Cerca

First AmendmentFirst Amendment

Commenti: Vai ai commenti

Trump dichiara guerra ai social e in Italia già se ne studiano le mosse per copiarlo

Si potrebbe pensare che le piattaforme digitali hanno smesso di essere neutrali. Al contrario stanno imparando ad accettare le regole della democrazia

Uno dei recenti e infuocati messaggi su twitter di Trump

La politica americana, europea e mondiali è consapevole che i processi di disintermediazione che hanno condotto gli individui  e quindi i cittadini-elettori a vivere all’interno delle cosiddette “bubble”, nelle quali sono in connessione con persone che la pensano come loro o che sono d’accordo con il proprio punto di vista, rappresentano il terreno ideale per costruire strutture di  inganno e manipolazione all’interno di un quadro di apparente credibilità.

Una delle battute più belle fatta in Italia, sulla guerra tra il Presidente Usa Donald Trump e Twitter, l’hanno fatta quei due buontemponi che conducono tutti i giorni su Radio 2 “Il Ruggito del Coniglio”, Marco Presta e Antonello Dose. Li ascolto da tantissimi anni e riescono sempre a strapparmi un sorriso. “Ora voi pensate – ha detto Presta – che uno si fa eleggere Presidente degli Stati Uniti e non può scrivere su Twitter tutto quello che vuole? E’ inaudito!” E alla pronta battuta di Presta ha ribattuto Dose: “mi sa che lo preoccupano i sondaggi con Biden con 8 punti in più!!! Ma l’avete vista la faccia di Biden. Anche io se fossi Trump mi preoccuperei”. Vista dall’Italia la partita giocata da Trump non è sembrata affatto banale e l’idea che qualcuno lo segua a ruota non è proprio peregrina.

Il braccio di ferro tra Twitter e Trump è certamente piaciuto a qualche populista italiano. Già qualcuno che come Trump non ha ben compreso che la libertà d’espressione non vuol dire essere liberi da fact-checking e dalle conseguenze delle azioni che si compiono.

La battaglia fra Donald Trump e Twitter sembra non arrestarsi, anzi…

Mercoledì 27 maggio la piattaforma social che il tycoon, ha usato come strumento di propaganda e megafono ha per la prima volta corretto il presidente Usa. Per l’esattezza sono stati segnalati due cinguettii in cui evocava il rischio di frode elettorale dopo che il governatore della California Gavin Newsom e altri suoi colleghi democratici hanno introdotto o stanno valutando la possibilità del voto per posta a causa del coronavirus.

L’ira di Trump si è riversata subito sulla stessa piattaforma, con accuse pesanti. “Twitter sta interferendo nelle elezioni presidenziali 2020. Stanno dicendo che la mia dichiarazione sul voto per posta, che porterà ad una massiccia corruzione e alla frode, non e’ corretta, basandosi sul fact-checking delle Fake News Cnn e del Washington Post”, ha twittato.

“Twitter sta completamente sopprimendo la libertà di parola ed io, come presidente, non consentirò che accada!”, ha aggiunto. In altre occasioni il tycoon ha rivendicato la piena libertà di parola sui social, insofferente ad ogni regola, anche quando si tratta di mettere un argine alle fake news o ad affermazioni fuorvianti, come sono spesso le sue.

Ed in Italia questo atteggiamento di controllo opportuno anche delle piattaforme social può essere sembrata una buona idea. Abbiamo le prove di quanto stiamo dicendo? No, ovviamente, ma ricordiamo la battuta di Giulio Andreotti: “a pensar male si indovina sempre”.

Si potrebbe pensare che le piattaforme digitali hanno smesso di essere neutrali. Al contrario stanno imparando ad accettare le regole della democrazia. E speriamo che anche gli altri social seguano Twitter su questa strada.

Certamente, la battaglia non sarà facile da vincere e Trump troverà il modo per muovere guerra contro i social e si mormora che la campagna elettorale si sposterà su Snapchat.

L’applicazione che vanta 229 milioni di utenti è un nuovo grande campo di battaglia per il duello che opporrà a novembre due settuagenari: il presidente uscente Donald Trump e l’ex vicepresidente Joe Biden. E’ difficile pensare che in Italia la partita delle futuri elezioni non si giochi su Facebook, Twitter e Instagram. Per questo è giusto guardare con interesse alle mosse di Donald. Perché di amanti dell’algoritmo ce ne sono tanti. Anzi tantissimi nel Belpaese.

La politica americana, europea e mondiali è consapevole che i processi di disintermediazione che hanno condotto gli individui  e quindi i cittadini-elettori a vivere all’interno delle cosiddette “bubble”, nelle quali sono in connessione con persone che la pensano come loro o che sono d’accordo con il proprio punto di vista, rappresentano il terreno ideale per costruire strutture di  inganno e manipolazione all’interno di un quadro di apparente credibilità. Del resto credibilità e fiducia sono le condizioni fondamentali di qualsiasi rapporto di influenza, consapevole o inconsapevole. E all’interno di questi ambienti “chiusi”, che si fondano sul principio “ti credo perché la pensi come me”, è facile che si realizzino effetti manipolatori.  Ecco perché Trump si è arrabbiato.

Nell’era della post verità la politica e il movimentismo che ha assunto un ruolo predominante sulla scena politica europea stanno cavalcando l’onda della risposta emotiva alimentata da sfiducia e paura. Prevalgono gli slogan preconfezionati. La razionalità dei fini prevale sull’insieme di interessi e valori e si adottano strategie atte a penetrare nell’opinione pubblica per conquistare consenso in chiave elettorale. Nel linguaggio politico appannaggio dei populismi la verità assume un’importanza secondaria ed i media diventano strumenti per governare il potere. E i social devono far parte della strategia. Per forza….

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter