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GAB il trumpista: il grande esodo dei sostenitori di Trump nel social “sconosciuto”

Quasi mezzo milione di nuovi utenti al giorno nel network dell'ultra destra. Andrew Torba, il creatore, lo presenta come un sito “libero”, ma piovono critiche

Il logo del social Gab

Capire dove finisce il diritto ad esprimere le proprie idee e dove inizia la violazione della legge non è sempre facile. Le recenti decisioni dei social media hanno avuto conseguenze inaspettate. La prima è stato un crollo delle azioni in borsa che nessuno si sarebbe aspettato: in poche ore, i titoli di Twitter hanno perso il 10,7% a Wall Street, quelli di Facebook sono scesi del 3,2%. La seconda, forse ancora più sorprendente, è stato il trasferimento in massa di centinaia di profili social di estremisti politici, banditi da Facebook, Twitter, Snapchat e Parler, su un altro social network, fino a poche ore prima quasi sconosciuto, ma già oggetto di critiche...

L’attacco a Capitol Hill, sede del Congresso degli USA, è stato un gesto da condannare sotto tutti i punti di vista. Unico aspetto positivo, forse, aver fatto emergere un problema al quale pochi, finora, avevano dedicato la dovuta attenzione: quello del ruolo dei social media, di internet in queste vicende (e, indirettamente, del diritto alla libertà di espressione che è uno dei baluardi della democrazia americana).

Nel 2016, in occasione delle elezioni presidenziali (caratterizzate da campagne filo o anti-immigrazione), apparve evidente che, negli USA, la linea di demarcazione tra “libertà di parola” (protetta dal Primo Emendamento) e “crimini d’odio” è estremamente sottile. Quasi impercettibile.

Ancora oggi, capire dove finisce l’incitamento “protetto” e dove comincia l’atto criminale è spesso difficile, anche per i pubblici ministeri, i tribunali, i politici o per molti manifestanti. A rendere più difficile questa distinzione spesso sono proprio i social network e le loro politiche.

Il Campidoglio, lo shamano, l’account Twitter del presidente sospeso e il presidente stesso in bianco e nero.

La norma sui crimini d’odio – il Matthew Shepard and James Byrd, Jr., Hate Crimes Prevention Act – rende illegale danneggiare “fisicamente” qualcuno in base alla sua razza, religione, origine nazionale, genere o orientamento sessuale, tra le altre caratteristiche. 

Per contro, il Primo Emendamento offre la più ampia libertà possibile alla libertà di parola e consente perfino l’adesione a organizzazioni razziste o che sposino ideologie basate sull’odio razziale o politico (ma non mancano i casi di sentenze che hanno limitato anche la libertà di parola e l’azione per il linguaggio ritenuto non vincolato).

Capire dove finisce il diritto ad esprimere le proprie idee e dove inizia la violazione della legge non sempre è semplice. E l’attacco a Capitol Hill (e quanto lo ha preceduto) lo dimostra. Appena si è compresa la gravità dell’evento, i maggiori social network hanno bannato, bloccato, non solo i profili di Donald Trump, ma anche migliaia di altri soggetti classificandoli come pericolosi. Prima per alcune ore, poi in via definitiva. Eppure nessuno aveva fatto nulla per fermare i siti dei manifestanti che preparavano l’attacco e inneggiavano alla protesta.

Solo dopo social network come Facebook, Twitter e altri hanno deciso di intervenire. Snapchat, ultimo in termini di tempo a bannare Donald Trump definitivamente, ha giustificato la propria scelta dicendo: “Abbiamo annunciato una sospensione a tempo indeterminato dell’account Snapchat del presidente Trump e abbiamo valutato quale azione a lungo termine sia migliore per la community di Snapchat. Nell’interesse della sicurezza pubblica e sulla base dei suoi tentativi di diffondere disinformazione, incitamento all’odio e incitamento alla violenza, che sono palesi violazioni delle nostre linee guida, abbiamo deciso di chiudere definitivamente il suo account”.

Decisioni che hanno avuto conseguenze inaspettate. La prima è stato un crollo delle azioni in borsa che nessuno si sarebbe aspettato: in poche ore, i titoli di Twitter hanno perso il 10,7% a Wall Street, quelli di Facebook sono scesi del 3,2%.

La seconda, forse ancora più sorprendente, è stato il trasferimento in massa di centinaia di profili social di estremisti politici, banditi da Facebook, Twitter, Snapchat e Parler, su un altro social network, fino a poche ore prima quasi sconosciuto, ma già oggetto di critiche: GAB.

Per molti GAB è una sorta di rifugio dei movimenti e dei protagonisti dell’ultra destra. Tra le sue pagine si possono trovare gruppi come “Joe Biden Is Not My President” (che vanta quasi 100mila membri) o “Stop the Steal” (con 140mila membri uniti dal chiaro il riferimento al furto, “steal”, elettorale che, secondo alcuni manifestanti a Capital Hill, avrebbe impedito a Trump di essere ancora presidente degli USA). Dopo l’attacco a Capital Hill, il network è letteralmente esploso: quasi mezzo milione di nuovi utenti al giorno, con picchi di traffico di 20milioni di accessi quotidiani.

Il suo creatore lo presenta come un sito “libero” dove tutti possono esprimere le proprie idee politiche. Peccato che anche GAB, il nuovo paradiso della destra radicale, in realtà non è così “aperto”: il suo discusso fondatore avrebbe scelto di limitare il motore di ricerca interno per ostacolare le indagini dei “giornalisti diabolici”. A suo dire, lo avrebbe fatto per proteggersi dalle big tech che giudica pericolose per i diritti della libertà di espressione (GAB è bloccato, per i propri contenuti, anche da Apple e Google che hanno bannato, ma per motivi diversi, anche Parler).

GAB il nuovo social media della destra radicale (YouTube)

I comportamenti di Torba erano già finiti anche nel mirino della finanza: a Giugno scorso, VISA aveva messo il proprietario e inventore di GAB, Andrew Torba, sulla propria “lista nera”. Un’azione che ad alcuni potrebbe sembrare poco importante ma che, negli USA, dove tutto viaggia attraverso carta di credito, è quasi una condanna a morte. Al limite da limitare acquisti, spostamenti e, perfino, in un certo senso, la stessa libertà di parola. Ad ammetterlo lo stesso Torba che ha paragonato la libertà di parola negli USA a quanto sta avvenendo in Cina: “In Cina c’è qualcosa chiamato sistema di credito sociale, che è stato sviluppato dal Partito Comunista Cinese come un “sistema di reputazione nazionale. Questo sistema tiene traccia dell’ “affidabilità” di individui, aziende e organizzazioni. “Affidabilità” qui significa sottomissione totale e completa al Partito Comunista Cinese. Se il Partito Comunista ti ritiene inaffidabile, ti viene negato l’accesso ai biglietti aerei, ai biglietti del treno, alle attività di apertura e gestione e altro ancora”.

Secondo Torba qualcosa di simile starebbe avvenendo a lui e a molti altri negli USA, la più antica democrazia del mondo. E anche a sua moglie: “Se mia moglie vuole avviare un’attività, non sarà in grado di ottenere i documenti perché vive al mio stesso indirizzo e sarebbe contrassegnata da VISA” ha detto Torba. “Questo è molto preoccupante. Non abbiamo fatto nulla di male. GAB è ed è sempre stata un’azienda legalmente gestita”. “Pago le bollette. Ho una moglie e una figlia cui provvedere, eppure siamo tutti puniti e diffamati perché qualcuno alla Visa ci vuole fuori”, ha aggiunto.

La motivazione di VISA è che GAB è stato segnalato per “attività illegale”. Ma secondo Torba, l’“incitamento all’odio” non è un crimine in America. E, per dimostrarlo, cita sempre la sentenza della Corte Suprema del 2017.

Una dichiarazione, quella di Torba, che riporta il problema al punto di partenza: fino a che punto, negli USA, un cittadino (o – perché no? –  lo stesso Presidente) ha il diritto di pronunciare parole che incitano all’odio e alla rivolta? Una domanda tutt’altro che banale o secondaria: l’impeachment contro Trump appena votato al Senato fa riferimento proprio alle dichiarazioni di Trump contro Joe Biden e al comizio del 6 Gennaio scorso in cui incoraggiava i propri sostenitori ad attaccare Capitol Hill (oltre che naturalmente, alle pressioni esercitate sui leader della Georgia per ribaltare l’esito del voto).

Social media

Un dilemma che pone davanti davanti ad un altro quesito, anche questo mai apparso così importante come nei giorni scorsi: fino a che punto, negli USA, i potenti mezzi di comunicazione informatica (non dimentichiamo che tutte le ultime missioni di guerra degli ultimi anni sono state lanciate via social network e non secondo le procedure previste dagli accordi internazionali) possono privare i cittadini della propria libertà di espressione prima che venga emessa una sentenza da un giudice o da un tribunale? Una domanda, questa, che dovrebbe far riflettere tutti: potrebbe riguardare non solo gli Stati Uniti, ma tutto il pianeta (basti pensare all’uso che molti politici fanno dei media o a quanto sta avvenendo in Cina o in Europa con la gestione della pandemia). 

Tutte domande che, negli Stati Uniti d’America, sempre più spaccati e dove emergono incongruenze in ogni ambito, ma che non rinuncia a proporsi come esempio per gli altri paesi sviluppati (e non solo), non possono restare senza risposta. Specie dopo quello che è avvenuto a Capitol Hill, dove è apparso chiaro come le parole possono trasformarsi in fatti concreti e controllare le masse non è sempre facile.

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