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Berlusconi, la mafia e la Dottrina della “estorsione utilitaria”

La “ribellione silente”, la “sconfessione” dello “Stato debole”, avrebbero dovuto e dovrebbero porre una questione di ordine culturale

Marcello Dell'Utri con Silvio Berlusconi (Foto Ansa)

Nelle sentenze “modello” Dell’Utri, variamente traspare un pedagogismo socio-culturale saccente e sprezzante; una sottovalutazione, fino a rasentare l’irrisione, di una condizione che, peraltro, è comune a chiunque abbia subito e subisca un’estorsione di estrazione mafiosa. Ne viene una rielaborazione farisea del rapporto estorsivo, in termini di “accordo progressivo”, che cava segrete colpe proprie, da lampanti colpe altrui

La settimana scorsa, il dott. Nino Di Matteo, intervistato da El Paìs, ha affermato: “Berlusconi ha sovvenzionato la mafia per anni.  È un’idea che campeggia da qualche tempo. Alcune settimane fa, ricorderete, si era evocato anche un “appunto” di Falcone: Berlusconi, annotava il giudice nel 1989, “paga i boss di Cosa Nostra”.  Immagine incontroversa. Che peró ha una cornice.

Due attentati dinamitardi a privato domicilio (1974 e 1986). Un tentativo di sequestro di persona su un ospite appena uscito dal predetto domicilio (Principe D’Angerio, 1975): a corroborare il fondato timore di subirne in proprio. Svariate minacce epistolari e telefoniche (1986). Altre minacce telefoniche a dirigenti del Gruppo (1988). Cinque attentati ad aziende del Gruppo (Standa; 1990). In parziale compendio, è quanto emerso nel corso dei cinque giudizi svolti a carico di Marcello Dell’Utri, su una complessa vicenda, protrattasi per circa vent’anni.

Falcone mostrava di non avere soverchie incertezze. Da quell’annotazione, di quindici anni successiva al “patto” (1974, assunzione di Vittorio Mangano), e dalla circostanza che fu lasciata fra le carte, infatti, si può più chiaramente evincere l’esatto peso da egli attribuito a quel “paga”. A pensare, infatti, che avesse affidato alla polvere un’ipotesi di significato penale (e grave: non vittima, ma complice di Cosa Nostra), torneremmo, post mortem, al Falcone che “tiene le prove nei cassetti”. Diciamo allora, che possono bastare gli insulti a lui vivo.

Oggi, come si diceva, si rilancia l’opinione della complicità. La “reinterpretazione” della “vittima”, che viene resa colpevole di esserlo, in generale, è sempre ambigua: postula una malleabilità degli elementi di prova liminare all’anarchia.

Consideriamo, ad es., gli incendi della Standa, a Catania e provincia, nel 1990. Rileva la Cassazione (prima volta) che essi scolpiscono plasticamente il ruolo di vittima, e invece l’imputato (Dell’Utri) è stato condannato. Annullamento, si statuisce, perché si è glissato anche su questo argomento. Poco male, rispondono nel “Giudizio di Rinvio”; è vero, ma “l’accordo” non ne è toccato, perché è noto che Santapaola era del tutto (del tutto) indipendente da Riina; perció, nessuna conseguenza per la tesi; vittima a Catania, “contraente” a Palermo.

Liquidando, in un colpo solo, trent’anni di Dottrina Falcone, sull’unitarietà di Cosa Nostra. Ma, amenità a parte (vittima a Catania, “contraente” a Palermo), che, peró, hanno concorso a “fare stato”, si ha l’impressione che, in realtà, lo “scandalo” sia consistito nell’impersonare la privata sconfessione di un’Autorità statuale: ritenuta troppo debole, per prestare la protezione necessaria alla persona e alle sue libertà fondamentali; e che, per questo, non viene “riconosciuta”.

Tale condotta assomiglia ad una ribellione silente, non ad una “infedeltà” verso lo Stato. È la situazione di chi si avverte solo, nell’incalzare della minaccia: grave, credibile, pervasiva; e, nondimeno, prova a stare in equilibrio sul vuoto e fermo sul ghiaccio. Superfluo qui ricordare di che anni stiamo parlando.

E questa un’attitudine che sembra sia stata tanto di Dell’Utri quanto di Berlusconi. Ed è propria di un tipo umano eminentemente italiano, di derivazione rinascimentale: che abita “l’intrigo”, solo perché non c’è, o non c’è più, o non c’è ancora, un ordine superiore. Ma che, così vivendo, agisce, crea, produce.

La “ribellione silente”, la “sconfessione” dello “Stato debole”, avrebbero dovuto e dovrebbero porre una questione di ordine culturale; e lasciare spazio a disapprovazioni, od anche ai “non so”, per chi volesse. Liberamente. Anche perché, la via delle “fedeltà statuali” è scivolosa: ed è un attimo, con la giusta aria, ad intravedere un Gulag, o un Lager: se non a finirci dentro.

Non, dunque, suscitare maledizioni o benedizioni, tanto più che rischiano di risolversi in bolla probatoria: per richiamare qui, con un eufemismo, le formali e durissime critiche mosse, all’intera vicenda processuale di Dell’Utri, da un noto magistrato (il dott. Francesco Iavoviello); e sulla quale, peraltro, incombe, per più generali ragioni (quelle riguardanti il cd “concorso esterno”), il giudizio della CEDU.

Nelle sentenze “modello” Dell’Utri variamente traspare, invece, un pedagogismo socio-culturale saccente e sprezzante; una sottovalutazione, fino a rasentare l’irrisione, di una condizione che, peraltro, è comune a chiunque abbia subito e subisca un’estorsione di estrazione mafiosa. Ne viene una rielaborazione farisea del rapporto estorsivo, in termini di “accordo progressivo”, che cava segrete colpe proprie, da lampanti colpe altrui.

La Corte di Cassazione (la seconda volta, quando ha rigettato definitivamente il ricorso dell’imputato), ha infatti “sdoganato” più di quanto appaia. Sotto la maschera ieratica della prosa giuridica (“non occorre l’affectio societatis”), si puó leggere: 1) che, per Dell’Utri, non contava la volontà di far guadagnare Cosa Nostra, mediante le somme estorte; ma, 2) semplicemente, sapere (“avere la consapevolezza”) che, anche con quelle, Cosa Nostra si arricchisse (“di contribuire”).

Con ció, inoltre, discostandosi radicalmente da una giurisprudenza quasi consolidata (il “quasi” è inevitabile, nel vasto mare del “libero convincimento”). Che, al contrario, quella volontà esigeva. E, soprattutto, scrivendo che si deve prescindere “dalla condivisione, avversione, disinteresse o indifferenza” della vittima: dissolvendo, così, ogni suo più reale sentimento, nella gesuitica formula del “foro interno, irrilevante”.

Questo punto è rivelatore. Perché è, esattamente, la riedizione di quel “in fondo, le è piaciuto”, che furoreggiava nei processi per stupro del buon tempo antico: la vittima di uno stupro/estorsione se la gode con lo stupratore/estortore, per il semplice fatto che si rende conto dell’altrui godimento/arricchimento; anche se risulta sia stata indifferente, o persino avversa, al predetto godimento/arricchimento. Rimanendo oggetto di mistero come potrebbe, per discolparsi, ignorare l’altrui sollazzo, proprio mentre ne è resa coattivamente strumento.

Specie nei complessi anni di questa Seconda Repubblica: sfociati anche in casi della specie “Saguto”, o “Scarantino”, più meditate valutazioni risulterebbero d’aiuto.

Se poi ci si sentisse incalzati dalle “dimostrazioni”, non sarebbe il caso di esagerarne la portata: latinorum e CEDU a parte, al tempo dei Cinancimino Jr e delle “progressioni dichiarative”, rimarrebbero comunque il meno

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