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Iran impicca giornalista Ruhollah Zam: Ue cancella forum, l’Onu all’attacco del regime

L'Alta Commissaria ai diritti umani Michelle Bachelet è "indignata", per la Francia "atto barbaro". Rapporto CPJ 2020: record di giornalisti incarcerati

Ruhollah Zam, giornalista iraniano giustiziato il 12 dicembre 2020 (YouTube)

L’iraniano Ruhollah Zam, 47 anni, è solo l’ultimo dei tanti giornalisti ritenuti “scomodi” e giustiziati per essere messi a tacere per sempre. Condannato all’impiccagione dalla Corte Suprema a causa della “gravità dei crimini commessi contro la Repubblica islamica dell’Iran”, è morto lo scorso 12 dicembre.

Zam era un attivista, ex leader dell’opposizione, che attraverso il sito AmadNews, forniva informazioni che dissentivano dalle opinioni ufficiali del governo iraniano, e fra il 2017 ed il 2018, aveva partecipato alle proteste contro il regime. Accusato di spionaggio a beneficio dei servizi di intelligence di “Usa, Francia, Israele e un Paese della regione” allo scopo di far cadere la Repubblica Islamica, dal 2011 viveva in esilio in Francia come rifugiato politico.

Jamal Khashoggi, giornalista saudita ucciso – 13 ottobre 1958 – 2 ottobre 2018 (wikimedia)

Nell’ottobre del 2019, era stato arrestato dalle forze di sicurezza iraniane durante una visita in Iraq. Attirato nelle braccia della morte con l’inganno, gli erano stati promessi dei fondi per finanziare un canale online. Zam è caduto nel tranello. Allo stesso modo, prima di lui, il 2 ottobre del 2018, il reporter dell’Arabia Saudita, Jamal Khashoggi, persuaso a recarsi nel consolato saudita in Turchia, venne fatto letteralmente a pezzettini, per ordine del principe ereditario, Mohammed bin Salman, nonostante questo neghi ancora ogni tipo di coinvolgimento.

Arabia Saudita e Iran, due facce della stessa medaglia. La competizione tra le due potenze per cercare di affermare il proprio primato è alle stelle da ormai oltre quarant’anni. I due regimi hanno saputo strumentalizzare a scopi politici le divisioni tra sciiti e sunniti, così come le divisioni etniche, fissando le rispettive aree di influenza.

Le reazioni di sdegno da parte della comunità internazionale non si sono fatte attendere. Tra queste, è immediatamente arrivata quella della Francia, che ha definito la condanna un “atto barbaro e inaccettabile”. Anche l’Unione europea ha condannato il gesto dell’Iran “con la massima fermezza”. Amnesty International ha sottolineato come Zam sia stato vittima di “un processo ingiusto basato su confessioni forzate”.

Hassan Rohani, presidente iraniano (wikimedia)

L’Iran, è stato invitato dall’UE a perseguire una politica coerente “verso l’abolizione della pena di morte”. L’Arabia Saudita, dove si è recentemente concluso l’ultimo G20, ha invece compiuto qualche passo avanti, e proprio quest’anno ha abolito la condanna a morte per i minorenni e ha vietato le fustigazioni pubbliche.

Ma le dichiarazioni mosse contro l’Iran, sono “interferenze negli affari interni” secondo il presidente iraniano Hassan Rohani, che ha replicato alle accuse dei Paesi europei, in particolare della Francia, la quale, mostrando tutta la sua incoerenza, ha recentemente conferito la Gran Croce della Legion d’Onore, al presidente dell’Egitto Al-Sisi, proprio quando la procura di Roma faceva luce su importanti rivelazioni sul caso di Giulio Regeni, torturato a morte dalla National Security egiziana, ma questa è un’altra storia.

Così, la Francia e molti paesi europei hanno deciso di boicottare un forum economico con l’Iran che avrebbe dovuto svolgersi proprio oggi, mercoledì 15 dicembre.

Intanto per domani, è fissata una nuova esecuzione nel paese islamico. Si tratta del medico svedese-iraniano, Ahmadreza Djalali.

A far sentire tutto il suo dissenso è però, Michelle Bachelet, Alto Commissario ONU per i diritti umani, colei che la crudeltà della tortura l’ha sperimentata in Cile sulla sua pelle quando era solo una studentessa di medicina di 22 anni.

Si è detta “inorridita” e, senza mandarle a dire, ha affermato che l’Iran utilizza “vaghe accuse di sicurezza nazionale” per sopprimere voci indipendenti. Il governo islamico utilizza “un modello di confessioni estorte sotto tortura e trasmesse sui media statali utilizzate come base per condannare le persone” ha spiegato l’ex presidente del Cile. Inoltre, l’arresto di Zam, avvenuto al di fuori del territorio iraniano, equivale ad un rapimento.

Molti attivisti e manifestanti sono stati condannati a lunghe pene detentive o alla pena di morte da processi non conformi agli standard internazionali, semplicemente per aver esercitato i loro diritti umani. “Quelle condanne costituiscono gravi violazioni ai sensi del Patto internazionale sui diritti civili e politici, compreso il diritto alla libertà di opinione, di espressione e il diritto alla vita”, ha affermato Michelle Bachelet.

Alto Commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet (UN News/Daniel Johnson)

A seguito di una domanda posta da La Voce di New York, durante l’ordinario press briefing all’ONU di lunedì, Stéphane Dujarric,  portavoce del Segretario Generale Antonio Guterres ha affermato: “Penso che questa esecuzione vada contro due principi fondamentali che il Segretario Generale tiene a cuore. La prima è che è fermamente contrario all’uso della pena di morte, e la seconda è che sostiene fermamente la libertà di stampa. Nessun giornalista dovrebbe essere incarcerato, figuriamoci giustiziato, solo per fare il proprio lavoro”.

Intanto il nuovo rapporto del 2020 di Committee to Protect Journalists (CPJ), pubblicato pochi giorni dopo la morte di Zam, rivela un numero record di giornalisti incarcerati in tutto il mondo.

Dal 1 ° dicembre 2020, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, almeno 274 sono in carcere. Il numero più alto era stato di 272, registrato nel 2016.

La Cina, per il secondo anno consecutivo, si aggiudica il primato di peggior stato del mondo per quanto riguarda la libertà di stampa, e a questo proposito vogliamo ricordare, l’arresto di Jimmy Lai, catturato in diretta ad Hong Kong per minacciare al paese la libertà di espressione. Al secondo posto si trova la Turchia, seguita dall’Egitto e dall’Arabia Saudita.

In Bielorussia, dove si sono verificate proteste per la controversa rielezione del presidente, e in Etiopia, dove i disordini politici sono recentemente degenerati in conflitto armato, il numero di giornalisti incarcerati è aumentato in modo significativo.

“Stop killing journalists” (UNESCO/UN)

Negli Stati Uniti è venuta a mancare una leadership basata sui valori democratici, con il presidente Donald Trump che non ha fatto altro che denigrare la stampa, parlando molto spesso di “fake news” per ripulire la sua immagine.

La pandemia ha indubbiamente contribuito a peggiorare un fenomeno già molto diffuso, e proprio lo scorso 10 dicembre, si è tenuta la Conferenza mondiale sulla libertà di stampa, a cui giornalisti anche dei più importanti quotidiani del mondo hanno preso parte, sottolineando come la democrazia sia sempre più in bilico.

Il portavoce del Segretario Generale dell’ONU, commentando il rapporto di CPJ, ha detto che Antonio Guterres è preoccupato per il numero crescente di attacchi contro i giornalisti in tutto il mondo. “Molti sono stati vittime di molestie, atti di intimidazione, sanzioni, uccisioni e detenzioni arbitrarie”. Il Segretario Generale ha invitato nuovamente i governi a rilasciare immediatamente i giornalisti arrestati esclusivamente per aver esercitato la loro professione e ha ribadito come essi siano fondamentali nella vita quotidiana per rimanere informati.

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