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Roberto De Luca e il civismo “sotto copertura”

Sul caso dell'Assessore al Bilancio del Comune di Salerno, dimessosi proprio in ragione del caso, e figlio di Vincenzo, Presidente della Regione Campania

Roberto e Vincenzo De Luca (Immagine da campanianotizie.com)

L’Italia-calzino in versione permanente si avvicina. Ma è sempre meglio avere un delinquente libero, piuttosto che un galantuomo in galera. E, se proprio si vuole una formula comunitaria, cioè, politica: furono sempre meglio gli Stati Uniti, e i loro difetti, che l’URSS e i suoi pregi. Così ci capiamo

Anche l’On. Alessandro Di Battista, lo ha dichiarato un paio di settimana fa, vuole “l’Agente Provocatore”.  Perciò, la materia, come si dice, è à la page. A Fanpage, testata online, pertanto, hanno pensato di inscenare un esperimento illustrativo

Hanno preso contatto con una persona, Nunzio Perrella. Le cronache lo indicano come già “camorrista”, quindi, collaboratore di giustizia con pena espiata, e ora diffusore di spirito civico. Hanno filmato alcuni suoi colloqui, svolti in seno ad una più ampia e concordata serie. In uno di questi, lo si vede interloquire su un vago progetto, riguardante lo smaltimento di rifiuti, con Roberto De Luca: Assessore al Bilancio del Comune di Salerno (ma dimessosi proprio in ragione del caso), figlio di Vincenzo, Presidente della Regione Campania.

L’incontro si svolge alla presenza di un’altra persona, Francesco Colletta, commercialista, definito nel servizio “amico di De Luca”. De Luca sta ad ascoltare quello che sa essere un imprenditore; appare piuttosto incalzante, questo suo interlocutore, che parla con fluente petulanza, richiamando la maniera di un comune piazzista. Io faccio, noi facciamo, eccetera. Che la materia fosse di competenza regionale, è rilievo penalmente anodino, poiché non consta che De Luca interloquisse in quanto amministratore, e non come componente di un partito politico. La qualità parentale, in sè, può giustificare obiezioni di ordine generale, e di opportunità. Solo in un ordine etico degradato, però, l’inopportunità è sinonimo di acqua fresca; per cui, o character assassination, o niente.  

In una separata conversazione, montata in sequenza alla prima, Perrella, questa volta col solo Colletta, ripete, con le stesse modalità comunicative, un riferimento a dei numeri: 15, 11, 10, 5. La sequenza intenderebbe fissare un coinvolgimento di De Luca Jr, con la domanda “comprensivo di Roberto?”, riferita al numero percentuale; cui seguirebbe un “sì”, che, caduto asciutto in quella ridda vocale, pare non meno una chiusa sbrigativa e infastidita che una risposta vera e propria. E’ invece presentata come sicura frase-saldatura fra i due momenti. Null’altro si sa. Potrebbe essere una millanteria, o anche un’altra parola libera, o invece un indizio di reità. Ma non lo si può decidere a partire da questo filmato. Manca tutto, per decidere. Per questo, esisterebbero i Tribunali.

E per questo possono essere agenti provocatori solo ufficiali o agenti di Polizia Giudiziaria (a più  strette condizioni, possono anche agire privati; ma non è il caso di attardarsi su simili distinzioni, come vedremo): comunque, sotto il diretto controllo del PM, unicamente per il reperimento di elementi di prova, e solo in ordine a specifiche, gravissime, ipotesi di reato (per lo più, stupefacenti, terrorismo, associazioni mafiose). “Reperimento degli elementi di prova”, significa che i reati possono essere solo “visti da vicino”, quando ci sono; e così riferiti a chi di competenza; altrimenti, se “l’Agente” li provoca, nel senso che li “causa” lui, allora è lui il “reo”.

Non vale la micidiale massima: “Il reato? Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo”; per la semplice ragione che le azioni di polizia devono ridurre, non moltiplicare i reati. Figurarsi quando in Procura non ne sanno niente. E, infatti, sono stati sottoposti ad indagine, per induzione alla corruzione, sia Petrella che il Direttore di Fanpage. Oltre che Roberto De Luca ed altri.

Perciò, in questo caso, non c’è stato agente provocatore o infiltrato. Cosa c’è stato, allora? C’è stato un maxi-spot ad un’idea: poco importa se deliberato o inavvertito. E anzi, se inavvertito, sarebbe ancor più indicativo della “cultura dominante”. Quale?

Quella nata fra gli entusiasmi palingenetici del più vieto fanatismo politico: chiamiamola, “la maieutica di Mani Pulite”; che erode i regimi probatori ordinari, e alimenta il rischio di procedure sommarie e liquidatorie.

In termini generali, ha spiegato il Prof. Cassese: “la legislazione cosiddetta anticorruzione…degli ultimi anni, è sostanzialmente ispirata al principio del sospetto generalizzato, che è l’anticamera dell’autoritarismo”. Ne viene allora che, proprio perché l’Agente Provocatore è posto come obliquo veicolo di una politica generale, in realtà, punta a giustificare un controllo illimitatamente coercitivo della Funzione Amministrativa.

Lungo una linea di tendenza che configura “la corruzione”, non come un illecito individuale, ma come un “colpa collettiva”. E’ un progetto avverso alla democrazia, la quale si fonda su una P.A. di cui non sia postulata una generale minorità morale e giuridica.

E’ l’Italia-calzino in versione permanente. Non c’entra più il singolo “istituto” (ormai da tempo, per la verità). E’ un modello di società. Inquisitoria. Violenta. Terroristica.

E’ sempre meglio avere un delinquente libero, piuttosto che un galantuomo in galera. E, se proprio si vuole una formula comunitaria, cioè, politica: furono sempre meglio gli Stati Uniti, e i loro difetti, che l’URSS e i suoi pregi. Così ci capiamo.

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