo stato di diritto assicurato dal Primo Emendamento della Costituzione che protegge in America così come all’estero i media dal poter pubblicare qualunque documento segreto USA venuto in loro possesso – lo ripetiamo, se non hanno avuto alcun ruolo nel sottrarre quel documenti –.

Assange ha un caratteraccio e non sta simpatico a molti operatori dei media: anzi, da molti è odiato dopo che è stato per alcuni versi determinante nella elezione di Donald Trump, quando, a poche settimane dalle elezioni presidenziali del 2016, diffuse le e-mail della campagna di Hillary Clinton che imbarazzavano non poco la candidata democratica e soprattutto il suo staff. Allora, Assange dichiarò che quei documenti gli erano stati consegnati e lui, da “publisher” di media, non faceva altro che diffonderli. Ma era chiaro che Wikileaks avesse a quel punto rinunciato alla sua “neutralità” e alla sua funzione di guardiano del diritto all’informazione e della trasparenza nei confronti di Governi che cercavano di occultare informazioni compromettenti sul loro operato, riguardo soprattutto al non rispetto di diritti umani: era anzi lampante che avesse buttato l’anima della sua organizzazione in favore di una parte politica contro un’altra. Solo più tardi, si venne a sapere che i documenti dei democratici distribuiti da Wikileaks arrivarono grazie all’azione di hackeraggio di russi guidati dal Cremlino, ma ancora non sarebbe stato provato un rapporto diretto tra Assange e la Russia.

Ma a questo punto, al netto dell’antipatia del personaggio, la sorte di Assange non dovrebbe importare solo a chi ancora ritiene la sua organizzazione utile alla diffusione di segreti compromettenti e alle battaglie per il rispetto dei diritti umani nel mondo. Dovrebbe soprattutto interessare a chi ha a cuore la libertà di informazione protetta dal Primo Emendamento della Costituzione USA, già da tempo sotto attacco dell’amministrazione Trump. Ripetiamo: che le accuse di “complicità” di Assange siano schiaccianti e chiare, altrimenti il suo arresto e processo sarebbe il campanello d’allarme più grave da mezzo secolo a questa parte in merito allo stato di salute della libera informazione negli USA.

 

Per un documentario che ricostruisce e analizza la storia di Wikileaks e del suo fondatore Julian Assange, quello prodotto da SVT, “WikiRebels”,  resta uno dei migliori:

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