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In Bielorussia passa la storia, ma gli USA di Trump e l’UE sono in un altro mondo

Il popolo di Minsk è commovente nella sua richiesta di libertà e democrazia, ma deve fare i conti con la spietata e arcigna logica della realpolitik

Le proteste a Minsk il 16 agosto (Foto Wikimedia)

I bielorussi, quelli che manifestano e reclamano libertà, sono sostanzialmente soli. Con la loro lotta generosa hanno guadagnato briciole di attenzione da parte del resto del mondo. Intanto cavalcando la tigre Putin, Lukašenko rischia grosso; prima o poi dovrà saldare la cambiale firmata, e con tutti gli interessi...

Le immagini, spietate nella loro crudezza, sono quelle che per una grande fotografa americana, Dorothea Lange, testimoniano le scene del nostro tempo: “riflettono il presente, lo documentano per il futuro”. Immagini che mostrano la caparbietà e la disperazione, la risolutezza e la speranza di un popolo a lungo oppresso; un popolo che combatte per la propria libertà.

Sono immagini che impressionano e commuovono. Nessuno può ragionevolmente dire che tipo di evoluzione avrà questa lotta. E’ probabile che la realpolitik da una parte, la meschina e arrogante stupidità dall’altra, alla fine prevarranno. Aleksandr Lukašenko, l’autocrate di Minsk, non farà la fine di un Nicolae Ceausescu, il dittatore della Romania fucilato assieme alla moglie Elena il giorno di Natale del 1989 in una piccola scuola di Targoviste, ottanta chilometri da Bucarest. Difficile che faccia la fine di un Milosevic. Neppure fuggirà, notte tempo, lui e i suoi cari, a bordo di un aereo destinazione Svizzera o qualche altro stato-cassaforte dove avrà avuto ben cura di stipare immensi tesori depredati al suo paese. Personaggi come  Lukašenko il potere non lo mollano neppure quanto tutto intorno a loro frana e crolla.

Infine: ha davvero qualcosa da temere?

Dagli Stati Uniti, al momento, poco o nulla. C’è una campagna elettorale che già ora è condotta senza esclusione di colpi. L’unica preoccupazione della Casa Bianca è frugare nei possibili bidoni dell’immondizia di Joe Biden e Kamala Harris. Obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump: “the shit hit the fan”.

Sollecitato, e impossibilitato a non rispondere, Trump promette che parlerà con Mosca delle proteste in Bielorussia. “Non sembra che ci sia così tanta democrazia in Bielorussia. Stiamo parlando con molte persone e parleremo al momento opportuno alla Russia e parleremo con altre persone“, fa sapere Trump. Ecco: parlerà. Al momento opportuno. Con Vladimir Putin. Cioè il miglior alleato di Lukašenko.

Altre parole vengono dal cancelliere tedesco, la signora Angela Merkel: “Il governo bielorusso deve astenersi dall’usare la violenza contro manifestanti pacifici, rilasciare immediatamente i prigionieri politici e avviare un dialogo nazionale con l’opposizione e la società al fine di superare la crisi”.

A brutto muso Putin risponde che sono inaccettabili “interferenze straniere negli affari interni della Bielorussia”. Certo: il Cremlino ufficialmente usa toni più soft: “La situazione in Bielorussia che si è creata dopo le elezioni presidenziali è stata discussa nel dettaglio”. La conversazione è partita su iniziativa tedesca; e i due leader esprimono “la speranza che la situazione torni alla normalità il prima possibile”. Discusso al dettaglio… speranza…

Putin e Lukashenko (Foto Kremlino)

Da Putin parole severe anche per il presidente francese Emmanuel Macron: “Interferire negli affari interni della Bielorussia e mettere pressione sulla leadership del Paese, è inaccettabile”. Bonne nuit, monsieur le President.

Una telefonata anche del presidente del Consiglio dell’Unione Europea Charles Michel, che poi ne riferisce in un tweet: “Ho appena discusso della situazione in Bielorussia con il presidente Putin. Solo un dialogo pacifico e realmente inclusivo può risolvere la crisi nel Paese”.

Sì, decisamente se le cose vanno così Lukašenko non ha motivi particolari di preoccuparsi. Ai manifestanti di Minsk e dintorni va tutta la nostra solidarietà; ma rischiano di fare la fine dei Curdi, degli Uiguri, dei Tibetani, dei ragazzi di Hong Kong

I bielorussi, quelli che manifestano e reclamano libertà, sono sostanzialmente soli. Con la loro lotta generosa hanno guadagnato briciole di attenzione da parte del resto del mondo; hanno forse guadagnato qualche metro, nella lunga e tortuosa marcia verso la democrazia. Le immagini delle loro proteste, e le violenze subite, ci commuovono e perfino indignano. Ma al tempo stesso ricordano a loro, e a noi, che il mondo, nel 2020 al pari degli anni degli accordi a Yalta stipulati da Churchill, Roosevelt e Stalin, è “governato” da rapporti di forza e realpolitik.

Con una differenza: Regno Unito e Stati Uniti non negoziano e non “governano” più nulla. Non possono, non vogliono, non sanno. Si tratti della crisi in Libia o nei paesi dell’africa sahariana; della Siria, dell’Ucraina, dell’Iran, chi muove, con cinica e brutale spregiudicatezza, sono soprattutto Russia e Cina. Stati Uniti ed Europa giocano in difesa, o non giocano affatto.

La rivolta senza precedenti dei bielorussi, dopo le ennesime elezioni-farsa che hanno penalizzato una candidata straordinaria quanto inattesa, Sviatlana Tsichanouskaja, suscita manifestazioni di solidarietà, in particolare negli ex paesi comunisti, che hanno fresca memoria di quello che hanno a loro volta patito e subito. Ma è solidarietà flebile e debole. I manifestanti bielorussi se non soli, sono certamente isolati.

Ci si era illusi che con la caduta del muro di Berlino, la glasnost e la prerestrojka a Mosca, fossero venute meno le “zone di influenza” scolpite a Yalta. Putin non è più comunista, e non sono più comunisti i suoi collaboratori; ma sono oligarchi assetati dello stesso potere, e animati dall’identica determinazione a conservarlo e accrescerlo. Nostalgico dell’URSS, Putin si impegna con successo per la creazione il consolidamento di quello che definisce uno “spazio vitale” di influenza attorno alla Russia. Lo si è già visto in Georgia nel 2008, e in Ucraina nel 2014. Non ha alcuna intenzione di assistere passivamente all’erosione di quello che un tempo era l’impero sovietico.

Ovvio che Lukašenko gli abbia chiesto aiuto. Ovvio che Putin glielo dia; tra i due non corre buon sangue: Putin non ha mai nascosto la sua volontà di annettersi la Bielorussia, progetto di fusione finora sempre bloccato dal dittatore bielorusso. Ma ora c’è un interesse superiore, tensioni e incomprensioni sono superate. Certo: cavalcando la tigre Putin, Lukašenko  rischia grosso; prima o poi dovrà saldare la cambiale firmata, e con tutti gli interessi.       

Putin è libero di decidere se seguire la logica della “zona d’influenza” e salvare Lukašenko, anche con l’uso della forza; ha nelle sue mani una formidabile arma di ricatto nei confronti del dittatore di Minsk. Non c’è dubbio che la userà. Come sia, i futuri assetti geopolitici nella zona, dipendono dai calcoli del padrone del Cremlino. Presto per dire se si assisterà a un qualcosa di simile al conflitto che si è combattuto in Ucraina, costata la vita a migliaia di persone, tutt’ora irrisolta, e che lascia comunque il resto del mondo indifferente. Non si può neppure escludere una soluzione “pacifica” all’armena, come durante la “rivoluzione di velluto” che nel 2018 ha portato al potere Nikol Pashinyan a Erevan.

Quello che si può al momento dire è che si registra la sostanziale indifferenza di Washington. Si è autorizzati a credere che alla Casa Bianca non ci sia nessuno che neppure sappia dove sia Minsk, l’amministrazione Trump è divisa tra letterale ignoranza di quello che si consuma al di fuori dei confini USA, e disinteresse. Fino a quando Trump sarà presidente i bielorussi è bene non si facciano illusioni di sorta. Per quel che riguarda i 27 paesi dell’Unione Europea, per l’ennesima volta annaspano: l’unica arma di cui dispongono è quella delle sanzioni commerciali; che lascia il tempo che trova. Paesi baltici e Polonia, che confinano con la Bielorussia premono per azioni concrete; ma devono fare i conti con la cautela degli altri stati dell’UE: sempre molto prudenti quando si tratta di contrastare “l’orso” russo.

Putin potrebbe trovare conveniente che la Bielorussia sia una sorta di Corea del Nord, l’ultimo dittatore d’Europa, e sostenerlo lasciandolo libero di “governare” con la brutalità poliziesca di cui è capace; al tempo stesso prigioniero di una economia che non riesce neppure a nutrire i suoi quasi dieci milioni di abitanti.

Il popolo bielorusso nella sua maggioranza, si è già espresso, e si esprime. Vuole democrazia e libertà. Dice basta alla satrapia di Lukašenko. Anche qui, le immagini parlano chiaro: poche migliaia di sostenitori, alla manifestazione organizzata dal regime: oltre 150mila in quella organizzata dai contestatori. Non solo a Minsk, ma anche a Brest e a Grodno; nelle fattorie statali i silenti e sottomessi “raccoglitori di patate” sono scesi in sciopero.

Putin promette “tutta l’assistenza necessaria”, e si fa forte del “Trattato di sicurezza collettiva”, che coinvolge, oltre la Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Kirghizistan e Tajikistan. Certo: non sono più gli anni del Patto di Varsavia; Putin non farà come Krusciov, che nel 1956 stronca la rivolta a Budapest; e neppure come Breznev che nel 1968 reprime con i carri armati la “primavera” di Praga. E’ però un pragmatico e spregiudicato politico che si è addestrato alla scuola del KGB; non può e non vuole permettersi un’altra Ucraina; non è disposto a concedere alla Bielorussia quello che hanno conquistato le tre repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia,  Lituania.

Lukašenko è nella sua manica, farà di tutto e di più per tenerselo ben stretto. Il satrapo di Minsk implorerà certo aiuto economico e forse militare; sarà l’occasione per imporre come contropartita, quella federazione tra Russia e Bielorussia, da sempre proposta, da sempre rifiutata.

Lukašenko non ha molte carte in mano, da giocare. La situazione economica del paese è al collasso. I bielorussi sono allo stremo. Il Covid-19 è stata la goccia finale: per contrastare i virus, i gerarchi di Minsk non hanno saputo inventare di meglio che cure a base di vodka e saune. Con i prevedibili, disastrosi effetti. Le elezioni farsa, sguaiatamente truccate, hanno scatenato l’opposizione, e ne è seguita la violenta, brutale repressione.

Lukašenko si è impiccato da solo; Putin beffardo, sulla sponda del fiume, attende che passi il suo cadavere. La sostanziale annessione della Bielorussia, con un Lukašenko ridotto a mero fantoccio, è questione di tempo.

E’ vero che anche i meccanismi più perfetti possono andare in crisi a causa di un insignificante granello di sabbia. Ma nel caso della Bielorussia occorrerebbe tutta la sabbia di un vasto deserto. La generosa lotta per la libertà e la democrazia dei Bielorussi appare disperata, con pochi, ridotti sbocchi. Il resto del mondo, come le stelle di Cronin, resterà a guardare.

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