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Fare i giornalisti in Afghanistan: una sfida con la vita destinata a peggiorare

Per i talebani i media devono evitare di diventare strumenti del governo o subiranno conseguenze; per il Parlamento chi pubblicherà materiale diffuso dai talebani sarà trattato da terrorista

Una giornalista afgana - @khaama, Twitter

Le giornaliste tornano ad indossare il burka in Afghanistan a causa delle minacce dei talebani che le vogliono morte. Si coprono per non farsi riconoscere, perché sono i bersagli preferiti degli integralisti. 8 i giornalisti uccisi in 4 mesi, 4 erano donne che lavoravano in tv. 300 donne hanno lasciato il loro lavoro nei media a causa delle minacce subite. Alcune hanno abbandonato anche il paese e hanno trovato asilo negli Stati Uniti.

Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite sono 65 i giornalisti e gli attivisti dei diritti umani assassinati tra il 2018 e oggi. 75 i casi di minacce presi in esame dalle autorità afghane. Una situazione drammatica che può solo peggiorare con la partenza delle truppe internazionali. In un comunicato i talebani hanno minacciato i giornalisti affinchè non pubblichino notizie di fonte governativa, definendola propaganda. In vari tweet il loro portavoce Mujahid ha avvertito che i media devono mantenere la loro neutralità ed evitare di diventare strumenti del governo, altrimenti ne subiranno le conseguenze. In una riunione del Parlamento è stato deciso che chi pubblicherà materiale diffuso dai talebani sarà trattato da terrorista. I giornalisti sono tra due fuochi e in un paese democratico non dovrebbe accadere. Ma l’Afghanistan non è mai diventato un paese democratico, nonostante le elezioni, la nuova Costituzione, la presenza di un Parlamento.

Scontri in Afghanistan (@TOLOnews, twitter)

La coalizione militare e civile di oltre 40 paesi sotto l’egida delle Nazioni Unite ha fallito ed ora torna a casa. Le truppe Usa e Nato stanno facendo i bagagli e ogni giorno riconsegnano chiavi simboliche ai comandanti delle forze armate afghane. I C 130 partono carichi di scatoloni, ma dopo 20 anni il materiale da portare via è enorme. Una parte viene lasciata sul posto, ma distrutta per evitare che venga rivenduta e altra corruzione si diffonda. Il ritiro deve essere completato entro 11 settembre, data simbolica. I vent’anni dagli attacchi alle Torri Gemelli, i vent’anni dalla guerra al terrorismo, i vent’anni dalla nostra presenza in Afghanistan. Si torna a casa, ma da perdenti. In varie zone dell’Afghanistan, pare incredibile, ma si sta combattendo. Migliaia di famiglie hanno abbandonato le proprie case nella provincia di Kandahar, la stessa da dove negli anni ’90 era partita l’avanzata dei talebani che presero poi il potere a Kabul. Scontri sono in corso nella provincia di Baglan caduta nelle mani dei talebani proprio ieri, altri sono avvenuti nella provincia di Balkh. Le forze di sicurezza afghane senza il sostegno aereo americano difficilmente potranno controllare l’enorme e impervio territorio afghano in gran parte già sotto l’influenza dei guerriglieri talebani. Nuvole di guerra si stanno addensando all’orizzonte.

Scontri in Afghanistan (@TOLOnews, twitter)

Il figlio di Ahmad Sha Massoud, il famoso leone del Panshir che venne assassinato da due finti giornalisti due giorni prima dell’attacco di New York, ha annunciato che se i talebani continueranno a non partecipare ai colloqui di pace, i Mujihadeen sono pronti a combattere. La conferenza di pace di Istanbul è stata spostata alla fine di maggio dopo essere stata cancellata ad aprile, proprio per l’assenza dei talebani.

Ancora una volta gli Stati Uniti di Trump, che aveva fretta di uscire dall’Afghanistan, hanno fatto un grande errore. Hanno legittimato i talebani partecipando faccia a faccia con loro a Doha in Qatar per due anni a dei colloqui di pace, che di pace non erano, perché non c’erano i rappresentanti del governo di Kabul. Hanno siglato un accordo per il ritiro il 1 maggio, che è passato senza che le truppe Usa fossero già fuori dal paese, a causa del cambio di amministrazione alla Casa Bianca. I Talebani ne hanno approfittato per alzare il prezzo e intensificare i combattimenti per guadagnare terreno. Non sappiamo se si presenteranno a Istanbul alla fine di maggio e quali condizioni porranno, ma una cosa ci è chiara. Il loro ritorno non porterà democrazia nel paese e le prime a pagare il prezzo più alto saranno le donne che avevano sperato di poter finalmente essere libere di studiare, lavorare e magari anche non essere cedute da bambine per saldare un debito o come spose a uomini anziani.

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