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La nuova missione: dominare il metaverso, dove reale e virtuale si fondono

Cosa sta cercando di fare Marck Zuckeberg cambiando il nome di Facebook in Meta? Per capire forse dovremmo rispolverare il celebre libro di George Orwell...

“Nel 2013 le rivelazioni di Edward Snowden sulle intercettazioni, spesso illegali riguardanti i metadati e praticate dagli organi statali diedero la misura della vastità della sorveglianza digitale contemporanea”.

Eric Sadin, scrittore e filosofo, considerato tra i maggiori e sensibili critici della rivoluzione digitale nel suo libro “Critica della ragione sociale” argomenta così le nuove paure. E spiega ancora: “di colpo diventava chiaro a chiunque che i propri strumenti digitali erano fonti di informazioni riguardanti azioni e interessi; e così l’opinione pubblica di tutto il mondo ha cominciato, giustamente, a ribellarsi contro questi procedimenti invasivi giudicati illegittimi. L’indignazione era generalizzata, si misero tutti a leggere o a rileggere 1984 di George Orwell, che conobbe una nuova impennata delle vendite, e a manifestare contro la violazione della privacy”.

Forse dovremmo rispolverare il testo di Orwell anche dopo l’annuncio del proprietario di Facebook, Intagram e Whatsapp, Marck Zuckeberg, che ci ha spiegato che cambierà nome al suo social più conosciuto e si occuperà del Metaverso.

Infatti, il nome che ha tirato fuori, uno degli uomini più ricchi del mondo, per il suo gioiello di famiglia è Meta abbreviazione di metaverso.

L’idea è quella, annunciata a tutto il mondo in grande stile, di una piattaforma online tutta nuova, capace di attrarre come una calamita il popolo del web.  Su questa nuova infrastruttura si concentreranno le menti a disposizione del proprietario di questo impero economico che investirà tanti dollari. A tutti i giornalisti della terra è stato spiegato perché Meta. Questo prefisso in tutte le lingue occidentali deriva dal greco antico metà, “μετά”, che significa “con”, “dopo”, ma anche “in mezzo a”. E proprio in mezzo a rende l’idea chiara del metaverso, un ambiente pensato a metà tra la realtà e il virtuale che già conosciamo sulla rete.

Facendo un passo indietro Metaverse , con la M maiuscola, è presente in un romanzo di fantascienza del 1992, Snow Crash, firmato dallo scrittore americano Neal Stephenson. Il volume riporta questa parola che rappresenta uno spazio virtuale tridimensionale, dove esiste la convergenza della realtà fisica, che può essere però virtualmente migliorata, in uno spazio virtuale sempre operativo. Un luogo dove persone e avatar coesistono.

E tutto accade proprio nei giorni in cui il titolo crolla in borsa dopo un down di molte ore e quando l’ingegnere Frances Haugen, già dipendente del colosso, laureata a Harvard, assunta nel 2019 come informatico addetta ai dati, ha dichiarato:

“Facebook amplifica il peggio degli esseri umani, e questo atteggiamento si è allargato a Instagram. Avevano pensato che se avessero cambiato gli algoritmi per rendere il sistema più sicuro, la gente avrebbe speso meno tempo sui social, avrebbero cliccato meno le inserzioni pubblicitarie e Facebook avrebbe fatto meno soldi. Hanno sempre preferito il profitto alla sicurezza”, Haugen è diventata una gola profonda perché ha perso una persona cara a causa delle teorie cospirazioniste che giravano sui social network.

Come ha scritto Raffaele Zenti su Huffpost: “gli algoritmi che ottimizzano l’engagement hanno quindi un ruolo chiave nella generazione dei profitti dei social network. Questo, oltre a minare la fiducia nei social network, mina la fiducia del pubblico nell’Intelligenza Artificiale. Che, superfluo dirlo, ha un’incalcolabile quantità di applicazioni virtuose. Il problema, infatti, non è nell’AI. L’AI è neutra: un algoritmo impara ciò che gli si chiede (o meglio gli si impone) di imparare. Nel caso di Facebook, basterebbe vincolare l’algoritmo a massimizzare l’engagement evitando scrupolosamente contenuti variamente pericolosi, dannosi, offensivi. Fino ad ora in Facebook non l’hanno fatto perché non è ottimale per l’utile aziendale. Il problema, perciò, non è nell’algoritmo in sé, bensì in alcuni Sapiens che lo gestiscono, nonché in altri Sapiens che più o meno consapevolmente lo usano. È una dura lotta tra Intelligenza Artificiale e Stupidità Naturale”.

Per concludere con Eric Sadin, con cui abbiamo aperto: “c’è chi si dice molto spaventato dall’instaurazione di una controllocrazia”. Una sorta di monitoring algoritmico che permette al Grande Fratello di sapere tutto di noi e di spingerci a comportamenti precisi. Il tutto nella nuova dimensione del metaverso. Tra reale e virtuale, tutto assemblato, tutto quasi vero, tutto da scoprire.

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