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Quei giornalisti “anti casta” al servizio dei pesci grossi dell’economia italiana

Gli editori puri scompaiono, le questioni serie si evitano, mentre la caccia all'untore va sempre di moda: ecco la recita dell'informazione italiana

Una fotografia di Thomas Wolter

Per fare qualche esempio: come mai nessuno dei giornalisti anti casta non compie un'indagine adeguata ed approfondita sullo spreco di soldi dei contribuenti da parte della Rai per il suo parco giornalisti che scarsamente è utilizzato a favore di esterni esageratamente retribuiti? 

Che ci sia un nutrito gruppo di giornalisti anti casta è, ormai, un fatto acquisito. Dal Corriere della Sera al Sole 24 Ore dalla Rai a La7 per finire a Mediaset è un diluvio di indagini o pseudo tali che vanno a scavare solo negli orti altrui e mai in quelli propri o dei propri amici. 

Come mai, ad esempio, non c’è traccia alcuna nei loro articoli sui gravi conflitti di interesse che permeano i soci proprietari dei loro giornali e televisioni e che, allo stesso tempo, sono soci proprietari di banche, assicurazioni ed industrie? Come mai nessuno di loro non indaga sulle notizie economiche non date? Oppure date in modo deviante per il sistema economico finanziario? Come mai ci sono, sempre più spesso, decine di pagine di “copia ed incolla” prelevate dai verbali di intercettazioni telefoniche a strascico? 

Come ha scritto Giampaolo Pansa in un suo libro, Carta Straccia, a proposito dei giornalisti è semplificativo: “…..Quando prendo un giornale in mano, so in anticipo che cosa mi dirà. Ormai è difficile trovarne uno che non sia schierato con questa o quella parte politica. La faziosità dilaga e rende la carta stampata prevedibile e vuota di sorprese. Per non parlare del resto. Giornali sgrammaticati. Scritti in giornalistese, un linguaggio pomposo e vacuo, a volte doppio e triplo. Pieno di errori, di notizie confuse, di inchieste superficiali”.

Di fronte a cotanto Maestro mi permetto di aggiungere che, oltre ad essere già schierati in politica, lo sono soprattutto con importanti pezzi dell’economia nazionale, come ricordavo poco fa sul mostruoso conflitto di interesse che non consente all’Italia, dal lontano 1925, a degli industriali di occuparsi solo di editoria: gli scomparsi editori puri.

Quindi il meccanismo è semplice ed oliato: c’è la proprietà dei giornali, la maggior parte dei giornalisti è militante, la caccia all’untore di turno va sempre di moda e l’evitare gli articoli su questioni serie ed approfondite che riguardano l’intera nazione oppure la scena internazionale. Tant’è vero che, per poter essere informati ed aggiornati su quanto avviene nel mondo, c’è sempre più necessità di abbonarsi a quotidiani o riviste all’estero. 

Per fare qualche esempio: come mai nessuno dei giornalisti anti casta non compie un’indagine adeguata ed approfondita sullo spreco di soldi dei contribuenti da parte della Rai per il suo parco giornalisti che scarsamente è utilizzato a favore di esterni esageratamente retribuiti? 

Il professore Renzo De Felice anni fa tenne a precisare che “il fascismo aveva fatto infiniti danni. Ma uno dei danni più grossi è stato quello di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti delle generazioni successive. Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di squalificazione dell’avversario per distruggerlo”. 

Il giornalismo militante, ormai, è dilagato in ogni angolo dello stivale ed in ogni più piccola fessura e questo è un grave ed incalcolabile danno per il Paese. Infatti ogni militante antepone il proprio pregiudizio su quel fatto o su quella persona a prescindere da un esame empirico di quello che dice o fa. Se il soggetto in osservazione è stato catalogato, preventivamente, fra i cattivi tutto ciò che lo riguarda è negativo, a priori.

 

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