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Anche Parler colpito dalla “censura”: ora Trump e i trumpisti hanno finito i megafoni

Cosa succede quando vi iscrivete sui social? Premete il tasto “accetto le condizioni”. Con quello può decidere se tenerti dentro o sbatterti fuori dalla porta

Immagine: Pixabay.

“Parla liberamente ed esprimiti apertamente, senza paura di essere cacciato dalla piattaforma per le tue opinioni”. Così si legge sulla homepage di Parler.

In Italia lo conosciamo poco (anche se Matteo Salvini si è appena iscritto), è un social network che non si è mai affiancato ai classici Facebook, Twitter e Instagram. Eppure oggi, all’improvviso, è salito alla ribalta. La colpa, o forse il merito, è ancora di Trump. E di chi se no.

Parler è un social molto simile a Twitter, diventato famoso per avere una vasta base di utenti che si dichiarano ferventi sostenitori di Donald Trump. Certo, se fossero semplici repubblicani la cosa non farebbe notizia. E infatti non lo sono. Sono piuttosto conservatori ortodossi, teorici del complotto ed estremisti di destra, che scrivono quotidianamente post antisemiti contenenti le curiose cospirazioni del movimento QAnon. Insomma, una piattaforma nella quale i contenuti che normalmente vengono bannati dai social tradizionali trovano spazio e condivisione.

La homepage di Parler (parler.com)

Apple e Google, dopo che il presidente uscente è stato bloccato sui suoi profili Facebook e Twitter, hanno deciso di togliere dai loro server l’applicazione Parler. In poche parole, se cercate di scaricare l’app non riuscite a farlo, perché non la troverete. Così si evita che la base di Trump possa spostarsi in un nuovo spazio meno regolamentato e prendere gli ordini dal proprio comandante, ancora per dieci giorni a capo della più potente nazionale del pianeta.

Chiaramente il fatto che da un giorno all’altro, usando come pretesto l’assalto a Capitol Hill, le maggiori piattaforme virtuali abbiano deciso di oscurare i profili di Trump e togliere le pile al suo immenso megafono social, fa discutere. Ci si domanda se questo sia giusto, se un’azienda privata possa permettersi di decidere chi possa parlare e soprattutto cosa possa dire. Siamo in democrazia d’altronde, e l’evoluzione della società ha portato alla conquista di diritti umani inviolabili tra i quali figura sempre, o dovrebbe figurare, la libertà di parola.

L’account Twitter sospeso di Donald Trump

Ricordate però cosa succede, quando vi iscrivete a Facebook? Mettete i vostri dati, scrivete il vostro nome utente e scegliete una password. Poi scorrete velocemente un lungo testo scritto con caratteri minuscoli e premete il tasto “accetto le condizioni”. Ecco, tra quelle condizioni c’è anche il fatto che Facebook, così come le altre piatteforme, tenga per sé il diritto di giudicare il contenuto dei tuoi post e di decidere in modo totalmente arbitrale se tenerti dentro o sbatterti fuori dalla porta. Non importa che tu sia il piccolo profilo con quattro amici o il presidente degli Stati Uniti. Per il social sei soltanto un utente. Ed è lui a gestire le regole del gioco. Quindi la risposta è no: non c’è alcun abuso di potere nel bloccare Trump e mettergli il bavaglio. Almeno non dal punto di vista operativo.

Se parliamo di etica, invece, il ragionamento cambia. Da quando la forza dei social è cresciuta in modo esponenziale, talmente tanto da averli trasformati nel primo canale di comunicazione al mondo e averli resi molto più influenti sia delle televisioni che dei giornali, è giusto pensare che nulla, al suo interno, possa essere fatto con leggerezza. Il problema vero, in realtà, è proprio questo: Che si sia arrivati a mettere nelle mani di privati le comunicazioni ufficiali dello Stato. Direte voi “anche le televisioni sono in mano di privati, così come i giornali”. È vero, ma i social e internet hanno qualcosa in più. Sono potenzialmente inarrestabili e, soprattutto, non hanno regole.

Mark Zurckerberg CEO di Facebook (di Anthony Quintano – Flickr)

 

A Trump e ai trumpisti, ora, rimane dunque poco da fare. I CEO della Silicon Valley, che di certo non sono l’esempio migliore di imparzialità, li hanno bollati con il teschio nero. Difficile che da qui a breve possano permettergli di tornare ad esprimere liberamente le proprie teorie. Anche nel caso in cui esista uno spazio virtuale all’interno del quale vengano accettate le parole infuocate dei trumpisti, come nel caso di Parler, il problema viene risolto alla radice impedendo di scaricare l’applicazione.

Certo, l’ideale di libertà, così, fa acqua da diverse parti, ma è sbagliato stupirsi. Sta tutto scritto in quei “termini e condizioni” che al primo accesso abbiamo rapidamente liquidato. Forse, visti gli ultimi avvenimenti, sarebbe meglio iniziare a leggerli con un po’ più di attenzione.

 

 

 

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