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Allarme CPJ: record di giornalisti detenuti nel 2021. Asia e Africa maglie nere

Il report della ong newyorkese: 293 cronisti in carcere nel 2021. Cina in testa (50), preoccupano Myanmar e America Latina. Nella mappa dei "cattivi" anche "democrazie"

Dati del CPJ rielaborati in mappa dalla Voce di New York

La lista di invitati al tanto atteso vertice (virtuale) delle democrazie del 9-10 dicembre, stilata dal Dipartimento di Stato statunitense, non ha mancato di far storcere qualche naso. A sorprendere non sono state tanto le assenze di Russia e Cina – ampiamente scontate – ma piuttosto quella, più politicamente delicata, di un alleato NATO come la Turchia di Erdoğan. Clamorosa è stata anche l’esclusione dell’Ungheria di Orbán, conquistatrice del poco lusinghiero primato di unico Stato UE rimasto fuori dal summit. Ha fatto discutere invero anche qualche inclusione controversa: ad esempio, quella della Polonia fresca avversaria della Commissione UE; ma anche dell’India del nazionalista indù Modi, accusata di perseguitare la locale comunità musulmana e recentemente degradata da “democrazia libera” a ”parzialmente libera” da Freedom House.

Eppure, la mappa dei Paesi esclusi dal vertice delle democrazie risulta in larga parte corrispondente a un’altra tetra mappa: quella dei Paesi dove è più pericoloso essere giornalisti – elaborata secondo i dati del Committee to Protect Journalists (CPJ), un consorzio indipendente con sede a New York. Dall’ultimo report del CPJ, svelato in anteprima ad alcune testate internazionali tra cui La Voce di New York, emerge un peggioramento complessivo della libertà d’espressione globale nel corso del 2021. Il numero di giornalisti incarcerati è aumentato di ben 13 unità, passando dai 280 del 2020 ai 293 di quest’anno: un vero e proprio record.

Report CPJ (grafico della Voce di New York)

A guidare la classifica è, per il terzo anno consecutivo, la Cina di Xi Jinping (50). Per la prima volta, nel computo non figurano solo cronisti della cosiddetta Cina continentale, ma anche giornalisti di Hong Kong – effetto immediato della Legge sulla Sicurezza Nazionale approvata nella turbolenta estate del 2020, che ha di fatto criminalizzato il dissenso contro l’establishment comunista e consentito a Pechino di interferire stabilmente negli affari interni dell’isola. Tra le vittime celebri della stretta cinese c’è anche Jimmy Lai, editore del tabloid indipendente Apple Daily. Lai è stato condannato lo scorso agosto a quasi due anni di carcere per “riunione illegale”, ossia aver partecipato a una protesta, ed è stato esautorato da ogni ruolo nei media hongkonghesi. È ancora in attesa di verdetto per la presunta collusione con Paesi esteri (Stati Uniti) dopo aver chiesto sanzioni occidentali contro Pechino, un’accusa che potrebbe costargli fino all’ergastolo. Tra le accuse più in voga nella Cina continentale ce n’è invece una, particolarmente creativa, che consiste nel “seminare zizzania e fomentare disordini” – da molti oppositori considerata una norma di carattere residuale per punire forme di dissenso altrimenti non qualificabili. Il conto degli incarcerati non tiene peraltro conto di altri 11 individui, non formalmente giornalisti ma spediti in gattabuia proprio per aver fornito materiale al quotidiano anti-comunista Epoch Times.

Al secondo posto, ma con l’incremento più impressionante, compare il Myanmar – passato da nessuno a ben 26 giornalisti incarcerati nel giro di 12 mesi. L’aumento è la diretta conseguenza del colpo di Stato militare che lo scorso 1° febbraio ha deposto l’esecutivo civile di Aung San Suu Kyi, e della successiva stretta sui media da parte dei generali. Il CPJ fa notare che il bilancio nel Paese asiatico potrebbe essere di gran lunga peggiore, dato che la giunta birmana di Min Aung Hlaing ha rilasciato un rilevante numero di giornalisti appena pochi giorni prima della pubblicazione del report, mentre altri potrebbero essere detenuti in maniera anonima.

Sull’ultimo gradino del podio (25) si posiziona l’Egitto del colonnello al-Sisi, che proprio nelle ore in cui veniva finalizzato il report CPJ concedeva, dopo due estenuanti anni di prigionia, la scarcerazione allo studente Patrick Zaki. Nonostante il numero sia in discesa di due unità rispetto allo scorso anno (27), il consorzio sottolinea come le autorità egiziane abbiano ormai sposato un modus operandi “in palese disprezzo delle loro stesse leggi”, in particolare “limitando la detenzione preventiva a due anni presentando ulteriori accuse per estendere tale periodo” oppure “ponendo condizioni al rilascio di coloro che hanno scontato la loro pena.”

A completare la top five ci sono il Vietnam socialista (23) – che adotta da anni una versione leggermente più soft della censura cinese – e quindi la Bielorussia (19) di Lukašėnka, chiamato dai suoi detrattori “l’ultimo dittatore d’Europa” e alle prese con un’estesa campagna di silenziamento dell’opposizione (sia in patria che all’estero, come dimostrato dal clamoroso dirottamento di un aereo per arrestare il giornalista Roman Protasevič). Seguono a ruota la Turchia di Erdoğan (18), l’Eritrea di Afewerki (16), l’Arabia Saudita del de facto regnante Mohammad bin Salman (14), la Russia di Putin (14), e l’Iran di Raisi (11).

Tra gli Stati con meno di 10 giornalisti incarcerati, un posto di rilievo spetta all’Etiopia di Abiy Ahmed, insignito nel 2019 del premio Nobel per la pace. Gran parte degli arresti etiopi – se non tutti – sono da contestualizzare nel sanguinoso conflitto che contrappone le truppe regolari etiopi (col sostegno eritreo) ai secessionisti della regione settentrionale del Tigrè, degenerata in una delle principali crisi umanitarie dell’ultimo decennio africano.

Oltre al dato sui giornalisti incarcerati, il CPJ ha rilasciato anche una statistica sui cronisti assassinati in diretto o presunto collegamento con la loro attività di reporting. Rispetto allo scorso anno, il dato è lievemente diminuito, da 22 a 19. Da sottolineare come i Paesi più pericolosi a livello globale siano due partecipanti al summit delle democrazie: India (4) e Messico (3). Nel Paese centro-americano, tuttavia, il numero potrebbe essere largamente sottostimato, dato che altre 6 morti sono avvenute in circostanze che lasciano presagire un collegamento con l’attività giornalistica, specialmente inchieste sui gruppi narcos. Il CPJ sottolinea inoltre come proprio nella regione latino-americana sia in corso “un allarmante declino della libertà di stampa”, dato che, in aggiunta ai decessi messicani, un totale di sei giornalisti è attualmente detenuto tra Cuba, Nicaragua e Brasile.

Il CPJ, citando lo U.S. Press Freedom Tracker, rileva infine come 56 giornalisti siano stati arrestati o detenuti per brevi periodi anche in Nord America, il più delle volte in occasione di manifestazioni di piazza.

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