Cerca

First AmendmentFirst Amendment

Commenti: Vai ai commenti

La mia esperienza a New York nel movimento di protesta contro il razzismo

Tra le urla di “F**k Trump!” e “NYPD s**k my d**k!”, alla fine dove ho partecipato non ci sono state mai violenze. Le marce non si fermano, per fortuna

di David Mazzucchi

Proteste a New York - Foto di David Mazzucchi

Dall’omicidio di George Floyd in Minnesota il 25 maggio, un’ondata di proteste ha continuato in tutto il paese senza arrestarsi nemmeno un giorno. Da un lato una polizia troppo pronta ad usare tattiche aggressive contro dimostranti in gran parte pacifici, anche se, almeno nei primi giorni della protesta, abbiamo visto all’opera dei saccheggiatori contenti di usare le proteste come copertura per derubare e distruggere grandi magazzini in massa.

Come spesso accade nella politica americana, New York diventa il palcoscenico principale del movimento di protesta. A Brooklyn, si sono moltiplicate le manifestazioni e gli scontri con le forze dell’ordine mentre a Manhattan avveniva pure il saccheggio del famoso Saks 5th Avenue, grande magazzino storico del quartiere commerciale. Nonostante le alte tensioni di quel primo weekend, la maggior parte delle proteste sono state pacifiche, come quella ripetuta più volte davanti a Gracie Mansion (la dimora del sindaco di New York), con parecchie centinaia di newyorkesi in attesa, senza che siano avvenuti incidenti.

Il canto più diffuso di questo movimento è “say his name” (diciamo il suo nome) con risposta “George Floyd,” ed altre vittime della polizia degli ultimi anni. La più nominata oltre Floyd è Breonna Taylor, uccisa in casa sua a St Louis, KY, due mesi fa, da poliziotti che avevano sbagliato indirizzo.

Ho partecipato ad alcune di queste proteste e ve ne racconto alcune fasi.

Dopo un’attesa di circa mezz’ora, si parte con la massa di dimostranti lungo East 86th Street fino a 5th Avenue, dove poi si gira verso sud per camminare lungo Central Park, una delle zone più turistiche della città. “Sono stanco di vedere morire i miei fratelli neri,” mi racconta un trentenne in tuta chirurgica, nativo del Bronx, che non mi rivela il suo nome o l’ospedale dove lavora per paura di conseguenze professionali. “Dovremmo parlare del fatto che i neri sono solo 13% della popolazione, ma rappresentano il 24% delle morti di COVID […] Il razzismo è anche un problema di salute pubblica.” Quasi tutti portano la maschera, però il rituale di protesta rende difficile il social distancing, e in vari momenti la massa si restringe con poco spazio fra i gruppi.

L’atmosfera è positiva finché arriviamo al Columbus Circle, dove ci aspetta una catena di poliziotti davanti al Trump International Hotel and Tower. Malgrado gli scontri violenti di qualche giorno fa ed altri che persistono altrove, in questo caso non si va aldilà di insulti urlati a distanza (“F**k Trump!” “NYPD s**k my d**k!”) prima di procedere a nord su Broadway dove, poco dopo, la massa di gente si dissolve nella città.

Il giovedì seguente, la protesta davanti a Gracie Mansion è ormai un evento giornaliero, prendendo forma di veglia per George Floyd ed altri uccisi dalla polizia. Viene osservato un momento di silenzio di 8 minuti e 46 secondi, il periodo di tempo esatto che Floyd rimase sotto il ginocchio del poliziotto Chauvin. Sono decisamente in meno oggi, al massimo 200 persone, sedute per terra a Carl Schurz Park davanti alla dimora del sindaco. Stanno ad ascoltare discorsi di attivisti politici del quartiere come se fosse una lezione.

Infatti, Justin Maffett, l’oratore principale, passa parecchio tempo ad informare il pubblico su progetti del governo, come il programma 1033 del Pentagono, che distribuisce armi militari a polizie locali in tutto il paese. Maffett conclude che “gli attrezzi dettano la politica.”  Viene seguito da Patrick Bobilin, il quale racconta come il loro memoriale per George Floyd era stato tolto dal Parks Department proprio quella mattina, però con pressioni applicate via email e telefono a un membro del City Council, sono riusciti ad annullare la decisione entro sei ore. Se sono capaci di ottenere un risultato dal Parks Department entro sei ore, dice Bobilin, “pensate a quello che possiamo fare al NYPD”. Finisce il discorso implorando i partecipanti di “far di questo più che solo un momento,” prima di condurre una cinquantina di dimostranti in giro per il parco.

La missione di Maffett, Bobilin, ed innumerevoli cittadini di riformare la cultura poliziesca è ambiziosa, e hanno più appoggio che mai per poterlo realizzare.

La manifestazione di domenica “Black Trans Lives Matter” davanti al Museo di Brooklyn (Foto VNY)

Domenica scorsa, circa 15,000 persone si sono assemblate a un raduno davanti al Brooklyn Museum. Nel frattempo, ancora un altro morto in un incontro con polizia in Atlanta, GA: Raychard Brooks. La protesta non si fermerà.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter