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Il giornalismo, l’indipendenza e scrivere secondo coscienza, costi quel che costi

I giornali riflettono la voce del padrone per coloro che vorrebbero diventare ricchi e famosi, ma il vero giornalista non svende la sua dignità

Giornalisti durante una conferenza stampa (Flickr Dod Photo/ Glenn Fawcett)

Leggendo il bel volume "Umanesimo industriale, antologia di pensieri, parole, immagini e innovazioni", a cura di Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli, sovvengono delle riflessioni sul mestiere del giornalista, dell'onestà che cede il passo alla spregiudicatezza di oggi

Non ci sono più i giornalisti e gli scrittori di una volta. Parlo di intellettuali illuminati come Camilla Cederna, Gillo Dorfles, Umberto Eco, Carlo Emilio Gadda, Arrigo Levi, Eugenio Montale, Bruno Munari, Gio Ponti, Umberto Saba, Leonardo Sciascia, Mario Rigoni Stern, Salvatore Quasimodo, Lietta Tornabuoni, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini. Ma sono molti di più gli umanisti che scrivevano nella rivista Pirelli tra il 1942 e il 1972. I loro scritti sono stati raccolti in Umanesimo industriale, antologia di pensieri, parole, immagini e innovazioni, a cura di Antonio Calabrò direttore della Fondazione Pirelli, pubblicata da Mondadori. Un’opera poderosa di 524 pagine da leggere come un giornale che può durare un anno e rimanere assolutamente attuale. Un suggerimento per un regalo di Natale che arricchisca lo spirito di pensiero culturale. La rivista Pirelli si era data lo scopo di saldare cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica e ha avuto un ruolo di primo piano nel dibattito culturale nazionale e internazionale grazie all’indipendenza di pensiero di chi vi scriveva.

“La consapevolezza della dura realtà che ci avvolge non è un segno di debolezza. Ma lo sforzo di un giornale come il nostro per sopravvivere dovrebbe trovare un fondamento e una dimensione che il senso geloso della nostra indipendenza non consente di darci. Le regole moderne dell’organizzazione, lo sviluppo di concentrazioni economiche, partitiche e sindacali sempre più vaste, il prevalere massiccio dell’industria culturale rendono ogni giorno più difficili le attività dei gruppi autonomi e delle iniziative disinteressate”.

Così si accomiatava dai suoi lettori, Mauro Pannunzio direttore de “Il Mondo” nel marzo del 1966. Oltre mezzo secolo fa.

Faccio la giornalista da quasi trent’anni ma nonostante il Testo unico dei doveri del giornalista di gennaio 2019, richiamandosi alla legge n.69 del 1963 e all’articolo 21 della Costituzione italiana, ribadisca la libertà di espressione, il pensiero oggi è latitante. Non perché i giornalisti siano meno intelligenti, ma perché sono più furbi e spregiudicati avendo scoperto che pensare con la propria testa non è conveniente. I giornali appartengono tutti a un padrone e i direttori devono servirlo, se vogliono vivere da star. Paghe milionarie, carte di credito della società editoriale, pubblicazioni di libri, comparsate in tv, auto con autista e… molte donne che vogliono apparire da qualche parte, magari in prima pagina. Al giornalista è richiesto solo di sapere servire umilmente il suo padrone affermando tutte le falsità che gli suggerisce. Ah, sì dimenticavo: il padrone assoluto non è l’editore ma un partito politico, che a sua volta l’editore serve per sua convenienza.

Quindi il confine dell’indipendenza del giornalista non è più segnato dalla libertà di espressione, ma dall’interesse di essere libero economicamente guadagnando molti soldi per divenire famoso e potente. E che sarà mai vendere il proprio pensiero, la propria dignità, la propria anima? Si vive una volta sola, l’inferno non esiste e il paradiso si raggiunge solo su questa terra.

Chissà perché io non sono nata furba e pure tutti i giornalisti di questa testata che state leggendo, a cominciare dal suo direttore, considerato che siamo liberi di scrivere quello che pensiamo, senza neppure concordarlo prima con la direzione. Scrivendo qui non ci arricchiamo, nemmeno ci manteniamo, ma sentiamo appagata la nostra coscienza. Sentiamo che quello che pensiamo debba andar detto: costi quel che costi. E spesso costa l’impossibilità di diventare famosi in patria, perché non serviamo nessun padrone. Insomma non umiliamo la nostra persona, offendendo la nostra intelligenza e la nostra rispettabilità, perché onesti non sono quei giornalisti che cercano di raggirare i lettori per il proprio personale tornaconto. E poiché fanno da cassa di risonanza a qualche partito, i lettori abbracciano le loro tesi vergognose come pura verità e libertà di pensiero. Ecco allora che il pensiero latita, perché non si sa più pensare onestamente. I sofisti hanno ucciso Platone. Ricordo che i sofisti nel V secolo a.C. si definivano “maestri di virtù”: in realtà, attraverso una strategia dialettica insegnavano a raggiungere un fine utilitaristico.  Ma i sofisti hanno ucciso e uccidono anche la propria anima che spesso ritorna a tormentare mente e corpo. Perché, in fondo, l’unico dio certo è quello che alberga dentro di sé e prima o poi chiede il conto delle falsità che sono state enunciate urbi et orbi.

Concludendo non farò l’elenco dei giornalisti prezzolati – basta aprire la tv e vederli arrampicare sugli specchi televisivi – ma ricorderò il principio platonico, che anima i giornalisti onesti, pronunciato da Socrate prima di accettare la condanna a bere la cicuta:

“O cittadini, quando i miei figli saranno cresciuti, se vi parrà che essi si curino delle ricchezze o di qualche altra cosa prima della virtù; e se crederanno di essere alcunché mentre non sono nulla, svergognateli, com’io facevo con voi, perché non si curano di ciò che bisogna curare e pensano di essere qualche cosa non avendo alcun valore. Ma ormai è tempo certamente che ce ne andiamo: io a morire, voi a vivere: chi di noi si avvii a una condizione migliore è ignoto a tutti fuorché al daimon (il dio interiore).

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